Chiamatela pure Podgorica, l’attuale capitale del Montenegro, ma esplorandola, andando alla ricerca della sua intimità, delle sue paure, della sua solitudine, della sua sofferenza, ecco allora che scoprirete come la più importante città del piccolo Stato balcanico, che si appresta a trovarsi, tra 24 ore, ad affrontare le elezioni parlamentari e una sfida politica tra Nato e Russia, sia oggi, nella sua anima recondita e orgogliosa, revanscista e nostalgia, non l’attuale Podgorica ma, piuttosto, la vecchia Titograd: la città di Tito.

Nel ’46 la futura capitale del Montenegro venne ricostruita ex novo e l’ideologia celebrò il ”Maresciallo” senza domande e concessioni al dubbio. Settant’anni sono passati e nel 2016 la stessa città è in un faccia a faccia pugilistico con il proprio contingente; ci sono le elezioni e pure i partiti, le divisioni e le domande e, con queste, i dubbi: molti, troppi. Ed è così che la Podgorica di adesso setaccia il proprio passato, alla ricerca, in una memoria ingombrante e dolorosa, di un appiglio lenitivo per affrontare un domani all’apparenza orfano di risposte e soluzioni e con incognite foriere di ogni timore.

”Dobbiamo fare come faceva Tito!”. È così che Nicola Markovic, direttore del più importante quotidiano nazionale, il ”DAN”, si esprime in merito alla politica del Montenegro e a quelli che sono i due principali punti della campagna elettorale: l’ingresso nella Nato voluto dal premier Djukanovic e le separazioni etniche che stanno contraddistinguendo gli schieramenti partitici. ”Noi siamo un piccolo Stato e occorrono benessere e crescita del Paese. Non è prioritario collocarsi in uno schieramento militare o allinearsi alla Russia, piuttosto che agli USA. Bisogna rimanere neutrali”.

Poi, seduto alla scrivania del suo piccolo ufficio, nella redazione del quotidiano più letto, con 10mila copie vendute al giorno, aggiunge: ”Oggi vediamo una campagna elettorale aggressiva, con il partito del DSP al potere da 27 anni e dei gruppi d’opposizione, in primis il Democratic Front, molto radicali e non compatti. È un momento parecchio brutto. La lotta politica di Djukanovic, che supporta le minoranze bosniache e albanesi, e il Democratic Front, che invece è il riferimento della popolazione serba, stanno riportando il Paese negli anni ’90. È assurdo tutto ciò, perché serbi, bosniaci, albanesi, musulmani, tutti noi montenegrini, stiamo soffrendo in ugual misura, indipendentemente dalle origini etniche”.

Markovic parla seduto difronte al ritratto di Dusko Jovanovic, l’ex direttore ucciso nel 2004 e, indicandolo con rispetto umano e professionale, spiega: ”Lui è stato ucciso perché aveva denunciato le connessioni tra il governo e la criminalità organizzata italiana. Il Montenegro soffre della mancanza di libertà di espressione. Non si può parlare di censura: si può infatti pubblicare ciò che si vuole, basta però essere consapevoli che poi bisogna affrontare delle conseguenze, che possono essere anche gravi”.

E se a parlare così è il direttore del più importante giornale del Paese, la percezione che in Montenegro non parlare ed evitare di esporsi sia un atteggiamento balsamico, si ha anche con la gente comune. Dal centro di Podgorica sino alla città vecchia, dai quartieri popolari alle aree residenziali, in molti, quando vengono fermati per avere un parere in merito alle elezioni, preferiscono non esprimersi. Lapidarie e laconiche arrivano infatti le risposte: ”No, non parlo di politica!’”. Ed è un ragazzo in un bar, poco distante dalla moschea cittadina, a spiegare: ”Oggi, con il clima politico che c’è, con la tensione che si respira, è meglio essere cauti nel dire ciò che si pensa. Fidatevi”.

E a spiegare il perchè una campagna elettorale che non risparmia colpi, alzando di giorno in giorno il tono dello scontro, stia portando la popolazione a un’attesa di timore, celata dietro a una parvenza di ordinaria normalità, è Nina Vudacic, giornalista di 43 anni che racconta: ”La tensione non si vede ma c’è, ed è molta. Una divisione pericolosa e grave nella società che oppone serbi e montenegrini, bosniaci e albanesi, fa paura. Per la prima volta il governo può rischiare di non farcela, le opposizioni sono agguerrite e poi c’è la questione della Nato, che sta dividendo ulteriormente il Montenegro, tra sostenitori del patto atlantico e supporters della Russia. Io mi auguro e confido che tutto si svolgerà in pace. È una speranza”. E dello stesso parere è anche Borko Zdero, artigiano, che però aggiunge: ”Il ricordo della guerra è vivo e la gente non vuole violenza. Ma vista la situazione io non posso essere certo di cosa accadrà. Voci inquietanti sul futuro del mio Paese si sentono, eccome. E le divisioni che stanno maturando tra i montenegrini non infondono fiducia”.

Le vie del centro la sera richiamano solo pochi capannelli di studenti, le fabbriche chiudono, i giovani fanno della propria laurea un biglietto di sola andata verso la Germania: in molti sostengono che oggi l’attenzione dovrebbe essere rivolta alla crisi economica e non alla coalizione atlantica o all’appartenenza etnica.Un’ultima alba prima delle elezioni sorge nella fredda Podgorica, si alza tra palazzi di periferia e dal lungo fiume investe a poco a poco la città; ma i colori della luce del mattino, per molti, altro non sono che quelli di un fatalista e perpetuo tramonto, qui, sulla soglia del futuro montenegrino.Foto di Gabriele Orlini

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