Da Barcellona. La sensazione che si ha arrivando a Barcellona, è che ci si trovi di fronti a una città che vive, nel profondo, una spaccatura dai contorni difficili da definire. La quotidianità laboriosa della città, l’incessante traffico umano di turisti e cittadini, è segnata da qualcosa di diverso, da quelle bandiere appese alle finestre delle case e da quei volantini distribuiti nelle strade, che ti ricordano che c’è qualcosa che ribolle nel profondo della società barcellonese. C’è un senso di precarietà latente in una città apparentemente legata ai suoi ritmi frenetici, ed è ciò che ricorda a tutti che domenica, comunque vada, si sarà raggiunto un livello di scontro come mai avuto nella storia recente del rapporto fra indipendentisti e unionisti. Lo scontro, sì, questo è evidente, ed è il frutto più grande di un referendum che, in ogni caso, lascerà la società catalana completamente divisa fra chi ha voluto ad ogni costo il voto e chi ha invece pensato che si dovesse rimanere nell’ambito della legalità e soprattutto nel solco della tradizione dell’appartenenza alla Spagna. Ed è uno scontro che si può vedere in ogni strada, in ogni quartiere, ma anche all’interno delle singole case e delle famiglie. Ci sono quartieri dove è difficile trovare un palazzo senza la “Estelada” appesa a una finestra – la bandiera dell’indipendentismo catalano ispirata alla bandiera di Cuba e Porto Rico. Ci sono altri quartieri, soprattutto quelli più ricchi o più vicini al capitalismo finanziario, dove sembra quasi che non ci sia una situazione così drammatica a livello sociale e politico come invece dimostrano i fatti delle ultime settimane.

È uno scontro curioso e febbrile che è particolarmente evidente se ci si addentra nei quartieri universitari o nelle zone dove è più facile che prendano residenza i ragazzi che frequentano le rinomate università di Barcellona. Qui è del tutto evidente che lo scontro prende le forme di qualcosa che va al di là del semplice scontro politico, ma diventa prima ancora sociale ed anche effettivamente culturale. Da una parte ci s’imbatte in giovani, soprattutto dei collettivi di estrema sinistra, che distribuiscono volantini per l’indipendenza per la repubblica e per i diritti di tutti contro una presunta oppressione dello Stato centrale di natura conservatrice (se non, nella vulgata, direttamente fascista). Dall’altra parte, si possono vedere giovani di tutta la Spagna assolutamente legittimati a considerare Barcellona parte del loro Paese ma fondamentalmente esuli nella loro stessa terra. Una frattura che in ogni caso sarà difficilmente cicatrizzabile, dal momento che il sistema concepito dalla frangia indipendentista è quello per cui “o con noi o contro di noi”, senza vie di mezzo, senza mediazioni. Un discorso che, se colpisce inevitabilmente gli appartenenti alle altre regioni spagnole, premia invece, per assurdo, coloro che arrivano in Catalogna dall’estero. Deradicati e con la voglia di sentirsi parte della nuova comunità di arrivo, non sorprende che i nuovi catalani, siano essi extracomunitari che anche della stessa Unione europea, trovino nell’indipendentismo un fattore di coesione. Fattore che invece non trovano nell’essere spagnoli.

In tutto questo, non va dimenticato che anche molto famiglie stanno soffrendo questa scissione al loro interno. Perché non va dimenticato che il fenomeno indipendentista non è assolutamente preponderante nella società catalana, e benché meno in quella di Barcellona. C’è una spaccatura quasi a metà fra i due poli del dibattito che, inevitabilmente, si ripercuote in ogni settore della vita del comune cittadino: da quella pubblica a quella privata. Molte volte i quotidiani iberici hanno posto l’accento sulle famiglie divise da questo referendum, ed effettivamente la realtà è che esiste una ferita nel tessuto sociale che faticherà a rimarginarsi sia di fronte a un’ipotesi di voto, sia di fronte alla più probabile delegittimazione totale del referendum del primo ottobre con annessa privazione della possibilità di votare anche solo come segno di volontà di decidere. Una conferma dolorosa di come il voto del primo ottobre abbia lacerato in maniera quasi definitiva il tessuto connettivo di una città che per decenni è stata il faro della tolleranza.

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