Dall’inizio del conflitto in Siria sono stati frequenti gli scontri e le incursioni di gruppi jihadisti in territorio libanese, in particolare nella regione montagnosa del Qualamun, teatro, nel 2014, di una pesante offensiva da parte dei jihadisti di al Nusra e Daesh, respinta dai miliziani di Hezbollah. Gli ultimi scontri tra al Nusra e Daesh sul confine nord-orientale del Libano si sono verificati alla fine di gennaio, e per proteggere questo confine dalle incursioni dei jihadisti negli ultimi anni hanno perso la vita molti militari dell’esercito libanese.

Lea Akouri è la vedova del tenente colonnello dell’esercito libanese Sobhi Akoury, morto nel 2007 proprio nella battaglia di Naher el Bared, contro i jihadisti di Fatah al Islam. Dopo la tragica scomparsa di suo marito Lea ha deciso di creare un’associazione a lui intitolata che si occupasse di aiutare gli orfani e le famiglie dei militari dell’esercito libanese caduti combattendo contro i terroristi.

Quanti sono gli orfani di cui vi occupate?

Il numero degli orfani dei militari è variabile e purtroppo aumenta di anno in anno, perché sono sempre di più i soldati che perdono la vita per proteggere il Paese dagli attacchi dei jihadisti, che si sono moltiplicati a causa del conflitto siriano. Di conseguenza è aumentato anche il pericolo per i nostri soldati.

Cosa fate per loro?

La nostra associazione porta avanti annualmente diversi progetti per prendersi cura delle famiglie dei martiri dell’esercito libanese. Il nostro scopo è dimostrare ai ragazzi quanto il Paese apprezza il sacrificio dei loro padri, ed è per questo che tutti i nostri eventi sono sponsorizzati direttamente dal capo di Stato Maggiore delle forze libanesi, il generale Jean Kahwagi. Organizziamo viaggi dentro e fuori dal territorio nazionale, campi estivi ed invernali, eventi sociali e distribuiamo regali ai bambini e ai ragazzi per il Natale, per la festa della Mamma e per il Ramadan. Ogni anno ci occupiamo di realizzare un documentario sui militari caduti che va in onda l’ultimo giorno dell’anno su tutti i canali nazionali. I nostri ragazzi hanno anche visitato per due volte l’Italia e conoscono moltissimo del vostro Paese grazie ai militari italiani del contingente UNIFIL, con cui hanno passato momenti indimenticabili e che hanno insegnato loro anche come preparare la pizza.

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Cosa fa l’esercito libanese per proteggere il Paese dalla minaccia di Daesh?

Nonostante l’instabilità in Siria il morale dei nostri soldati è molto alto e le nostre forze armate continuano a mantenere un alto livello di reattività. L’unica cosa che manca loro è un migliore equipaggiamento e delle armi più moderne. La minaccia di Daesh è presente soprattutto ai confini nord-orientali del Libano, dove i jihadisti hanno già tentato senza successo di infiltrarsi e di diffondere l’instabilità nel nostro territorio, ma sono stati sempre respinti. Nella lotta all’Isis l’esercito libanese è supportato da tutte le comunità che compongono la nostra popolazione. L’esercito è infatti totalmente impegnato a proteggere il Paese da tutti i suoi nemici, interni ed esterni, ed è l’unica istituzione in Libano che ha mantenuto negli anni la propria credibilità, coesione e integrità nonostante le avversità che ha dovuto affrontare. La missione principale dell’esercito è quindi quella di evitare che i gruppi jihadisti che operano in Siria sconfinino in Libano e per questo sta lavorando duramente per accrescere e fortificare le proprie postazioni difensive e le fortificazioni. Torri di osservazione sono state installate sull’intero confine. L’esercito possiede inoltre molti strumenti per il riconoscimento e la sorveglianza che vengono usate per prevenire gli attacchi nel Paese. Il ruolo dell’esercito al confine con Israele invece è puramente difensivo e la situazione lì fortunatamente è pacifica da quando è stata dispiegata la forza di interposizione delle Nazioni Unite, UNIFIL. Infine, a causa del conflitto in Siria si sono riversati in Libano un milione e mezzo di rifugiati siriani che aumentano giorno dopo giorno. Questo è causa di problemi nel nostro Paese perché un 1,5 milioni di siriani rappresentano circa il 40% della nostra popolazione, e alcuni di loro vivono in condizioni di estrema povertà nei campi profughi sparsi nella Valle della Bekaa.

C’è qualche storia particolarmente significativa tra quelle delle famiglie di cui vi occupate?

Ci sono molte storie toccanti sui nostri martiri e sulle loro famiglie. Me ne viene in mente una delle più recenti, che mi è rimasta nel cuore. È quella di Zaki Rihbawi, un giovane soldato che perse la vita nella battaglia di Naher el Bared, nei pressi di Tripoli, in uno dei primi scontri contro i jihadisti salafiti di Fatah al Islam, in Libano. Zaki ha lasciato quattro figli, due ragazze e due ragazzi, tutti membri della nostra associazione. Due anni fa suo figlio maggiore, Michel, ha voluto seguire le orme del padre ed è entrato anche lui nell’esercito. Due mesi dopo, anche Michel ha perso la vita indossando la divisa dell’esercito libanese, come suo padre. Questo è un periodo particolarmente difficile per noi: nulla può compensare le perdite familiari, ma speriamo che il nostro amore e le nostre cure possano portare sollievo alle famiglie in questi tempi di prova.

E i ragazzi come vivono questa guerra ai confini, hanno paura?

I bambini e i ragazzi orfani non sono spaventati né dai terroristi né dal conflitto in Siria, finché l’esercito libanese combatte per proteggere la nostra nazione e per sconfiggere i jihadisti. I ragazzi rimasti orfani sono molto legati a questa istituzione. E sono molti quelli che, come nel caso di Michel, hanno scelto di seguire le orme dei propri padri, arruolandosi nell’esercito libanese non appena raggiunto il limite d’età.