«Se sarà eletto presidente, mi darà la sua prima intervista?». Era il 2009, ed era la terza volta che parlavo con lui dopo averlo conosciuto poco dopo la caduta dei talebani nel 2001. Nel 2014, non senza polemiche, Ashraf Ghani, ex ministro dell’Economia fino a che non ha detto basta, ex dirigente della Banca mondiale, è diventato il presidente dell’Afghanistan. Ora, quando lo incontriamo non è un bel momento: povertà, insicurezza, violenza, voglia di fuggire, non solo perché si muore, ma perché non si ha speranza. Da una parte il ritiro delle truppe internazionali ridotte a un pugno di uomini, dall’altra i talebani e l’Isis che ne approfittano. Senza contare le milizie dei Signori della guerra, di giorno parlamentari e nel tempo libero i combattenti di una volta. A Kabul il palazzo presidenziale è sovrastato da un gigantesco dirigibile radar americano. Vicino c’è l’edificio della Cia e viali di rose. Controlli su controlli, mi prendono il telefono, le penne che, mi spiegano, potrebbero essere usate come armi. Ghani, antropologo di etnia pashtun, ha una moglie libanese cristiana che fa la First lady, contrariamente alle consorte dell’ex presidente, mai mostrata in pubblico. Ha il volto tirato e i modi gentili.

Qual è oggi il ruolo dell’Afghanistan nella regione?

«L’Afghanistan è una piattaforma per l’instabilità: gruppi terroristici regionali e internazionali tentano di creare un sistema che porti a una minaccia a breve, medio e lungo termine alla stabilità globale e regionale e noi siamo la linea del fronte. Poi c’è l’eredità degli ultimi 40 anni. Stiamo soffrendo per un conflitto imposto, grazie alla mancanza di regole del gioco, che riguardano gli obblighi di altri Stati. L’Asia del sud è la regione meno integrata economicamente, noi potremmo essere un’immensa base di partenza per creare relazioni».

Cosa può offrire il suo Paese?

«In termini di risorse minerarie siamo un paese florido, un terzo delle nostre ricchezze naturali vale tra gli uno e i tre miliardi di dollari. È la tragedia di un paese molto ricco, abitato da gente molto povera. L’obiettivo è diventare un paese abitato da una classe media. Le nostre risorse di acqua sono immense e fluiscono nel resto della regione. Nei prossimi dieci anni, indipendentemente del riscaldamento globale, le nostre risorse saranno importanti, così come quelle del gas, per noi e per i nostri vicini».

E sotto il profilo sociale?

«Il 70 per cento della popolazione ha meno di 35 anni e solo il tre per cento ha oltre 60 anni. La crescita dei giovani è cruciale per la stabilità regionale e ora, visti i movimenti migratori, è importante anche per la stabilità globale. Importanti sono anche le donne che rappresentano la maggior parte della popolazione perché centinaia di migliaia di uomini sono morti combattendo. Le donne devono diventare attori economici attivi, impegnate a creare una società stabile e un’economia fiorente».

Perché ci sono paesi che contano sull’instabilità dell’Afghanistan?

«Storia, mentalità, interessi a breve termine. La legge internazionale è debole e manca di meccanismi per implementarla. Alcuni governi nel mondo e in particolare in questa regione (Pakistan, ndr), sponsorizzano attori non statali come strumenti di politiche di Stato, e credevano non ci sarebbe stato un effetto boomerang anche sulle loro società. C’è chi pensa ci sia differenza tra terroristi buoni e cattivi, buoni quelli usati contro i propri vicini, cattivi quelli che minacciano i propri interessi, ma i fatti dimostrano che è un errore».

Quale è ora la sfida più grande?

«La povertà. Stiamo combattendo per la nostra sopravvivenza, ma non verremo spinti verso una pace temporanea. Il 50 per cento degli accordi di pace si rompono nel giro di cinque anni perché non sono stati ben pensati. La pace deve essere duratura, all’interno di una cornice costituzionale che non abbia condizioni arbitrarie. Bisogna anche sia chiaro che noi non abbiamo iniziato la guerra. Ma quando ti viene imposta, non hai alternativa che difenderti. Sono gratificato che la nostra opinione pubblica lo capisca. La gente sa cosa ci sia in gioco, ma questo non lo rende più semplice».

Cosa significa governare un paese sempre in guerra?

«La mia lettura peggiore è al mattino presto, quando vedo le stime delle vittime. Non sono numeri, sono vite tagliate troppo presto, sono opportunità negate, dietro a ogni numero c’è una bambina che piange, un orfano, una madre in lutto, una moglie che soffre».

Non ci sono mai stati così tanti giovani che vogliono lasciare il paese.

«Viviamo in un mondo globale. L’Europa è attraente, ha un problema demografico e ora non è distante. Ho ereditato un paese povero, nonostante l’aiuto internazionale, un paese dove la corruzione non può essere cancellata in un mese. Avete sperimentato sulla vostra pelle la mafia e l’antimafia in Sicilia e potete capire quando la corruzione si intreccia con le istituzioni. Superarla richiede uno sforzo estremo. Le persone che partono non sono i più poveri, c’è un’economia criminale che richiede dai 10 ai 15mila dollari per finanziare e coordinare un viaggio illegale. La tragedia è che dall’altra parte le strade non sono asfaltate d’oro. L’unica soluzione per gestire il fenomeno, è creare le condizioni per relazioni che possano offrire opportunità».

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