A trent’anni dalla caduta del Muro di Berlino, dalla fine delle ideologie e delle dittature, la Germania si guarda allo specchio e ha paura. Il Paese sta attraversando un cambiamento profondo. È come se una diga si fosse rotta. Nelle regioni dell’Est il populismo dilaga. In Land come la Turingia, il Brandeburgo e la Sassonia i partiti tradizionali sono in caduta libera. Le promesse tradite della riunificazione e lo choc sociale innescato dalla politica delle porte aperte attuata da Berlino hanno permesso ai sovranisti di Alternative für Deutschland (Afd) di conquistare la fiducia di un elettore su quattro. L’affermazione dell’ultradestra alle ultime competizioni elettorali arriva in un momento delicato per il Paese. Sullo sfondo ci sono gli allarmi lanciati dall’intelligence tedesca, che nel 2018 ha censito 24mila estremisti di destra, 100 in più rispetto all’anno precedente, e l’omicidio del prefetto di Kassel, Walter Lübcke, ad opera di un neonazista. E così c’è chi sostiene che l’estremismo di destra sia persino più pericoloso di quello di matrice islamica. Ne è convinto Fabian Wichmann, portavoce di Exit, la fondazione berlinese che si occupa di aiutare chi vuole uscire dai gruppi neonazisti.

“I dati ufficiali – ci dice quando ci riceve nel suo ufficio sulla Eberty Strasse – dicono che dagli anni Novanta a oggi gli estremisti di destra hanno commesso 150 omicidi, quindi possiamo tranquillamente affermare che questo tipo di formazioni siano addirittura più pericolose di quelle islamiste”. Exit è nata nel 2000. Il suo fondatore, Ingo Hasselbach, è un’ex testa rasata pentita che ha deciso di mettere la sua esperienza di vita al servizio della comunità. “Finora – prosegue Wichmann – abbiamo trattato 750 casi, circa 40 all’anno, e il tasso di recidiva si aggira attorno al 3 per cento”. Per chiedere aiuto alla fondazione basta avere una connessione internet o un semplice telefono. “La maggior parte delle persone – spiega – si rivolgono a noi tramite web e social network, si tratta principalmente di giovani che vogliono cambiare vita ma non sanno da dove iniziare”. Le formazioni di estrema destra che costituiscono una potenziale minaccia per il Paese sono 66.

Il caso più eclatante è quello di Nordkreuz, l’organizzazione sgominata dai servizi segreti interni prima che riuscisse a mettere a segno il suo piano: una serie di attentati contro personalità politiche di sinistra attive nella protezione di migranti e dei rifugiati. “Si tratta di vere e proprie sette – spiega Wichmann – all’interno delle quali l’individuo viene letteralmente risucchiato: lavoro, amicizie, relazioni sentimentali, tutto si svolge nel gruppo”. Deradicalizzarsi, quindi, significa trovare il coraggio di reinventarsi da capo. Non è facile. Ed è proprio questo il senso di Exit. Fornire strumenti e prospettive per voltare pagina: “Li ascoltiamo, ci facciamo raccontare le loro storie e a seconda dei casi valutiamo come procedere”. Talvolta sono sufficienti degli incontri settimanali, mentre per le situazioni più difficili è necessario l’intervento di un team di psicologi. Mediamente il programma di “disintossicazione” dura un paio d’anni.

Wichmann ci mostra con orgoglio le immagini appese alle pareti dell’ufficio. Raffigurano degli uomini voltati di spalle. Sulla loro pelle i tatuaggi con slogan neonazisti ora sono coperti da disegni geometrici e colori. “L’estetica è parte integrante della trasformazione – racconta il portavoce di Exit – per questo abbiamo anche un budget che mettiamo a disposizione per coprire i segni della vecchia appartenenza”. L’attività di Exit non si limita solo a fornire supporto a chi ha già trovato il motivo per andarsene. Nel corso del tempo si sono susseguite numerose iniziative per instillare nei naziskin il “seme del dubbio”. La più clamorosa risale a qualche anno fa, quando la fondazione ha distribuito 200 t-shirt ad un festival rock neonazi. All’apparenza sembravano le classiche magliette con teschi e croci uncinate, ma dopo il primo lavaggio la stampa iniziale si è dissolta ed è comparso il messaggio: “Possiamo aiutarti ad uscire dall’ambiente di estrema destra”. Per attività di questo genere l’associazione viene finanziata ogni anno con 250mila euro dal Ministero della Famiglia. Una somma che secondo gli operatori è essenziale per arginare la deriva xenofoba, che qui spaventa più del terrorismo dell’Isis.

“Certo, non bisogna trascurare i rischi che arrivano dal fondamentalismo islamico, ma – sostiene il portavoce – la questione delle violenze neonaziste è ben più grave”. Una preoccupazione che sembra essere condivisa anche dai conservatori del partito della cancelliera Angela Merkel, che puntano il dito contro i populisti dell’Afd. La leader della Cdu, Annegret Kramp-Karrenbauer, li ha accusati di fomentare l’estremismo con il loro linguaggio d’odio, mentre per il segretario generale Peter Tauber sono loro i mandanti morali dell’omicidio di Lübcke. Non la pensa allo stesso modo il numero uno di Afd in Sassonia, Jörg Urban. Secondo il deputato regionale, dietro a fondazioni come questa si nasconderebbe un grande business. “Lo Stato tedesco, sia a livello locale che federale, mette a disposizione milioni di euro per finanziare fondazioni e organizzazioni che si occupano di combattere l’estrema destra, è chiaro quindi che agitare lo spettro della xenofobia per loro è conveniente”. “Nel nostro Land ad esempio – denuncia – le statistiche della polizia dicono che le violenze dei militanti di sinistra sono più frequenti, come mai nessuno se ne occupa?”.

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