Piove a Podgorica, la capitale del Montenegro. L’acqua bagna le vie della capitale, i palazzi del centro con la loro architettura sovietica, la Piazza dell’Indipendenza e le sparute bandiere con l’aquila bicipite che garriscono sui palazzi governativi. Piove anche sui manifesti elettorali che riempiono la città. Un’uggia connaturata e un assopimento d’autunno dell’est permeano in apparenza la nazione che però, proprio dietro ai cartelloni delle elezioni parlamentari, nasconde venti di tempesta e urla di fermento.Le elezioni viste dall’opposizione.

Nel piccolo Paese dell’ex Jugoslavia domenica vanno in scena le elezioni parlamentari; a scontrarsi: Milo Djukanovic, lo storico leader del paese al potere da più di 27 anni, e diverse coalizioni dell’opposizione salite sulle barricate e unite in svariate formazioni politiche per cercare di abbattere la leadership del DSP, il Democratic Party of Socialists of Montenegro.Ma non è solo una sfida locale la decisione che riguarda il futuro governo dello Stato, indipendente da soli 10 anni, poco più grande dell’Abruzzo e con una popolazione di 600mila abitanti. La posta in palio è infatti ben più alta perché, in un dietro alle quinte facile da spiare, ci sono anche gli interessi di Washington e Mosca.La politica europeista e filo atlantica di Djukanovic ha spinto il Montenegro a impegnarsi nel negoziato di adesione alla UE, ma soprattutto ha concluso l’iter di adesione alla Nato, per la quale si attende solo la ratifica da parte dei Paesi membri del protocollo di accettazione. Una scelta che, se dovesse avvenire, ovviamente non lascerebbe indifferente la Russia, che ha già espresso la sua contrarietà in merito.

In una via parallela alla piazza centrale di Podgorica, una piccola vetrina con disegnata una matita, introduce nella sede di Otpor Beznadu, letteralmente ”Resistenza alla non speranza”, un gruppo politico di giovani schierato nella coalizione d’opposizione del Democratic Front. Una stanza sobria, due cellulari che squillano a ripetizione e un modem per cercare di non perdere mai la connessione. La dicotomia tra il sopore della città e l’irrequietezza per le elezioni si manifesta in tutta la sua evidenza nella sede del partito dove Marko Milachic, 31 anni, giornalista prima e oggi leader del gruppo, fa gli onori di casa: ” Noi siamo un gruppo politico giovane che vuole cambiare questo Paese, siamo stufi di vivere in un regime. Siamo nella coalizione del Fronte Democratico perché Djukanovic deve andarsene e noi vogliamo la democrazia. Non c’è libertà di stampa, l’economia è in crisi, per i giovani non ci sono speranze e il premier è al potere da 27 anni: non è normale tutto ciò!”. Poi, ritornando su quella che è una delle questioni più sentite della campagna elettorale, l’ingresso nella NATO, Milachic aggiunge: ”Il Montenegro è un Paese strategico, e la coalizione atlantica lo vuole per accaparrarsi un tassello importante nei Balcani e mandare un chiaro messaggio a Mosca storicamente legata alla Nazione. Per noi è meglio la neutralità; poi non dimentichiamoci che la Nato ha bombardato la nostra terra uccidendo 6 persone, di cui 3 bambini. Tutti innocenti”.

Ecco il passato che riaffiora, ingombrante e prepotente sulla scena del Montenegro. È tetra la capitale, così come lo sono le nuvole nere che accompagnano lungo i tornati della strada che da Podgorica conduce alla città costiera di Bar; e tetre sono anche le parole d’ordine che riaffiorano da una memoria di dolore e odio che si ravviva giorno dopo giorno. È impietoso, crudele e violento il ricordo che, attraverso frasi e slogan di fuoco e sangue, disotterra rancori tatuati sulla pelle, marchiati nel cuore e oggi utilizzati come artiglieria pesante in previsione delle elezioni.La bandiera della Serbia stretta in mano, il braccio destro che viene teso con le tre dita aperte, il saluto cristiano ortodosso, adottato però anche dai cetnici (soldati jugoslavi fedeli a Pietro II e poi alleati con le truppe nazifasciste contro Tito ): è un giovane ed è uno dei tanti presenti all’incontro del Democratic Front nella città costiera di Bar, in un teatro, sul cui palco si alternano i candidati del cartello di opposizione, riferimento della popolazione serba che vive in Montenegro.I volti noti della coalizione, sotto i riflettori, salutano il pubblico di sostenitori e il grido unanime in sala è Miilion, ”Noi o Lui”. E poi, tra i leit-motiv della serata, anche il nome di Putin, che da qualcuno viene definito persino un fratello, la questione Nato, che i politici dicono deve essere sottoposta a referendum popolare, e la contrarietà al riconoscimento del Kosovo come stato indipendente. Un peana politico quest’ultimo che strappa applausi e dirotta le dita al cielo.Tutte le anime del Democratic Front salgono sul palco di Bar per uno degli ultimi comizi prima della chiusura della campagna elettorale e, infine, anche Adrijan Mandic, il leader del gruppo. L’ovazione è immediata: bandiere serbe, montenegrine e del Democratic Front investono la sala insieme al grido ”Mii-lion, Mii-lion!”, oltre allo slogan rivolto al premier in carica: ”Milo ladro!”.

Non vengono risparmiati colpi e nessuno si risparmia; tra i presenti anche Jovan Plamenac, prete ortodosso che, senza mezzi termini, spiega: ”Io ero contrario alla stessa indipendenza del Montenegro perché noi e i serbi siamo un unico popolo. Dobbiamo ritornare ad essere una grande nazione e opporci con ogni forza a questo governo che discrimina i serbi e non dà niente alle nuove generazioni”.Le accuse di malaffare che si elevano contro Djukanovic non sono una novità: la carriera politica del premier montenegrino risulta puntellata di tanti nei, quanti sono quelli che oggi macchiano il Montenegro stesso. L’ex Paese della Juogoslavia è infatti in preda a un debito pubblico che ha raggiunto il 70% del pil, la disoccupazione è al 20%; la Commissione europea nel marzo scorso, attraverso un report, ha fatto sapere che la nazione è vittima di una regressione nei diritti umani e inoltre il Montenegro è al 106esimo posto del rank mondiale per la libertà di stampa. E Milo Dukanovich, che da 27 anni amministra il Paese, è stato in passato condannato dai Tribunali di Napoli e Bari per contrabbando di sigarette, poi però ”salvato” dall’immunità. Nel 2015 è stato dichiarato dall’Organized Crime and Corruption Reporting Project ”uomo dell’anno per il crimine organizzato”, sono state appurate le sue vicinanze a nomi illustri della malavita come Stanko Subotic e Darko Saric e inoltre sono noti gli scandali legati alle tangenti versate da Telekom Magyar e Deutche Telecom a suoi famigliari. Se questi fattori sono abbastanza per aver spinto numerosi partiti e liste civiche a dar vita a due grandi coalizioni d’opposizione (il Democratic Front con in testa Adrijan Mandica e la coalizione La Chiave guidata da Miodrag Lekicda), che stanno cercando di fare il possibile per abbattere il potere di Djukanovic, al ventennale leader montenegrino, però, gli appoggi e le simpatie di un’ampia fetta della popolazione non mancano.

Le elezioni viste dal partito di governoNiksic è la seconda città del Montenegro, oltre 50mila abitanti roccaforte del DSP, luogo di nascita del premier Djukanovic, e non ha bisogno di presentazioni per svelare la sua identità: poco prima dell’ingresso in città, bandiere del Montenegro sventolano e indicano la strada verso il palazzetto sportivo, dove è in corso uno dei comizi più attesi del premier. Una folla di persone è assiepata sugli spalti e sul parquet. Una marea rossa e eterogenea: uomini, donne e bambini alzano le bandiere montenegrine, indossano magliette rosse

del partito al potere o casacche bianche con impressa la gigantografia del primo ministro. La musica fa ballare e saltare la gente, e tremare gli spalti. L’euforia aumenta insieme all’attesa per l’arrivo del premier, spazio ormai non si trova più, l’onda rossa ha riempito ogni interstizio presente ed è difronte al muro umano che affolla il centro sportivo e sotto una bandiera titanica del Paese che Danica Nikolic, una dei portavoce di Djukanovic, spiega: ”Per la prima volta noi corriamo da soli e lo facciamo perché vogliamo dimostrare di avere la maggioranza in tutto il Paese. L’opposizione ci accusa perché non hanno piani di governo, non hanno programmi: ma se non hanno mai vinto un motivo ci sarà! Tutta questa gente non è qui per nulla”. Poi prosegue: ”I Balcani storicamente sono un’area instabile e l’ingresso nella Nato ci dà invece sicurezza e l’economia può crescere solo dove c’è stabilità. Non ci interessa niente della Russia, noi siamo il Montenegro e Mosca non deve intromettersi. L’opposizione a dieci anni dal referendum parla ancora di annessione alla Serbia; non hanno argomentazioni, noi invece tendiamo la mano alla minoranza albanese e musulmana. Loro sono carichi di odio perché sanno che se non vincono questa volta non vinceranno mai; noi invece siamo tranquilli, perché sappiamo che vinceremo di nuovo”.

Poi un brusio che diviene sempre più forte: istante dopo istante, secondo dopo secondo aumenta d’intensità e si trasforma in urlo e in un boato che accompagna l’arrivo di Milo Djukanovic. ”Viva Montenegro!” è la parola d’ordine, l’inno dà una sacralità nazionalista al momento e poi è proprio lui, Djukanovich, a prendere parola. Ringrazia la sua città, ripercorre le radici del suo Paese, racconta che Niksic è sempre stata antifascista, non ha mai prestato appoggio ai cetnici e che il motto dell’opposizione ”Noi o Loro” va tradotto in ”Loro o il Montenegro”. La folla è in balia di un tripudio di idolatria senza freni inibitori e, mentre si avvia alla conclusione, il premier cita a modello ed esempio Lubo Cupic, partigiano comunista, fucilato dai cetnici durante il protettorato italiano nel ’42. Ed è così che la sala si infiamma di fumogeni rossi e di applausi che esplodono e che accompagnano la campagna elettorale verso il termine.Un altro comizio è terminato, un giorno in meno alle elezioni sopraggiunge e il Montenegro si avvicina così al suo futuro, ma lo fa correndo con marzialità nel suo passato, lasciandosi cadere in ostaggio di fantasmi riaffiorati e odi mai sopiti.Foto di Gabriele Orlini

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