C’era fermento a Sarajevo, in quello strano febbraio del 1984. Le Olimpiadi invernali erano alle porte, tra l’incredulità e l’aspettativa generale dopo l’assegnazione dei primi Giochi in un Paese comunista. Da settimane alcune migliaia di giovani di tutta la Bosnia si esercitavano ogni giorni a provare la coreografia per le cerimonie di apertura e di chiusura. Per evitare il rischio che qualcuno mancasse a causa dell’influenza, tutti si erano immunizzati con potenti vaccini. La percezione di tutti gli abitanti era che la storia stesse per raggiungere la loro città. Sarajevo splendeva, le strade erano affollate, negozi, ristoranti e bar erano aperti tutta la notte ed erano pieni di gente. Migliaia di persone camminavano su e giù per la città, si parlava ad alta voce e si comunicava a gesti, si scattavano foto, si rideva senza motivo, solo perché il mondo era lì. «Ci pareva di essere nel centro del mondo», ripetono ancora oggi i sarajevesi.

Erano giorni bellissimi. In effetti a molti sembrò di vivere una fiaba, perché una volta i Giochi olimpici venivano organizzati dai paesi ricchi e occidentali. E la Bosnia era ancora considerata, anche da altre Repubbliche comuniste jugoslave, un «mondo tenebroso». Ma gli elementi della favola c’erano tutti: i XIV Giochi Olimpici ottennero i record della partecipazione di 1272 atleti provenienti da quarantanove Paesi, della copertura da parte di oltre settemila giornalisti, della vendita di 250mila biglietti per un guadagno di 47 milioni di dollari. Grazie ai Giochi furono creati 9500 nuovi posti di lavoro.  Tutto, però, finì quel 19 febbraio, con la cerimonia di chiusura delle Olimpiadi. Quella favola è ancora testimoniata dai simboli ormai logorati ancora oggi disseminati in tutta la città, ma anche dai segnali stradali che indicano la «montagna olimpica». Perfino la mascotte dei Giochi «Vučko» è ancora uno dei gadget più venduti a distanza di trent’anni.

Dieci anni dopo la fine delle Olimpiadi, quel paradiso era ormai un inferno di sangue e morte. Perfino le rappresentazioni materiali dell’orgoglio bosniaco diventarono il palcoscenico degli orrori. Il villaggio olimpico venne adibito a fortino, ogni struttura fu utilizzata come postazione bellica. Quei boschi che pochi anni prima erano stati habitat di gioia e speranza erano ora percorsi da uomini in guerra tra loro. Nulla venne risparmiato. Il monte Trebevic fu uno di questi scenari. Qui, a duemila metri di altezza, erano state installate le piste da bob.  Quando la montagna fu completamente ricoperta di mine, furono proprio le piste di cemento a costituire un viadotto sicuro da percorrere per evitare di morire su una bomba. Ancora oggi la zona non è completamente sminata e sono in molti a sconsigliare di addentrarsi tra la foresta, dove proprio un mese fa è stata ritrovata l’ennesima mina inesplosa.

Trebevic svetta rivolgendosi verso la città e da qui la vista è a tutto campo. A bordo di un dirupo rimane lo scheletro di un albergo, in cui alloggiavano ospiti e spettatori. Ai tempi della guerra, era una postazione di artiglieria dalla quale i serbo-bosniaci cannoneggiavano la città. «Questo era il mio albergo preferito, guarda che vista c’è. Lo ha bombardato la Nato», mi dice Tarik.  Nessuno si aspettava di essere travolto da una feroce guerra, le cui conseguenze sono ancora tanto visibili. Oggi, con la memoria sedimentata su esperienze e conversazioni, sono gli stessi abitanti a vedere il conflitto e le Olimpiadi come gli antipodi della propria Storia recente. E l’effetto che Sarajevo offre ai suoi visitatori è ancora quello di una città a metà tra la luce dell’incontro di popoli e l’ombra delle tensioni.

 

Tutte le foto di Marco Ferraro

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