60 miglia al largo della costa tripolina. Sono quasi le 6 di sera e il sole comincia a calare ostruendo la vista della motovedetta della guardia costiera libica “Ras Al-Jider”. I marinai si appostano sul ponte per osservare l’orizzonte, quando scorgono in lontananza il loro obiettivo: un gommone con a bordo una novantina di migranti. Un puntino nero in mezzo al nulla. Il capitano, Mustafa, insieme all’equipaggio, sono salpati dalla base navale 5 ore prima, non appena hanno ricevuto un Sos dell’aviazione maltese dando le coordinate dell’imbarcazione.

L’aereo maltese sorvola ancora una volta lo “zodiac”, assicurandosi che i libici l’abbiano intercettato, prima di far rotta a nord e lasciare la guardia costiera fare il dovere richiesto dall’Unione europea: raccogliere i migranti e riportarli in Libia, nei centri di detenzione. Una missione contraddittoria e sostenuta anche dal governo italiano, che ha fornito imbarcazioni e logistica.

Più la motovedetta si avvicina al gommone, più i marinai si eccitano. Gridano commenti come “Bye bye Italia” o “se non vi piace la Libia tornatevene a casa vostra” mentre si apprestano alle operazioni di soccorso. Quando infine il gommone è a poche decine di metri, le persone appaiono a bordo. Disperate, ammucchiate al centro o sedute pericolosamente al bordo. Le donne e i bambini nascosti davanti.

I migranti, non appena riescono a intravvedere la bandiera che batte la motovedetta, cambiano rotta, cercano di salvarsi. Ma non hanno speranze, la velocità del gommone è troppo debole per fuggire e il carburante, ormai, è terminato. Senza contare che, senza nessun tipo di riferimento, hanno perso completamente l’orientamento. Cominciano a urlare e discutere con i libici, in segno disapprovazione. Il capitano Mustafa grida “se volete continuare, andate, ma forse morirete”. Poi un altro marinaio dice “dateci donne e bambini e morite”.

Nel frattempo però, un libico è già in acqua con una cima, che lega intorno al motore del gommone. È finita, i migranti saliranno a bordo della “Ras al-Jider” e faranno rotta verso Tripoli, quel porto considerato sicuro dall’Europa ma che è diventato una tortura per i migranti sub sahariani, costretti a sopportare qualsiasi tipo di privazione non solo nei numerosi e orribili centri di detenzione, dove subiscono maltrattamenti e torture, ma anche fuori, dove sono diventati vere e proprie vittime di una caccia al migrante. Un meccanismo creato ad hoc da autorità, milizie e parte della società civile per spennare i poveri avventurieri, minacciandoli di sevizie. In Libia regna il caos.

Il gommone formato da una piattaforma di legno compensato è portato a poppa, dove cominciano le operazioni di sbarco. Il fetore è insopportabile quando i primi salgono a bordo, con i visi arrabbiati, affranti tristi. Sono giorni, settimane, mesi che non si lavano e stavano forse rinchiusi e ammassati in un locale, aspettando di imbarcarsi. Una donna, Sarah, si rifiuta di salire a bordo. Minaccia di buttarsi in acqua, abbandonando suo figlio Amir, di soli 5 anni, al suo destino. È fermata in tempo da un marinaio, salito sul gommone per accelerare le operazioni. Alcuni compagni di viaggio cercano di calmarla. “Meglio morire in mare che tornare in Libia” urla in seguito, quando la barca è già in rotta verso la base di Tripoli. È una rifugiata sudanese, di Khartum. Amir, suo figlio, ha visto solamente centri di detenzione e fuga nella sua vita. Non è mai andato a scuola. Ma Sarah sa benissimo che non resterà un minuto di più in quello che definisce “l’inferno libico”. Vuole l’Europa.

Prima di partire, il capitano Mustafa osserva mentre un suo uomo affonda il gommone, tagliandolo con un coltello e gettando il pane secco, unico cibo dato ai migranti dai passatori, nel mare. L’unico pezzo che viene portato a bordo è il motore: “Requisendo il motore non permettiamo più ai passatori di riusarlo”. Ma Sarah è sicura del contrario: “Quel motore lo vendono per migliaia di dollari ai passatori e ci guadagnano. Funziona tutto così in Libia”.

Le donne, compresa Sarah, sono lasciate a poppa. Si addormentano vicino al rumore insopportabile del motore, mentre gli uomini sono portati sul ponte di prua. Guardano l’orizzonte, immaginandosi gli orrori che dovranno subire non appena sbarcheranno.

“Gli daremo tutto quello che abbiamo. Acqua, cibo, anche le nostre uniformi se necessario” commenta il capitano Mustafa. “Non spetta a me decidere se la Libia sia o non sia un porto sicuro. Io mi limito a salvare le vite umane”. Mustafa è giovane. Sembra umano e gentile, al contrario di alcuni membri del suo equipaggio, ostili e rudi. Uno di loro porta dell’acqua ai ragazzi assetati, che si fiondano tutti insieme per cercare di fare qualche sorso. “Se non vi comportate bene vedete” dice un libico. La presenza di due giornalisti sicuramente li calma, visto che alcuni migranti che hanno già tentato la traversata, affermano che altre volte la guardia costiera li ha maltrattati e picchiati. Molti crollano dalla stanchezza mentre altri asciugano i vestiti con l’aiuto del vento o guardano persi verso l’orizzonte.

“Quando sbarcheremo a Tripoli ci metteranno i cavi elettrici sui testicoli. Capisci, i testicoli!” dice Afaim, un migrante senegalese che ha già tentato la traversata cinque volte. “Ci chiederanno 500 euro per uscire dal centro di detenzione” dice invece Kona George. “È il traffico della pelle nera. Per i libici siamo merce di scambio. Si organizzano, ti rapiscono, ti frustano e poi chiedono il numero dei tuoi genitori per obbligarci a pagare. È così che si costruiscono le case. Ecco perché scappiamo dalla Libia. È pericoloso e non tutti vogliono farlo, ma non abbiamo scelta”. Kona racconta come siano arrivati fino a quel punto: “Non avevamo un timoniere. Ci siamo dati il cambio. È difficile perché eravamo rimasti senza acqua e non riuscivamo a deglutire il pane secco che i passatori ci avevano dato come cibo. Ci hanno detto di navigare in una direzione per 6 ore e poi virare con una bussola e continuare per altre 6. Abbiamo navigato per 18 ore ma era meglio morire in mare che tornare in Libia. La morte o l’Europa”.

Quando è già notte, si alza la marea. L’acqua bagna il ponte e i migranti cercano di ripararsi, dove i getti arrivano con minor potenza. Si scorgono le luci della capitale libica e i suoi grattacieli. Non vola una mosca. La “Ras Al-Jider” entra in porto e tutti si alzano. Quando la motovedetta attracca, il gelo totale. I soccorsi non sono presenti, solo due funzionari dell’Organizzazione mondiale della migrazione, partner dell’Unione europea, osservano e contano i migranti presenti che sono fatti scendere e allineati, seduti in ginocchio su quattro file. Per illuminare, vengono puntati sulle loro facce i fari dei bus che sono venuti a prenderli per portarli nei centri di detenzione. Hanno scritto in arabo il nome di Tajoura, centro bombardato solamente qualche giorno prima dove sono morte più di 50 persone. Mentre cominciano le operazioni di imbarco, due tentano la fuga, correndo a più non posso nel buio. Subito la polizia, con una macchina, si fionda per rincorrerli. Anche Sarah, nascosta insieme alle altre donne dietro a un veicolo, sussurra qualcosa e prova a scappare, tenendo per mano Amir. Ma è facile preda delle guardie che la fermano e poi, vedendo la sua tenacia nel resistere e gridare, prendono Amir come ostaggio, che urla, spaventato, “mamma!”. Anche lei deve arrendersi.

Tutti partono per il centro di detenzione, dove dovranno pagare per uscire, evitare torture e riprovare a guadagnare abbastanza per ripagarsi un maledetto viaggio per sfuggire all’inferno libico. Ma forse, ci metteranno anni di sofferenza.

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