Da Barcellona. Se c’è un dato abbastanza certo riguardo alla questione catalana, è che Mariano Rajoy ha commesso una serie di errori imperdonabili che hanno costretto la Spagna a giungere a questa situazione incandescente con la Catalogna. Il presidente del governo spagnolo ha da sempre sottovalutato il problema della Catalogna, sin quando non era a capo dell’esecutivo, sia quando è diventato premier per la prima volta. Da subito ha costruito un rapporto con la Generalitat fondato su una sorta di sufficienza o di superficialità che hanno reso impossibile il dialogo con le anime più radicali del separatismo di Barcellona. E oggi, arrivati al famigerato referendum illegale sull’indipendenza, c’è la resa dei conti per una politica di Rajoy che non ha mai veramente posto in essere azioni costruttive per ridefinire i parametri del rapporti con la Catalogna senza sfociare nella rottura. E questo è difficile da comprendere soprattutto se si considera che Mariano Rajoy non viene dalla centralista Madrid o dalla Castiglia profonda, ma è nato in Galizia, una delle regioni storiche fondamentali della Spagna e in cui ancora oggi esiste una forte rivendicazione culturale e identitaria alternativa, seppur interna, al Regno di Spagna.

Gli errori di Mariano Rajoy non sono recenti, ma iniziano da molto lontano. Già nel 2006, con l’approvazione del nuovo Estatuto de Autonomía della Catalogna, Rajoy, allora leader dell’opposizione al governo Zapatero, chiedeva a gran voce al governo di centrosinistra di indire un referendum in tutta la Spagna per far decidere al popolo spagnolo nel complesso se fosse d’accordo con questa nuova norma fondamentale della regione catalana. A quel tempo, curiosamente, Rajoy difendeva il referendum dicendo che il governo non poteva dire al cittadino di non poter opinare sull’autonomia della regione: un curioso caso del destino, verrebbe da dire. Nel frattempo, il Partido Popular di Rajoy formula una denuncia di incostituzionalità del nuovo Statuto al Tribunale Costituzionale. Quella denuncia al Tribunale costituzionale è stata l’inizio della valanga nel rapporto fra il leader del centrodestra spagnolo e la comunità catalana. Lo stesso Xavier García Albiol, leader del Pp in Catalogna, ha ammesso di considerare quella denuncia al tribunale come un atto poco ponderato da parte dell’allora capo dell’opposizione, poiché è stato visto come un’aggressione all’autonomia della società catalana da parte di un partito di centrodestra già storicamente poco amato in Catalogna.

Passano gli anni e Rajoy diventa capo di governo. In questi anni, il presidente del consiglio di Madrid cerca prima di compiacere i catalani per ottenere i voti utili ad arrivare al governo, ma poi rincomincia a commettere tragici errori di sottovalutazione del problema oltre che errori di carattere mediatico che lo etichettano immediatamente come l’obiettivo numero uno della campagna secessionista. Da una parte, sottovaluta il referendum del 2014 ritenendolo semplicemente una consulta illegale senza alcun valore. Dall’altra parte, continua a inanellare pessime figure mediatiche davanti all’opinione pubblica catalana che sembrano quasi essere una dichiarazione di sconfitta. E in questi ultimi mesi, le cose non sono cambiate. Il governo, già piuttosto debole, non ha mai messo in atto un’azione utile a disinnescare la bomba catalana, ma l’ha semplicemente rimossa dall’agenda interessandosi a tutt’altro. Negli ultimi mesi, il presidente del governo non ha fatto altro che ripetere che il referendum non si sarebbe svolto e che era illegale: troppo poco per fermare il fenomeno indipendentista. Non si può fermare un’ondata secessionista semplicemente facendo appello alla legalità, perché significa negare di avere di fronte un problema che non è burocratico, ma culturale, politico ed economico. Dopo la sottovalutazione del problema, è arrivato il pugno duro della giustizia: detenzioni, invio di migliaia di poliziotti, requisizioni. In sostanza, Rajoy è riuscito nell’intento di rafforzare da sempre il movimento separatista: prima sottovalutandolo e poi attivandosi tardivamente e male, apparendo come un leader antidemocratico. Facendo questo, ha ottenuto pochissimo. Ha perso la fiducia del proprio elettorato, ha perso la credibilità internazionale che si stava faticosamente guadagnando, ed ha perso, soprattutto, ogni possibilità di scendere a compromesso con i separatisti.

Quello che risulta chiaro da oggi è che Rajoy e Puigdemont non potranno mai mettersi a un tavolo per trattare. I secessionisti hanno ormai preso una direzione radicale per cui difficilmente potranno dire di ritrattare per una Catalogna con più poteri di autogoverno, E Rajoy, arrivato a questo punto, non potrà far di nuovo finta di niente, dicendo che non è il momento per ridiscutere il rapporto con Barcellona. Gli unici fattori che possono far cambiare rapidamente i piani di Rajoy sono due: la pressione internazionale e quella finanziaria. Il mondo sostiene apertamente la Spagna unitaria, ma l’Europa non vuole che scoppino conflitti interni, e pertanto chiedono a Rajoy di trattare su alcuni punti per pacificarsi con i separatisti. Il mondo finanziario, invece, da sempre restio a interessarsi al fenomeno, ha di recente ricordato al governo spagnolo che una separazione di Barcellona sarebbe dura per entrambe le parti. JP Morgan ha recentemente sconsigliato d’investire in Spagna mentre continua questa sfida allo Stato nazionale, mentre il Banco de España, per la prima volta, ha ammesso che vi sarebbe una crisi profonda per entrambe le parti se non si raggiunge un accordo che non faccia sperare la Catalogna.

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