(Tripoli) “Tutti noi, neri, vogliamo andare in Italia con il gommone. Ma da quando è arrivato Matteo Salvini ha bloccato la rotta dell’emigrazione”, esordisce Leonel, che viene dal Camerun e parla la nostra lingua. Assieme a decine di clandestini, che in Libia rischiano l’arresto, attende un lavoro giornaliero offerto dai libici. Per questo i migranti stazionano all’incrocio di piazza Fashlun, una manciata di chilometri dalla linea del fronte nei sobborghi di Tripoli. Nonostante la guerra civile il problema dei migranti è sempre lo stesso. “Ho imparato la vostra lingua lavorando per nove mesi con una ditta di Bergamo impegnata all’aeroporto Mitiga di Tripoli, ma con l’inizio della guerra gli italiani sono tornati a casa”, racconta sconsolato il migrante del Camerun. Gli altri compagni di sventura lo chiamano l'”italiano” e dimostra di conoscere bene la politica del nostro ministro dell’Interno. “Vogliamo attraversare il mare – spiega Leonel – ma la rotta è in gran parte ferma. Salvini l’ha bloccata”. E fa il gesto con una mano come se calasse una mannaia.

Ghassam Salamè l’inviato dell’Onu per la Libia, in visita in Italia, ha dichiarato che “sul territorio vivono 700 mila cittadini non libici, ma non tutti vogliono partire e attraversare il Mediterraneo”. Fra i 15mila e 20 mila migranti sarebbero detenuti nei centri governativi in attesa di rimpatrio. Martedì il centro di detenzione di Qasr Ben Gashir, nella zona conquistata dalle truppe del generale Haftar (a cui è arrivato anche il supporto verbale di Donald Trump), è stato preso d’assalto da miliziani armati. L’irruzione per rubare i cellulari ed i pochi averi dei migranti ha provocato sei vittime e una decina di feriti.

“Abbiamo paura. Siamo obbligati a partite per l’Italia. Al momento non è sicuro restare in Libia”, spiega Jean Castel, sempre del Camerun, con cappellino da baseball e giubbotto senza maniche. Gaetan è un suo compatriota: “La Guardia costiera libica mi ha fermato due volte in mare nel 2017 e 2018 riportandomi nei centri di detenzione. Non ne posso più. Voglio solo racimolare i soldi per tornare a casa, in Camerun”. In Libia dal 2013 giura di avere visto scene terribili, ma difficili da provare: “Uno dei carcerieri ha detto ad un nigeriano che la sua testa valeva 4mila dollari. Lui non aveva i soldi. Allora lo ha cosparso di benzina e dato fuoco. È bruciato vivo davanti ai miei occhi”.

Per ora le ostilità hanno diminuito le partenze clandestine. Nelle prime due settimane di guerra è stato intercettato un solo gommone. “Adesso non partono perché i trafficanti o sono miliziani o vengono protetti dalle milizie. E sono tutti impegnati sul fronte di Tripoli» spiega una fonte della Guardia costiera, che vuole mantenere l’anonimato per timore di ritorsioni. Dall’inizio del conflitto il comando della Marina e la brigata Nawassi, che controlla l’aerea della base di Abu Sitta dove è ormeggiata anche la nave militare italiana Capri, insistono per pattugliare le coste alla ricerca di infiltrazioni delle truppe di Haftar o di carichi di armi. A tal punto che le motovedette donate dall’Italia sono state armate artigianalmente. “Il contrasto all’immigrazione clandestina è passata in secondo piano – spiega la fonte di InsideOver – Se troviamo un gommone non lo lasciamo affondare. Però non possiamo portare i migranti illegali a Tripoli essendo zona di guerra. Li facciamo sbarcare a Khoms o Zwuara”.

Ai migranti si aggiungono 34mila sfollati libici, che se non riusciranno a tornare nelle loro case potrebbero scegliere la via del mare verso l’Italia come profughi di guerra. “Prima di partire dal Camerun mi avevano detto che Libia e Italia erano un Paradiso – ricorda Gaetan che vuole tornare in Camerun – Non è così. Questo paese è un inferno”.

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