(Parigi) A prima vista le tende del campo Millénaire, in centro a Parigi, sembravano tutte uguali. Qui vivevano circa 2mila immigrati, ma da ieri, dopo l’evacuazione, ne sarebbero rimasti meno di mille. Stime ufficiose, che non tengono in considerazione molti di loro fuggiti nella notte per scampare allo sgombero. “Basteranno tre o quattro giorni e il campo si riformerà”, afferma Wallerand de Saint Just, presidente del Front National della regione Ile-de-France.

La questione ha diviso la Francia per settimane: da una parte il sindaco socialista di Parigi, Anne Hidalgo, che accusava il governo del presidente  Emmanuel Macron di non aver assicurato le risorse necessarie per risolvere i problemi dei migranti nel campo. Dall’altra gli abitanti del quartiere, esasperati dalle condizioni di degrado della zona: accumuli di pattume ovunque , il canale Saint-Denis trasformato in discarica e mancanza di sicurezza.

Ma c’è un problema, però, che è stato ignorato da tutti, e soprattutto da quelle associazioni impegnate sul posto proprio per aiutare i migranti: le  discriminazioni  all’interno del campo. Quelle tende che infatti a prima vista sembravano tutte uguali, in realtà mascheravano una gerarchizzazione del territorio ben precisa: da una parte del canale i sudanesi e i somali, dall’altra gli eritrei. Da una parte, quindi, i musulmani, e dall’altra i cristiani ortodossi.

Un dipendente del comune parigino che si trovava al campo ha fatto notare una cosa a Gli Occhi della Guerra. “Guarda qui”, ha detto, indicando una delle tende che erano appena state portate da alcuni uomini a bordo di un camioncino. Sulla tenda blu c’era una scritta: “Dono della comunità musulmana“. Questa persona, che per motivi lavorativi vuole restare anonima, ci ha raccontato che spesso alcune associazioni musulmane locali vengono al campo per aiutare i migranti. “Hanno appena portato una decina di tappeti di preghiera e alcune tende”. Quelle tende, però, non sono per chiunque, ma esclusivamente per i migranti musulmani presenti nel campo. Insomma, se un eritreo cristiano ne avesse avuto bisogno, non avrebbe potuto prenderla. E, anzi, avrebbe rischiato dei guai. Ma le discriminazioni riguardano anche il mangiare. “A volte portano cibo e lo danno prima a loro, poi, se rimane, agli altri”, ci dice.  E aggiunge: “Inutile provare a chiedere conferma agli eritrei di quanto ti sto raccontando. Non te lo diranno. Hanno paura”.

Dopo qualche minuto proviamo ad avvicinarci ad alcuni di loro. Sono facilmente riconoscibili per i lunghi capelli ricci. Li incalziamo e qualcuno subito esclama: “No, no, non succede niente di tutto questo”.  Ma alle nostre spalle, intanto, si avvicina un altro migrante. È un sudanese che arriva dall’altra parte del canale. Ci si piazza davanti e vuole sapere cosa vogliamo chiedergli. Intanto il gruppetto di eritrei si fa da parte. Il dipendente del comune, a quanto pare, aveva ragione.

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