Da Cipro. La benna della ruspa vibra, poi scatta in avanti e la terra inizia a tremare, franando sotto i colpi che ne mangiano le zolle. A manovrare il bestione giallo è un tecnico turco-cipriota dall’aspetto di giannizzero, che sonda delicatamente il terreno centimetro dopo centimetro.Sotto la supervisione attenta di due archeologi scava alla ricerca dei cadaveri di sei persone uccise durante la guerra del 1974 e mai ritrovate. Dopo quarant’anni un testimone ne ha indicato in questo campo il luogo di sepoltura. Se i cadaveri verranno trovati, si procederà all’identificazione e alla restituzione alle famiglie d’origine.

Quella delle persone disperse è una delle ferite più brucianti nella storia recente dell’isola di Afrodite. Una vicenda che ricorda per tanti aspetti quella dei desaparecidos sudamericani. Fra gli anni Sessanta e Settanta, oltre duemila persone andarono disperse in seguito alla pulizia etnica scatenatasi fra le comunità greca e turca e soprattutto in conseguenza dell’invasione turca del 1974.

Mezzo secolo dopo, milletrecento salme attendono ancora una sepoltura degna, occultate sotto un albero o gettate in un pozzo. Nascoste agli occhi del mondo.A ricucire questo strappo doloroso lavora, dal 2006, la Committee for missing persons, con l’obiettivo di ritrovare quante più persone possibile per poterne stabilire l’identità e riconsegnarne i resti alle famiglie. In dieci anni, oltre settecento ciprioti delle varie etnie sono stati riesumati e riuniti, sia pur nella morte, con i propri cari.

“Prima raccogliamo le informazioni dai testimoni – ci spiega l’antropologa turco-cipriota Istenc Engin – Poi gli archeologi procedono agli scavi. Con i resti trovati nel terreno si procede alla composizione del corpo, quindi all’esame del Dna. Poi non resta che avvisare le famiglie che il loro caro è stato trovato”.

Nei laboratori vengono raccolti anche gli oggetti personali trovati addosso ai cadaveri: bottoni, orologi, occhiali e denti d’oro. Altrettanti macabri indizi nel tentativo di dare un nome ai vari mucchi di ossa. Alcuni casi richiedono alcuni mesi, altre possono durare anche cinque o sei anni. Per evitare complicazioni politiche, la Commissione si limita a identificare i corpi, senza stabilire le cause della morte.Quelle, spesso, vengono ipotizzate dai parenti di questi desaparecidos mediterranei, vittime di una guerra fratricida scoppiata fra comunità che fino a pochi anni prima di combattersi convivevano pacificamente.

“Nel 1974 avevo vent’anni – ricorda George Iconomides, vicesegretario dell’Associazione pancipriota per le persone scomparse – I turchi sbarcarono proprio sulla spiaggia davanti a casa nostra. Quella sera ero andato al villaggio vicino con mio fratello. Quando tornammo a casa non trovammo più i nostri genitori né mia sorella: erano spariti. Da allora non li ho più visti. Ho chiesto alla Croce Rossa, al governo turco, alle Nazioni Unite ma non c’è stato niente da fare.”

Quindi fa una lunga pausa silenziosa, poi riprende a parlare. “Dopo la riapertura dei confini nel 2004 siamo ritornati a vedere la vecchia casa – racconta – Non ho riconosciuto il posto, poi l’ho trovata. Vi si era installata una famiglia di turchi, ma non ci hanno lasciati entrare.”

La storia di Iconomides è solo una delle tante che perseguitano la memoria di migliaia di ciprioti. Qualcuno lavora anche agli scavi.È il caso di Andri, archeologa impiegata nelle ricerche alle fosse comuni: “Sono figlia di rifugiati, i miei genitori abitavano a nord ma a causa della guerra dovettero scappare – mormora mentre ci conduce alla sede delle Commissioni – È un lavoro molto duro: quando sognavo di fare l’archeologa non avrei mai immaginato di dover cercare le ossa dei miei parenti.”

Con il passare degli anni, però, i cadaveri riesumati sono stati quasi tutti identificati e il lavoro di scavo rischia di bloccarsi. La Turchia rifiuta di rivelare i luoghi delle sepolture, spiega a Gli Occhi della Guerra il commissario presidenziale cipriota per le persone scomparse, Fotis Fotiou. Una sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo ha certificato i crimini di guerra, ma l’esercito di Ankara insiste a non comunicare le modalità delle esecuzioni sommarie.Gli archeologi e i genetisti, sia turchi che greci, continuano a lavorare agli scheletri ancora da identificare. La ruspa gialla seguita a scavare. Ma quando avrà riesumato anche i sei cadaveri sepolti nel campo lungo l’autostrada, bisognerà convincere la Turchia ad aprire gli archivi militari. Gli ultimi testimoni ormai stanno morendo: la corsa contro il tempo è aperta.

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