Da Barcellona. Quando si parla del referendum per la secessione della Catalogna, si fa spesso riferimento a un popolo catalano unito contrario all’appartenenza della propria terra alla Spagna. Una semplificazione eccessiva che non tiene conto di un dato non irrilevante, almeno a livello numerico: gli indipendentisti, alle elezioni, non hanno mai ottenuto la maggioranza assoluta nel voto popolare. Il che significa che il popolo catalano, pur conoscendo un fenomeno secessionista estremamente rilevante, non è totalmente orientato verso le istanze indipendentiste propugnate in particolare dal Governo e dai partiti che collaborano con la presidenza di Carles Puigdemont. In un incontro qui a Barcellona con il fondatore di Societat civil catalana, Juan Arza, che si batte da tempo contro le derive secessioniste unilaterali del presidente Puigdemont, quella che è scaturita è un’immagine alquanto diversa da quella proposta da molti quotidiani mainstream e dalla stampa tipicamente legata a quel mondo naif e intellettuale che inneggia all’indipendenza catalana. “Gli indipendentisti vogliono apparire come Davide contro Golia, ma in realtà loro si comportano come il gigante”. E tra le cause principali di questa anomalia mediatica, c’è in particolare la capacità dell’uso dei mezzi di comunicazione da parte della propaganda secessionista che, a detta di Arza, è decisamente superiore a quella del governo di Madrid, ancora legato a una visione antica delle funzioni dell’esecutivo e incapace di mostrare all’opinione pubblica la sua vicinanza a tutti gli spagnoli, compresi i catalani. Tesi sostenuta anche dalla deputata di Ciudadanos nella Generalitat della Catalogna, Susana Beltran Garcia, che ci raggiunge per un breve saluto prima di riprendere le frenetiche attività dell’opposizione in vista di giorni di fuoco per la politica catalana.

Ci sono in effetti delle dinamiche per cui è difficile credere che la ragione sia tutta dalla parte dei secessionisti. Un popolo oppresso? “Parliamone” aggiunge Arza nel nostro colloquio. “Io sono catalano, e sono spagnolo, ma i miei figli sono obbligati a parlare catalano a scuola e ci sono ore di insegnamento dello spagnolo, come fosse un’altra lingua”. Il fondatore di Societat civil catalana ci ricorda inoltre il caso, non sporadico, di direttori scolastici e professori che hanno da tempo avviato un vero e proprio processo di ideologizzazione delle attività scolastiche, tanto che hanno portato gli studenti a manifestare considerando tutto questo come attività didattiche per comprendere cosa stesse accadendo a Barcellona. I professori sono uno strumento fondamentale nella crescita del fenomeno secessionista. Per anni hanno rappresentato la casta intellettuale che propagandato i sentimenti del catalanismo, riuscendo dopo molto tempo a penetrare la società ed imporsi nel dibattito pubblico. E questa sorta di elitarismo culturale permea ancora la questione indipendentista catalana, che sembra più forgiata su una dicotomia tra progressismo catalano e conservatorismo spagnolo, piuttosto che sull’appartenenza a una radice etnica distinta.

Questo è un altro punto su cui bisogna riflettere. I partiti indipendentisti catalani sono tutti fondamentalmente di sinistra. La Cup, movimento radicale interno alla frangia secessionista è non soltanto indipendentista, ma dichiaratamente anti-capitalista, anti-europeista e si rifà in modo esplicito all’esperienza repubblicana nella Guerra civile. E non è un caso se tra i gruppi della sinistra radicale indipendentista siano sempre più frequenti i contatti con la sinistra radicale basca legata, storicamente, al terrorismo dell’Eta. Questo radicalismo, che permea l’indipendentismo catalano, ha fatto sì che non solo la secessione diventasse monopolio dell’estremismo di sinistra, ma che sostanzialmente si creasse non più uno scontro fra Spagna e Catalogna, ma fra destra e sinistra. L’idea, in fondo, è che i semi coltivati durante la Guerra Civile, qui in Catalogna, ma in generale in tutta la Spagna, stiano ancora crescendo e dando i loro frutti, creando divisioni in tutta la società civile. Questa divisione giova a qualcuno? La destabilizzazione, fondamentalmente, non la vuole nessun governo. Eppure qualcosa si muove nell’ombra e fa comprendere come vi siano interessi internazionali anche dietro un tema come quello della Catalogna. Arza fa un nome, mentre mi indica che il tempo per la chiacchierata sta per finire: Assange. Secondo molti non è normale che Assange e alcuni gruppi mediatici russi di interessino della Catalogna e ne diano una visione favorevole alla secessione. Ci salutiamo con questo dubbio, ma resta una certezza: a perdere, in tutto questo, sono quei milioni di catalani che non vogliono la secessione ma che rappresentano effettivamente la maggioranza silenziosa più dimenticata dalla stampa europea.

Nel campo comunista di Goli Otok
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