Sui muri di Bihac i segni della guerra dei Balcani e del sanguinoso assedio della città sono ancora ben visibili. Moschee in costruzione sorgono a singhiozzo lungo i crinali che solcano questo territorio incantato sulle rive del fiume Una.

I ricordi della guerra sembrano lontani, ma per le strade della città una nuova generazione di rifugiati è in cammino. Siriani, pachistani, iracheni, afghani e algerini percorrono incessantemente le strade di Bihac, ultimo avamposto prima di entrare nel tratto più duro e difficile della viaggio lungo la rotta balcanica.

I boschi e le montagne oltre il confine sono vere e proprie zone di guerra, pattugliate di giorno e di notte. Droni, elicotteri e sistemi elettronici monitorano incessantemente il territorio. Soltanto in pochi riescono nell’impresa: le famiglie con i bambini piccoli di solito vengono prese per prime. Una volta che i migranti arrivano in Bosnia, e se hanno ancora del denaro in tasca, non hanno altra scelta se non quella di affidarsi alla malavita e pagare i trafficanti di uomini. Solo così potranno evitare la prigione bosniaca.

Perché Bihac, più che una via di transito, è una sorta di imbuto, una gabbia dalla quale spesso non si riesce più ad uscire. Migliaia di persone sono incastrate in questo gioco perverso e ogni notte ritentano di nuovo, buttandosi fra le braccia della foresta balcanica, dove tutto è rarefatto, ambiguo e pericoloso.

Nella foresta tutto è lecito perché non ci sono testimoni. E così anche i tuoi diritti d’un tratto sono spariti nella fitta oscurità dei Balcani. Come un animale braccato i migranti viaggiano di notte, sperando di non essere individuati da una telecamera termica, e dormono di giorno nascosti dietro a un cespuglio.

Dodici giorni di cammino separano Bihac da Trieste. “Ringrazio Allah di essere ancora vivo”, racconta Fadi, un siriano che è riuscito ad attraversare i Balcani a piedi. “Quando abbiamo visto Trieste all’orizzonte, siamo esplosi in un urlo di gioia, finalmente l’incubo era finito”.

A Trieste arrivano a migliaia in questi mesi estivi, stremati dal viaggio e con i segni del passaggio lungo la rotta impressi indelebilmente nel loro corpo.

Fadi è di Afrin ed è scappato dalla guerra assieme a tre fratelli che ho conosciuto in uno dei tanti viaggi lungo i Balcani. La prima volta ci siamo visti al campo di Borici, uno dei tre campi formali a Bihac, gestiti dalle organizzazioni umanitarie internazionali. Borici è  probabilmente il migliore dei campi. Con loro quel giorno conosco Hussein, che mostra subito il suo passaporto di rifugiato palestinese.

“I’m two time refugee”, mi dice. Hussein infatti è nato in un campo profughi palestinese in Siria che è stato bombardato più volte nel corso della guerra. Quando ha deciso di partire dalla Siria, non immaginava nemmeno lontanamente che sarebbe stato inghiottito da questo lembo di terra ai confini con l’Unione europea.

Al Borici Hussein torna ogni volta che viene preso e rimandato indietro dalla polizia croata. I migranti vengono respinti in Bosnia di solito dopo l’alba, in modo rocambolesco. Scalzi, senza i cellulari rotti, senza più soldi, malmenati e stremati.

Spesso nei furgoni della polizia salgono gruppi di donne con bambini piccoli e ragazze incinte. L’arabo in queste situazioni è un prezioso collante in quanto è la lingua più parlata.

Seguendo il corso dell’Una, attraverso le montagne della Bosnia centrale, si arriva all’Hotel Sedra, incuneato fra il fiume e il verde delle montagne. Lì si parla arabo, ma anche il farsi, l’indi e l’urdu.

Al Sedra centinaia di famiglie con i bambini al seguito hanno trovato una sistemazione temporanea, ma non hanno nessun contatto con il mondo esterno e nessuna speranza per il futuro. Ad oggi infatti non esistono corridoi umanitari per portare fuori dalla Bosnia queste famiglie e garantire loro protezione, né un progetto efficace di reinsediamento per riunire i minori ai loro parenti sparsi un po’ in tutta Europa.

Se il Sedra è il campo dell’abbandono e dell’isolamento, il Bira invece è il campo dell’attesa e dell’isteria. Al Bira, dove ci sono 30 bagni per 2500 persone, ci entri sano e spesso ci esci malato. Lì la frenesia è palpabile. A tutte le ore del giorno c’è un movimento continuo di gente. Da una parte si formano gruppi di persone che si organizzano freneticamente per partire, mentre altri ragazzi visibilmente provati dal fallito “game” cercano disperatamente di farsi riammettere nel campo.

Ogni volta che si va al Bira si ritrovano le stesse persone a cui si era già detto addio. E ogni volta è come un pugno nello stomaco. Muhammad l’ho conosciuto a dicembre del 2018 davanti al Bira. Quella notte faticavi a stare in piedi perché per terra c’era un’unica lastra di ghiaccio sulla quale l’enorme capannone del Bira si rifletteva.

Muhammad mi indica il suo amico. Lui ha entrambe le braccia fasciate e cammina a stento. “Noi abbiamo appreso dai libri e dalle storie che le nazioni europee hanno un’alta considerazione della morale, ma quando siamo arrivati qui siamo stati imprigionati, picchiati, aggrediti dai cani della polizia  mascherata, come il mio amico qui. Siamo bloccati qui da mesi e non riusciamo a vedere un futuro per noi e per le nostre famiglie.”

Molti di quel gruppo, compreso Muhammad, sono ancora lì, imprigionati in un territorio che sta diventando sempre più ostile anche per le pressioni politiche che si stanno esercitando in questi mesi.

Ogni volta che torni dalla Bosnia rimani sempre con una strana inquietudine, che non riesci a lasciare al di là del confine e te la porti sempre dentro con te. Ma con essa ti porti anche una speranza. Nel frattempo Hussein ha lasciato il Borici ed è ripartito per la rotta, non lo sento da giorni. Non c’è campo nella foresta. Di nuovo tutto ricomincia da capo. The game is not over.