Viaggio in Romania, tra rabbia e disillusione

Disillusa e arrabbiata: viaggio nella Romania periferia dell’Europa

(Da Bucarest) – Il termometro oscilla tra i – 2 e gli 0 gradi celsius. Al freddo invernale fa da contraltare il clima politico di una città in ebollizione. Bucarest, capitale della Romania, ha iniziato il 2025 proprio come aveva terminato il 2024: in mezzo alle proteste. Chi sarà il prossimo presidente del Paese? Nessuno, al momento, è in grado di rispondere a questa domanda. Neppure le migliaia di persone scese in strada per contestare la decisione della Corte Costituzionale di annullare il primo turno delle elezioni presidenziali, andato in scena lo scorso 24 novembre, e vinto – a sorpresa – da Calin Georgescu, candidato di estrema destra finito al centro di uno scandalo nazionale.

Mr. Georgescu avrebbe dovuto vedersela, al secondo turno, con la progressista e filo occidentale Elena Lasconi. Non sarà così, visto che i risultati sono stati annullati per via di presunte interferenze russe che avrebbero favorito l’outsider nazionalista. “Georgescu? Non sapevo nemmeno chi fosse prima che si candidasse. Non penso, in ogni caso, che avrebbe mai potuto salvare la Romania dal pantano in cui è finita”, commenta Ciprian, tassista, uno dei tanti uomini del popolo delusi dal governo rumeno.

Calin Georgescu

La punta dell’iceberg

Un gruppetto di cittadini, a occhio una cinquantina, manifesta non distante da Piata Universitatii. Un altro, il giorno dopo, marcia nei boulevard che si diramano come raggi dall’Arco di Trionfo. Sono tutti elettori di Georgescu. Si sono dati appuntamento al numero cinque di Splaiul Independentei, la sede della Corte d’Appello di Bucarest. Sventolano il Tricolorul, la bandiera blu, gialla e rossa del Paese. Chiedono a gran voce “Libertate”, e cioè “Libertà”. Invocano le dimissioni dell’attuale presidente, Klaus Iohannis, di centrodestra, e protestano per l’annullamento delle elezioni.

Lo spirito incarnato dallo zoccolo duro dei supporter di Georgescu è il termometro perfetto per misurare le tensioni che bollono nei meandri della società civile. Già, perché oltre a loro anche i cittadini comuni, sempre più disillusi dall’Unione europea, dai loro leader e, più in generale, dalla politica, sono stanchi di non poter incidere in alcun modo sul processo decisionale del Paese.

“Raderei al suolo il nostro Parlamento. Nessuno fa niente per migliorare la situazione economica del Paese. I salari non crescono ma i prezzi dei beni di prima necessità continuano ad aumentare. Il 42% del nostro reddito lordo finisce nelle casse dello Stato rispetto alla media Ue del 38%. Georgescu o meno, non ne possiamo più”, prosegue Ciprian nella sua invettiva colma di antipolitica.

Considerando che in Romania appena il 69% dei cittadini di età compresa tra i 20 e i 64 anni lavora, e che Bucarest deve fare i conti con un deficit di bilancio al 9%, da abbassare nei prossimi sette anni fino al 3%, per essere in linea con i diktat di Bruxelles, gli elettori di Georgescu stanno trovando terreno fertile per alimentare le loro proteste. Anche perché il deficit può calare, al momento, soltanto in seguito al congelamento di fondi salariali e pensionistici, e a un aumento della riscossione dell’Iva.

Periferia dell’Ue

Nel frattempo Bucarest vivacchia nella periferia dell’Unione europea. Nel corso degli ultimi anni i Governi filo occidentali che si sono susseguiti nel Paese hanno fatto di tutto per avvicinarsi a Bruxelles: hanno tagliato spese considerate eccessive, effettuato riforme fiscali e politiche, concesso avamposti alla Nato – alleanza militare della quale la Romania fa parte – liberalizzato interi settori strategici.

In cambio sono arrivate decine di miliardi di dollari di prestiti e finanziamenti ma, almeno a giudicare dall’umore della popolazione, non sembra che quei denari possano aver aiutato a migliorare la quotidianità dei cittadini. “Se c’è un problema il Governo alza il telefono e chiama Bruxelles per chiedere prestiti, fondi, finanziamenti, che noi cittadini dobbiamo poi ripagare con gli interessi. La vicenda Georgescu è solo la punta dell’iceberg”, spiega Vlad, un impiegato che alle ultime elezioni ha votato proprio Georgescu.

Bucarest ha archiviato il comunismo di Nicolae Ceausescu ma i retaggi di quel periodo non si sono ancora dissolti. La Casa Poporului, divenuta poi Palazzo del Parlamento, domina la capitale con la sua superficie di 350.000 metri quadrati e il record di secondo edificio più grande del mondo per estensione (dopo il Pentagono), nonché di Parlamento più grande del pianeta. Questo colosso era stato fatto costruire da Ceausescu, insieme ai condomini-alveare sovietici che formano la silhouette di Bucarest.

Dopo Marx, la falce e il martello, qualcuno pensava che la Romania sarebbe entrata in una nuova era. Oggi non c’è più alcun conducator a dirigere la nazione: ci sono politici e politicanti filo Ue, misteriosi uomini d’affari filo Putin, populisti e imprenditori. Il Paese di fatto è libero, ma la democrazia e la società civile di Bucarest presentano gravissime lacune. C’è una politica che preferisce ascoltare Bruxelles che non i suoi cittadini. Ci sono pochi investimenti stranieri e il combinato turismo più servizi non basta, da solo, a sostenere gli oltre 1,7 milioni di rumeni.

C’è, infine, un enorme fossato che separa i ricchi, ben visibili con le loro Mercedes nere con i vetri oscurati e le Audi sportive, e gli altri, ovvero chi non è riuscito a fare affari all’estero e che adesso latita in una nazione senza idee.