Si sono da poco concluse le elezioni in Montenegro. Secondo le prime proiezioni, il primo ministro Milo Djukanovic e il suo Partito Democratico dei Socialisti (DPS) sono saldamente in testa. Secondo i calcoli del Centro per il monitoraggio e la ricerca (CEMI), sulla base di un campione statistico, il Dps è al 41,1 per cento dei voti (36 dei 81 seggi in Parlamento). Seguono il Fronte Democratico (opposizione) al 20,3%, La Chiave al 10,7%, i democratici del Montenegro al 9.6% e i Socialdemocratici al 5%.

Verso il D-dayLa pioggia battente e i lampi hanno caratterizzato la notte della vigilia delle elezioni a Podgorica. Le vie del centro della capitale montenegrina erano assonate e buie. E solo le luci di qualche bar fumoso e la musica che usciva dai pub rompevano il silenzio elettorale saturo di timori, tensioni e notizie che, dispensatrici di paura, correvano sugli smartphone degli avventori dei locali.

Questa mattina però le nubi si sono dissolte con l’alba e, dalle prime ore del mattino, il Montenegro si presenta pronto per dirigersi alle urne. In Piazza dell’Indipendenza, dove di notte sono state issate da anonimi le bandiere della Serbia e della Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia, i taxi si alternano, accompagnando gli elettori nei diversi seggi che puntellano la città e alle otto, al momento dell’inizio delle votazioni, fuori dalla scuola Savo Pejanovic, file di cittadini attendono il proprio turno prima di entrare in cabina.

Non c’è la polizia a presiedere il seggio; nonostante un climax di tensione abbia accompagnato le ore prima dell’inizio della voto. Ieri notte, infatti, la televisione Pink ha parlato dell’arresto di 15 nazionalisti serbi che cercavano di introdursi nel Paese con l’intento di pianificare attacchi e azioni armate; venerdì, a Cattaro, dei militanti del Democratic Front erano stati arrestati perchè in possesso di fucili, pistole e una mitragliatrice e lo stesso premier Djukanovic, nell’ultimo comizio nella capitale, aveva usato parole pesanti per congedarsi dal suo elettorato prima dell’appuntamento con le urne, dichiarando in pericolo l’indipendenza stessa del Montenegro, nel caso in cui avessero vinto le opposizioni.

Nei media e nei comizi l’ansia viene toccata con mano, nei volti e nelle parole di chi ha deciso di rendersi protagonista nel futuro del proprio Paese trapelano incognite. Marko ha 26 anni, è tra i primi a barrare la casella con la propria preferenza e una volta uscito dal seggio racconta: ”La gente vota, appare tranquilla, ma nessuno vuole dire pubblicamente ciò che pensa. Io credo che sia molto importante invece venire a votare perchè dobbiamo essere decisi nello scegliere il nostro futuro. Non nascondo che voglio un cambiamento e che bisogna cambiare guida perchè 27 anni sono troppi e se vogliamo diventare un Paese democratico non possiamo rimanere in questa situazione”. Ma se questo è il punto di vista del giovane, agli antipodi è Nedzib che pensa invece che un cambiamento possa produrre danni e che il Montenegro debba essere un Paese fiero della sua identità e che per ottenere prestigio internazionale sia necessario entrare nella Ue e nella Nato.

La gente affluisce con regolarità per tutta mattina e poi a mezzogiorno, quando l’affluenza totale è del 26%, arriva lo stesso premier Djukanovic al seggio. Raffiche di flash e stormi di microfoni circondano il Primo Ministro che, dopo aver messo la scheda nell’urna, dichiara: ”Le elezioni si stanno svolgendo in modo democratico; io mi auguro che la strada che intraprenderà il Paese al termine di questo giorno sia quella verso la Nato e l’Unione Europea e penso che noi vinceremo e sono venuto a votare proprio per vincere!”.

Ma se queste sono le parole del leader del DPS intanto, però, nelle sedi dell’opposizione si ode del chiacchiericcio in merito a possibili manipolazioni. E così l’ultima mano della partita per il futuro del Montenegro di ora in ora si fa incandescente. E, sebbene nelle strade la giornata del voto sia mascherata di ascetico equilibrio, solo stanotte, alle ore 9 italiane, si scopriranno le carte sul tavolo balcanico e il Paese, a quel punto, indipendentemente dal risultato, sarà chiamato ad affrontare la storia guardandola negli occhi.

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