Il lungomare di Bodrum è tanto lindo che mi sembra d’essere sulle rive di un lago svizzero.

Le barche ormeggiate in ordine, la passeggiata, un filare di palme, gli ombrelloni dei bar, di nuovo le palme.Eppure basta un giro nella centralissima Bodrum Marina per rendersi conto che si tratta solo di una facciata. A pochi metri dagli yatch vive, accampato giorno e notte sulle panchine, un popolo di fantasmi. Le vesti logore, i piedi nudi, i fagotti arrotolati sotto la testa: siriani, afghani, disperati di ogni nazionalità che aspettano di imbarcarsi per l’Europa.

Le famiglie dei profughi siedono all’ombra in attesa della sera. Solo i bambini non smettono un gridare, saltando al parco giochi. Mi avvicino a un gruppo di persone, mi fanno cenno di sedere con loro. Non conoscono che qualche parola d’inglese, sono siriani in fuga dalla guerra: vogliono andare a Istanbul, preferiscono vivere in un Paese musulmano.Mentre a fatica cerchiamo di comunicare interviene un uomo sulla trentina, rasato e ben vestito. Parla un inglese più che buono, mi spiega di essere ingegnere delle comunicazioni, in viaggio con altri cinque amici, tutti professionisti siriani. Vengono da Qamishli, nella Siria nord-orientale e sono diretti in Germania. Con orgoglio mi mostrano passaporti e diplomi di laurea. Incuriosito, mi siedo con loro.

Mi offrono un po’ della loro uva e del loro pane. Contribuisco al pranzo con degli yogurt e delle focacce e ci sediamo a mangiare intorno a una panchina. Abdul Salah – così si chiama l’uomo – mi presenta i suoi amici. Tra di loro c’è un avvocato, un insegnante e almeno altri due ingegneri.Hanno lasciato la Siria da più di un anno, vendendo la casa e lasciando le famiglie in campagna, dove è tutto più tranquillo. Dopo qualche difficoltà – Abdulsalam mi mostra una brutta ferita ad una gamba, frutto delle percosse dei soldati – sono riusciti ad entrare in Turchia. Di lì hanno provato a proseguire per l’Europa, ma sono stati respinti alla frontiera bulgara. Da tre giorni sono a Bodrum, pronti a salire su un gommone che li porti in Grecia. L’isola di Kos dista poche miglia di mare, ma il viaggio è pericoloso: i canotti sono stracarichi, dall’inizio dell’anno sono già morte cinquecento persone.

Abdul e compagni hanno pagato milletrecento dollari a testa: ai turisti, per affittare un gommone, ne basterebbero appena cento. Da tre giorni i trafficanti di uomini promettono di traghettarli in Grecia e all’ultimo annullano tutto. La polizia turca, almeno in apparenza, sorveglia le coste tutte le notti.

Chi viene trovato in mare viene portato di nuovo in Turchia, schedato e rimesso in libertà. Dopo qualche giorno, come tutti, passerà. Nessuno del resto, meno che mai qui in Turchia, vuole che una perla del turismo come Bodrum si riempia di rifugiati.

Non tutti, però, scappano dalla guerra. In quest’esodo, ai siriani, si mischiano afghani, pachistani, iracheni. Ci sono anche molti turchi che abbandonano le regioni più povere del Paese e sognano una vita nuova in Europa, mi spiega Abdul Fatah.Molti chiedono la carità con un cartello sempre uguale, fotocopiato decine di volte: “We are from Syria, please help us”. Domando ad Abdul chi li abbia fatti stampare, lui risponde evasivo: “Li avranno portati da casa”. Non mi convince, ma ora è tempo di andare.I turisti tornano sulle barche per bere l’aperitivo, i siriani raccolgono le proprie vettovaglie. Mi faccio dare i numeri di telefono dei profughi. L’appuntamento con gli scafisti è per questa sera al tramonto alla stazione degli autobus. Cercheremo di tenerci in contatto per assistere alla loro partenza.

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