Da Barcellona. Quello che traspare in queste settimane, è che a Barcellona la Guerra Civile non sia ancora finita. O meglio, non è mai finita, neanche con il franchismo al potere né con la fine del franchismo e la transizione democratica. La Spagna, attraverso la Catalogna, sta facendo i conti con il passato. Conti che non aveva mai voluto fare, consapevole che quella Guerra Civil non finì con una pacificazione di tutto il popolo spagnolo, ma con un vincitore e uno sconfitto e con migliaia di morti che ancora non hanno avuto il loro inquadramento storico. La questione catalana ha riportato alla luce le ombre di un passato che la Spagna non è riuscita a superare. Sentendo i discorsi dei separatisti catalani nelle piazze e nei comizi di questi mesi e di questi ultimi giorni, la parola “fascismo” è inserita quasi ogni volta. Si urla “No pasaràn!”, storico slogan delle milizie repubblicane nella Guerra Civile, si chiede la fine della monarchia, s’invoca una Catalogna democratica e antifascista contro il governo di Mariano Rajoy che è considerato emblema del franchismo e non di un partito – il Partido Popular – che è della famiglia del conservatorismo europeo. Nella manifestazione di chiusura della campagna referendaria, inscenata alle pendici del Montjuïc, i leader dei comitati di base che hanno portato avanti da sempre la lotta secessionista sono tutti, inevitabilmente, legati al passato della Guerra Civil. Nessuno manca di inneggiare alla repubblica antifascista di Catalogna come futuro per la comunità autonoma. E nessuno evita di fare il nome di Mariano Rajoy paragonando i suoi metodi a Francisco Franco. Ed è facile imbattersi in persone, sia ragazzi che adulti, che ritengono questa lotta non soltanto una lotta di rivendicazione nazionale, ma la lotta a una rivendicazione politica. L’idea di fondo è che qui non si vuole promuovere un nuovo Stato perché la Catalogna ha un’identità territoriale, etnica e culturale differente dal resto della Spagna. Quello che scaturisce dai discorsi dei leader ma anche dalla gente in piazza, è che si è di fronte a una scelta per certi versi rivoluzionaria: l’intento è di costruire una società nuova, diversa da quella cui è abituata la Spagna. E a conferma di questo, molti leader secessionisti, arringando la folla sul palco del Montjuïc, hanno parlato di femminismo, di lotta di classe, di monarchia come furto verso il popolo e sono stati lanciati slogan a favore dei rifugiati e dei migranti.

La lotta separatista in Catalogna passa dunque, inevitabilmente, per una sorta di resa dei conti con il passato. E in questo senso, il fatto che al governo di Spagna ci sia il Partido Popular e non la sinistra ha certamente influito sullo sviluppo del dibattito secessionista di Barcellona e dintorni. I toni non sono di sfida territoriale, ma di vero e proprio redde rationem. I fantasmi del passato stanno tornando e lo fanno in una città che ha rappresentato tantissimo proprio durante il periodo della guerra. Qui si ebbero i primi piani di collettivizzazione dei mezzi di produzione, qui si ebbe la resistenza più feroce di comunisti e anarchici contro il franchismo e la lotta intestina fra i movimenti della sinistra antifascista, qui ci furono tra i peggiori crimini contro i sacerdoti e i cattolici della regione. E fu qui che si ebbe una delle repressioni più dure imposta prima dall’esercito di Franco e poi dal regime una volta preso il potere. Anche l’Italia partecipò attivamente alla presa di Barcellona da parte dell’esercito nazionalista, con i massicci bombardamenti ad opera dell’Aviazione legionaria che uccisero centinaia di persone.

Passati decenni e con una nuova Costituzione, quei fantasmi sono tornati a Barcellona e sembra difficile poterli scacciare definitivamente. Comunque vada a finire questa vicenda referendaria, è chiaro che si è giunti a un punto di rottura per cui la riconciliazione appare veramente un qualcosa di complesso. C’è un muro ideologico a dividere secessionisti e unionisti che non è solo appartenere o meno alla Spagna, ma proprio accettare di far parte di un sistema. Il separatismo non è solo frutto di rivendicazioni culturali ed economiche e di ragioni storiche, ma è soprattutto, in particolare a Barcellona, un qualcosa di politico. C’è il Regno di Spagna e c’è la repubblica di Catalogna. Uno è destra, l’altra è sinistra. E questo pone tutta una serie di problemi non solo per il futuro della Spagna, ma anche per il futuro della Catalogna, dove sarà sempre più evidente la frattura tra due anime della regione che sembrano incapaci di poter mettere da parte il passato.

Nel campo comunista di Goli Otok
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