Da Kiev. Il viaggiatore che arriva all’aeroporto di Kiev-Boryspil’ è accolto da enormi gigantografie di soldati disposte nella sala delle partenze.Un monito che serve a ricordare la guerra combattuta dall’Ucraina contro i separatisti delle Repubbliche Popolari di Donetsk e Lugansk: porzioni di territorio che nella primavera del 2014 hanno dichiarato unilateralmente la propria indipendenza e dove ancora oggi si combatte un conflitto a bassa intensità.

Le autorità di Kiev preferiscono classificarlo come “operazione antiterrorismo” e rigettano nettamente la definizione di guerra civile: chi usa questa formula passa dei guai.Ne sa qualcosa il giornalista di opposizione Ruslan Kotsaba, incarcerato per quasi un anno e mezzo per aver diffuso un video in cui esortava i giovani ucraini a disertare la leva per non essere costretti a combattere una “guerra civile fratricida”. Non è facile incasellare un conflitto come questo, spesso combattuto da formazioni paramilitari e cittadini armati, con l’intervento di volontari da mezza Europa pronti a battersi per l’uno o per l’altro schieramento. Anche le forze speciali seguono da vicino le operazioni nell’est, sin dal 2014. E non vi sono dubbi che su entrambi i fronti vedano gli ucraini combattersi fra loro. Che parlino russo oppure ucraino, poco importa.Le ferite degli scontri nelle regioni orientali, però, lasciano la propria traccia anche nel resto del Paese, profondamente segnato da aspre divisioni. A Odessa – città simbolo della tragedia del 2014, quando decine di persone vennero trucidate barbaramente alla Casa dei sindacati, senza che sia stato ancora celebrato un processo degno di questo nome – la guerra è penetrata come una lama affilata nel cuore della società. Sugli autobus, grandi adesivi gialli e blu – i colori nazionali – esentano dal pagamento del biglietto “i combattenti dell’est”: un modo per contribuire allo sforzo bellico. Per sostenere le forze armate sono organizzate campagne di raccolta fondi via sms e raccolti milioni di dollari, senza contare gli aiuti dall’estero.Alle manifestazioni degli ultranazionalisti di destra di Pravy Sektor compaiono simboli nazisti come lo schwarze Sonne, emblema del misticismo delle SS di Heinrich Himmler. La passione per le insegne delle armate del Terzo Reich, d’altronde, è condivisa con il famigerato battaglione Azov. Un’unità dell’esercito nota per le simpatie neonaziste, al punto da aver scelto come proprio emblema il Wolfsangel: il disegno della “trappola per lupi” già insegna della divisione di SS “Das Reich”, responsabile di crimini di guerra durante il secondo conflitto mondiale.

Ai giornalisti che chiedono conto di questa simbologia inquietante, gli uomini di Pravy Sektor rispondono che i simboli runici sono antecedenti al nazismo e che il loro è un semplice desiderio di rifarsi alla tradizione slava.La loro ideologia si basa su un violento nazionalismo antirusso e in parte antioccidentale, che si richiama alla figura dell’eroe nazionale Stepan Bandera: animatore della resistenza antirussa durante la seconda guerra mondiale, collaborò con i nazisti per poi essere deportato nel lager di Sachsenhausen. Una figura complessa, come complessa e tormentata è la storia ucraina, segnata da una lunga successione di invasioni e conflitti.Non è un caso, forse, che ancora oggi gli estremisti delle opposte fazioni si insultino a suon di “nazisti” e “sovietici”.La divisione fra nazionalisti e filorussi è ben evidente anche nella geografia: i primi prevalgono nelle regioni occidentali del Paese, storicamente più vicine alla Mitteleuropa di tradizione germanica, mentre i secondi sono maggioritari nelle province orientali e in Crimea. Alcune grandi città cosmopolite come Odessa mal tollerano il nazionalismo aggressivo al potere da tre anni.Qui, dove la maggioranza della popolazione parla russo, l’imposizione di un’ideologia nazionale viene sopportata con fastidio. Ma la vulgata popolare, che identifica i nazionalisti come “stranieri” al carattere tollerante degli odessiti, trova sempre meno credito: i partiti di estrema destra fanno proseliti un po’ dappertutto, sicuri di un’impunità che raccoglie ogni giorno più conferme.Chi dell’impunità non ha bisogno sono i cittadini comuni, che con questo clima da guerra civile faticano a coabitare e che vorrebbero solo la pace sociale. Dimtry ha 25 anni, si arrangia facendo il meccanico ma sogna un impiego all’estero, magari in America: “Onestamente non spero che Odessa venga annessa alla Russia, ma se succede per me è ok – spiega fumando una sigaretta nel cortile di casa – Molti miei amici vogliono andare a lavorare in Crimea perché la paga è buona, ma di norma fra noi giovani non parliamo di politica. Ho un paio di conoscenti di Pravy Sektor, ma non hanno una vera coscienza politica. Lo fanno perché hanno del tempo da perdere…”.

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