La geopolitica della corsa allo spazio
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(Cocieri, Transnistria) “La guerra del 1992 è scoppiata qua vicino – a Corjova, sobborgo a nord di Dubăsari. Siamo un presidio per la Moldavia in questa terra contesa”. Nel suo piccolo studio Ivan Mițcul, segretario del Consiglio comunale di Cocieri, parla a cuore aperto ricordando il conflitto tra moldavi e separatisti filorussi alla base dell’attuale, delicata situazione geopolitica della Transnistria. La grande storia si mescola con la realtà quotidiana nel piccolo centro di poco più di 4mila anime oltre il fiume Nistru, oltre dunque quella che per molti è la nuova “Cortina di Ferro” calata sull’Europa con l’invasione russa dell’Ucraina. Qui la Moldavia mantiene un piede a terra nella regione in cui i separatisti filorussi proclamano la loro repubblica autonoma. Ma non c’è clima di “nuova guerra fredda” o di pericolo imminente in questa regione.

Mițcul ci riceve su mandato di Raisa Spinovschi, sindaco del paese. Snocciola dati sugli abitanti, sempre meno, di questo ultimo lembo di territorio sotto la sovranità di Chisinau: quattromila anime, trecento abitanti “emigrati in Italia”, problemi di “vita quotidiana per tutta la cittadinanza”. Non tanto per la convivenza coi transnistriani: “abbiamo un accordo che consente a chi attraversa regolarmente le terre oltre il Nistru e passano sul ponte di Dubasari”, cittadina controllata dai separatisti, “di non essere sottoposto ad alcun controllo”, sottolinea. E la “situazione è molto fluida”. A Cocieri il traffico automobilistico lo conferma. Targhe moldave e transnistriane si mescolano reciprocamente. Individuiamo addirittura un Suv battente bandiera transnistriana, con la banda verde centrale a dividere le due strisce rosse al di sopra e al di sotto di essa, che mostra l’insegna di un concessionario dell’hinterland di Milano. Meraviglia e misteri di un’era globalizzata in cui le merci e il denaro possono muoversi a una velocità non permessa agli esseri umani e alle idee.

Monumento ai caduti della guerra del 1992 a Cocieri

Per arrivare a Cocieri si percorre una strada ampia e ben poco affollata, un’Autostrada del Sole moldava che pare non portare a nulla, percorsa da pochi camion e auto, per poi costeggiare il Nistru. Faglia d’Europa e confine ibrido: per la Moldavia, ferita interna dei secessionisti; per Mosca, periferia occidentale del Russkij Mir, il mondo russo; per Kiev, terrore a causa del possibile ruolo della Transnistria nell’operazione russa a Odessa; per l’Occidente, fiume poco conosciuto ma potenzialmente strategico in caso di ingresso di Chisinau nell’Unione Europea. Arrivati all’ansa del Nistru, si giunge alla piccola località di Molovata, da cui partono i traghetti che, otto volte al giorno, consentono alla Moldavia di battere bandiera sul fiume. Tra le rane che nel limpido corso del Nistru gracidano rumorose, segno di un’acqua poco inquinata, le rondini che si tuffano sugli sciami di insetti vicini al fiume, qualche rara volpe che si ristora nella calura di maggio, ogni due ore una lunga fila di camion, furgoni, auto, moto si affastella per raggiungere, sull’altro fronte del Nistru, Molovata Nouă. Il traghetto è l’unica presenza umana sul fiume: pur ampio e pescoso, molto più dell’altro fiume del Paese, il Prut, il Nistru non è sfruttato economicamente da un popolo a vocazione agricola e pastorale. Il traghetto è però un’arteria importante. “Da Molovata passa tutto quello che rifornisce il nostro distretto”, ci ricorda Mițcul, “e questo alimenta il nostro senso di isolamento anche in assenza di una vera minaccia diretta”.

Sul transito del Nistru, invero, tutto scorre tranquillo. Un fattore di un villaggio vicino Molovata porta un carico di pulcini e anatroccoli da vendere nei villaggi oltre il Nistru; un cittadino moldavo che parla perfettamente l’italiano ed è originario della capitale parla con distensione delle terre in cui si sta dirigendo: “Ci sono città nelle terre in cui abito in cui i rapporti sono più tesi”, dice scherzando. Abita a Vicenza e la moglie è originaria della zona controllata dai moldavi oltre il Nistru. La macchina della polizia e un camion della posta moldava sul traghetto portano la targa della Transnistria. L’atmosfera è rilassata sia alla partenza che all’arrivo, ove un annoiato peacekeeper russo, un ventenne imberbe, osserva il transito dei mezzi.

Il Gruppo operativo di truppe russe, erede della 14^ Armata rossa, non ha mai abbandonato il Paese. L’obiettivo principale del Cremlino è porre in sicurezza le oltre 20mila tonnellate di munizioni ancora presenti a Cobasna/Kolbasna, nel distretto transnistriano di Rîbnița. Gran parte delle munizioni di produzione recente (vecchie almeno 30 anni) e riutilizzabili sono state spostate in Russia. Qui giacciono armi in gran parte inutilizzabili, addirittura prodotte nel lontano 1936, ma che in caso di incidente fortuito o doloso provocherebbero una deflagrazione “simile a una bomba atomica”. Con tutti i danni ambientali e alla salute connessi.

La zona del Nistru, lontano dalla capitale secessionista Tiraspol e dal conteso deposito d’armi di Cobasna, in quest’ottica sembra piuttosto fuori dalla storia. Si ragiona di problemi pragmatici: “Spesso le autorità transnistriane impediscono ai nostri agricoltori il movimento nei loro campi”, ci dice Mițcul, “e questo è un problema data la nostra dipendenza dalle produzioni agricole”. Da una parte e dall’altra, la Transnistria assomiglia a un grande vivaio, tra vigneti, campi coltivati a colza, fattorie. Cavalli e capre vagano in semilibertà, attraversano le strade, sostano nella calura. Viene da chiedersi se questa terra vale davvero una nuova escalation bellica e dove sia l’odio reciproco di cui spesso, da chi scrive lontano dal campo, si legge in riferimento al rapporto tra Moldavia e Transnistria.

Oltre il tracciato Tiraspol-Camenca, a est, è sovente impedito agli agricoltori moldavi di raggiungere le proprie terre, che si estendono fino a 500 metri dal confine ucraino. Con lo stratagemma delle esercitazioni militari delle truppe della Repubblica moldava nistriana, le autorità di Tiraspol impediscono il regolare raccolto ai contadini locali. D’altronde ogni spostamento è “contrattato” con la repubblica secessionista: lo stesso Mițcul ci mostra il foglietto come migrante a tempo determinato per poter accedere al capoluogo Dubăsari e al ponte che collega la Transnistria alla Bessarabia, il vero cuore della Moldova.

Certo, il ricordo della violenza di ieri è vivo e forte. La guerra del 1992 non può essere scordata facilmente. La memoria è viva a Cocieri con il monumento ai caduti nella guerra di trent’anni fa. Viva a Bender, enclave occupata dai transnistriani oltre il fiume nel versante opposto, cittadina di stirpe turca e non russofona su cui Chisinau non ha sovranità; ma collegare questo all’Ucraina sarebbe quantomeno spericolato.

Dopo aver precisato che il Gruppo operativo di truppe russe non è minimamente in grado di minacciare l’oblast’ di Odessa – in larga misura per carenza tecnica e di uomini – il segretario del Consiglio confida che “anche qui i russi potrebbero essere accolti con i fiori; esattamente come in Ucraina”. Né i moldavi né i russofoni locali paiono vogliosi di alterare lo stato di tranquillità che il limpido fiume Nistru infonde su entrambe le sponde. Ma se le forze armate moscovite – una volta conquistata/bypassata la città di Odessa – dovessero raggiungere il principale corso d’acqua della Moldavia, sarà necessario instaurare un regime di visti agevolati per permettere i ricongiungimenti familiari tra chi abita le placide sponde del Nistru.