C’è un hotel, a Kos, che non è più un hotel. Il vecchio Captain Elias’ Hotel, alla periferia della città, è stato abbandonato anni fa e riconvertito in tanti appartamenti per turisti, due camere con cucina bagno e balcone. Da qualche settimana però è diventato il nuovo quartier generale dei profughi sbarcati sull’isola.

Non tanto perché vi alloggino inesistenti rappresentanze dei migranti, ma perché è affittato interamente a famiglie di rifugiati.Vado a visitarlo nelle prime ore di mercoledì pomeriggio, accompagnato da Abdul Fatah e da una collega fotografa che lavora per la Reuters. A livello della strada gli appartamenti hanno un piccolo giardinetto rettangolare, sul modello delle case inglesi. Qui i profughi stendono i panni, mangiano all’aperto quando il tempo è buono (cioè sempre), chiacchierano parlando al di sopra della staccionata.

L’arredamento delle stanze è molto essenziale, ma la struttura sembra in buono stato e verniciata di fresco. C’è il frigo e un fornelletto a gas: un paradiso, rispetto a chi è costretto a vivere in strada senza nulla.L’edificio, scopro, è di proprietà di un misterioso greco che non vuole svelare la propria identità, ma che ha affidato la gestione della casa a un tirapiedi albanese che se ne occupa per lui. E’ l’albanese a guidarmi, gentilissimo, attraverso i vari appartamenti. E’ sempre lui a riscuotere, per conto del padrone, i quindici euro giornalieri che bisogna versare per alloggiare al Captain Elias.

Se gli ospiti sono una sessantina in totale, il conto è presto fatto: al proprietario vanno in tasca novecento euro al giorno. Puliti puliti, senza pagarci un centesimo di tasse. Un dettaglio che non sfugge agli altri albergatori, sopratutto a chi ha il proprio hotel nelle vicinanze del Captain Elias.I migranti, però, non sembrano farsi troppe domande sull’identità degli uomini che guadagnano sulla loro pelle. A loro, giustamente, interessa soltanto di mettere qualcosa sotto i denti la sera. Scoprire chi c’è dietro è compito dei giornalisti.

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