Arrivo a Cuba: l’assedio contro la popolazione

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All’atterraggio all’Avana, i passeggeri applaudono. Fuori, splende il sole, le palme immobili, l’aria tiepida. “Guardati bene intorno,” mi dice un giornalista americano che viene a Cuba da anni. “Non ti sembra strano? Sembra tutto normale. Ma in quest’isola si sta morendo di fame”.

Cuba è stretta dall’embargo economico decretato dagli Stati Uniti dal 1962, come ricorda con dovizia di particolari un signore che si aggira per le vie del centro e che un tempo intratteneva i turisti per strada facendo chiacchierare il suo pappagallo per qualche soldo. “Fu di febbraio [1962] l’ordine esecutivo del presidente Kennedy, quando firmò per imporre l’embargo … Queste sanzioni sono state riconfermate da tutte le amministrazioni successive [democratiche e repubblicane ndr.], ma Donald Trump è stato implacabile”.

Nelle parole dei suoi stessi architetti, l’obiettivo dell’embargo era “provocare fame, disperazione e rovesciare il governo”. Nel tempo, le misure si sono evolute, adattate, irrigidite. Dopo un parziale allentamento durante la presidenza Obama, allentamento che ha riguardato solo il settore turistico, la prima amministrazione Trump ha introdotto oltre 200 nuove restrizioni, colpendo in particolare il turismo, le rimesse – soldi dei residenti all’estero inviati in patria, a parenti e amici – e l’accesso al sistema finanziario internazionale. Le sanzioni sono state mantenute fino alla presidenza Biden, eccezion fatta per una richiesta mossa da quest’ultimo al Congresso pochi giorni prima dell’insediamento di Trump (gennaio 2025), il quale l’avrebbe sicuramente ritirata, nella quale si chiedeva di togliere Cuba dalla lista degli Stati sponsor del terrorismo, cancellazione che poteva eliminare alcune restrizioni. Ma si trattava più di un gioco di prestigio per mettere in difficoltà Trump che altro. Da gennaio 2026, alle sanzioni precedenti si è aggiunto il blocco totale imposto da Trump su pressione dell’implacabile Segretario di Stato Marco Rubio, cubano- americano da sempre ossessionato dal regime-change sull’isola.

“La maggioranza dei cubani sostiene Castro… non esiste un’opposizione politica efficace… l’unico mezzo per alienare il sostegno interno è attraverso il disincanto e il malcontento basati sull’insoddisfazione economica e sulle difficoltà materiali… ogni mezzo possibile dovrebbe essere intrapreso con urgenza per indebolire la vita economica di Cuba… una linea d’azione che, per quanto abile e poco appariscente possibile, produca il massimo effetto nel negare a Cuba denaro e forniture, per ridurre i salari nominali e reali, e provocare fame, disperazione e il rovesciamento del governo.”

Lester D. Mallory, vice assistente del Segretario di Stato per gli Affari Inter Americani, 1960

Appena fuori dall’aeroporto, dove, come mi dicono fiere alcune dipendenti, funziona ancora il wifi, si inizia ad avere il sentore della situazione. Non c’è quasi nessuno. La strada all’uscita degli arrivi è deserta. Qualche persona ad accogliere i propri familiari, pochissimi taxi. I due tassisti (lavorano insieme, si dividono i proventi) che mi accompagneranno a Vedado, un quartiere residenziale dell’Avana, non sono venuti in macchina, costa troppo, ma su un triciclo elettrico, una motocicletta con attaccato un carretto per i passeggeri. 

“Andremo piano, cercheremo di usare solo il motore elettrico”, mi spiega l’autista. Accadrà spesso nei giorni successivi di viaggiare con un occhio alla strada e un altro allo schermo per controllare la carica della batteria, regolando la velocità per non usare benzina. “La benzina è difficile da trovare. Un mese fa si poteva trovare a 300 pesos a litro, ora ne costa 5.000 (10 dollari)”, mi dice. “Tutto si è moltiplicato tremendamente, la situazione è difficile, però qui stiamo…”

All’interno dell’Avana il trasporto pubblico è completamente collassato. In quattro giorni ho incrociato solamente tre autobus pubblici, stracolmi. Gli spostamenti avvengono attraverso taxi privati sui quali montano fino a otto, nove persone. Per muoversi da un quartiere all’altro, spesso senza semafori funzionanti per via degli apagones, i blackout quotidiani  sempre più lunghi giorno dopo giorno, il costo medio del carburante varia tra i 300 e gli 800 pesos, un dollaro o poco più, costi insostenibili per la gente comune. I taxi sono ormai per pochi, sempre che quei pochi li trovino.

Alle fermate o lungo le strade principali le persone attendono di poter salire su una macchina privata adibita a taxi, sui taxi triciclos o, più raramente, su un taxi statale. “Noi cubani abbiamo tutto il tempo del mondo perché qui il tempo non esiste,” mi dice sorridendo una ragazza alla fermata del bus – che non passerà – quando le chiedo da quanto aspetta. “Non dobbiamo andare da nessuna parte perché non c’è lavoro e comunque non potremmo arrivarci in orario perché non ci sono i mezzi di trasporto. Così, per la maggior pa\rte del tempo, aspettiamo…”.

Non serve uscire dall’Avana per avere un’idea di quanto sia difficile, se non impossibile, spostarsi. Grazie a contatti locali vengo invitata ad Alamar, uno dei quartieri più periferici e popolari della capitale. Per raggiungerlo, dal mio alloggio, un’automobile impiegherebbe poco meno di mezz’ora ma, come mi spiegano alla fermata, dovrò cambiare due taxi pubblici, sempre che riesca a trovarli. Mentre mi guardo intorno sento qualcuno gridare il nome della mia destinazione, Alamar, così mi avvicino e salgo su un’auto già piena. Mi faccio piccola.

“Stiamo aspettando che entrino almeno altre due persone,” mi spiega l’autista, “altrimenti non posso partire”. Non gli conviene. Il bambino seduto di fronte a me, accaldato e schiacciato tra i genitori, spalanca gli occhi e guarda la madre. “Ma come ci stanno altri due, mamma?”. La frustrazione aumenta, si partirà dopo almeno quaranta minuti e il viaggio, tra cambi e imprevisti, durerà circa un’ora e mezza.

Alamar è un quartiere molto particolare. Costruito tra gli anni Settanta e Ottanta con il sistema delle microbrigadas, come usava allora: un gruppo di lavoratori, lasciando temporaneamente fabbriche e uffici, partecipava, retribuito, alla costruzione dei blocchi residenziali in cui poi sarebbe andato a vivere. E’ un paesaggio uniforme di edifici in cemento, pensato come complesso urbanistico autosufficiente, ormai fatiscente.

Vado a pranzo a casa di una delle residenti del quartiere. La sua famiglia può permettersi pesce e verdure perché lei, solitamente, vive in Spagna, quindi ha accesso alla valuta estera, preziosissima a Cuba, e i suoi genitori, che vivono stabilmente lì, hanno messo su un orticello con il quale si sostentano e un piccolo gazebo dove possono cucinare con fuoco e carbone all’aria aperta, per evitare di non poterlo fare durante i blackout, sempre più frequenti. Mentre passeggiamo tra le strade cosparse di immondizia e con rivoli di acqua fognaria che scorrono a cielo aperto, mi racconta fiera di quel periodo.

Dopo pranzo, mii mostrano il centro culturale del quartiere (Casa de Cultura Municipal), un tempo attivo e partecipato. Un luogo di ritrovo per piccoli e grandi dove si faceva arte, politica – si passavano le giornate insieme. L’embargo, distruggendo l’economia, annienta ogni aspetto della vita, e colpisce il cuore delle comunità: stare insieme, creare, discutere, immaginare…

La situazione dei trasporti è ancora più critica fuori dall’Avana, dove le opportunità di lavoro sono meno e lo stipendio raramente basta a coprire i bisogni essenziali. Molte persone restano in casa per gran parte della giornata: per ore senza elettricità, con il cibo che deperisce al caldo perché i frigoriferi non vanno, senza acqua corrente stabile, funestati da mosche e zanzare che stanno causando un’epidemia di dengue, e con sempre più difficoltà a mandare i bambini a scuola.

Eppure, l’istruzione resta uno dei pilastri del paese, un vero e proprio simbolo dell’isola. Cuba rivendica da decenni uno dei più alti tassi di scolarizzazione e alfabetizzazione dell’America Latina, frutto della riforma educativa seguita alla Rivoluzione e della campagna di alfabetizzazione del 1961, ancora oggi centrale nell’identità nazionale. “Parliamo, lavoriamo, ci reinventiamo…insomma, abbiamo la cultura che abbiamo grazie alla Rivoluzione”, mi dice un tassista laureato in ingegneria aerospaziale, che però da anni non può più lavorare nel suo settore perché la compagnia aerea cubana ha progressivamente ridotto l’attività (sotto sanzioni, trovare ricambi per i velivoli è sempre più difficile).

La scuola a Cuba è importante perché non solo educa, ma assicura anche un pasto ai fanciulli. Tutti i bambini delle scuole elementari dell’isola ricevono un pranzo giornaliero: un pasto semplice, spesso di riso e fagioli o riso e ceci, ma comunque garantito. Una rete di protezione fondamentale, soprattutto per le famiglie più povere, che però l’attuale stretta sull’isola sta mettendo sempre più a rischio.

Durante il mio soggiorno all’Avana ne parlo, tra le altre cose, con Ed Augustin, giornalista freelance che lavora a Cuba, il cui dossier sugli effetti delle sanzioni economiche sulla popolazione è apparso sulla prima pagina del New York Times poche settimane fa. È lui a spiegarmi che questa fonte di supporto sta cedendo. Con il blocco energetico e le conseguenze a cascata sulla produzione agricola e sulla distribuzione, anche la capacità dello Stato di garantire quell’unico pasto si sta erodendo. Il cibo destinato alle scuole arriva con sempre maggiore difficoltà. “L’altro giorno sono andato nell’Avana Vieja [il cuore della città]”, racconta, “e ho visto i bambini che tornavano a casa a mezzogiorno perché non c’era il pranzo… sempre più persone sono affamate”, conclude.

Il confronto con il Periodo Especial, gli anni successivi al crollo dell’Unione sovietica, ritorna spesso nelle conversazioni; non come riferimento storico astratto, ma come chiave per leggere il presente. Allora, con il collasso dell’URSS, Cuba perse improvvisamente il suo principale sostegno economico e la principale fonte di petrolio. Oggi, mi viene spiegato, lo schema è simile: al posto dell’URSS c’è il Venezuela, che per anni ha fornito all’isola una quota decisiva del suo fabbisogno energetico, fino a circa l’80% del petrolio importato. Con il rapimento di Maduro, l’approvvigionamento è finito.

Cerco di capire quanto le situazioni siano comparabili. Un signore mi risponde senza esitazione: la differenza è netta, ma il risultato è simile. Allora non c’era cibo, ma c’erano ancora soldi per comprarlo. Oggi il cibo si trova, ma non ci sono i soldi per acquistarlo.

Nei negocios particulares, i negozi privati, quindi collegati a canali di approvvigionamento più flessibili e spesso esterni al circuito pubblico, gli scaffali sono pieni. Ma i prezzi sono completamente scollegati dai redditi. Latte, carne, prodotti di base costano molto più di uno stipendio mensile medio, che si aggira sui cinque dollari: petti di pollo a 8 dollari, riso a 2 dollari, shampoo a 10. Al di là delle più o meno adeguate politiche del governo, l’incremento così drastico dell’inflazione, che Cuba condivide con altri Stati pesantemente sanzionati dagli Stati Uniti, è provocato dal rafforzamento del blocco economico ed esacerbato dalla quasi totale assenza di petrolio. 

Ripenso al volo pieno di cubani americani atterrati con me all’Avana. Per loro, e per me, il cibo c’è perché abbiamo la valuta estera per acquistarlo. È per la maggior parte della popolazione che non c’è; e i primi a soffrirne sono i deboli, vecchi e bambini.

“Con questa fame, con questa disperazione, come si può pensare che qui si possa fare politica, che si possa realmente parlare di qualsiasi cosa?” Mi risponde, esasperato, un ragazzo incontrato una sera a un bar al quale avevo posto alcune domande. Disperazione è la parola più ricorrente qui. L’embargo, d’altra parte, serviva proprio a questo: ha funzionato.

Come vedremo, le conseguenze devastanti del blocco riguardano anche il settore della sanità pubblica, anch’essa, come l’istruzione, un tempo fiore all’occhiello del Paese. Continua…


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