Due città, Meghnia e Oujda. La prima in Algeria e la seconda in Marocco. 40 chilometri, un fossato di 7 metri e una griglia. Questo è l’ultimo ostacolo dei migranti prima di entrare in Marocco. L’ultima tappa di un viaggio mortale e massacrante attraverso il deserto del Sahara, alla mercé di numerosi gruppi di ribelli o passanti, pronti anche ad uccidere pur di guadagnare. L’ultimo ostacolo di quest’inferno è una maratona, che offre due scelte come premio: regolarizzarsi in Marocco, oppure proseguire il tormento fino in Europa.

Passare il confine fra l’Algeria e il Marocco è facile: basta pagare e correre, sperando di non essere beccati o morsicati dai cani dei militari. Giunti dal viaggio stremante attraverso il deserto fino alla cittadina algerina di Meghnia, i migranti devono pagare una “tassa” di 300 euro per accedere al “ghetto” subsahariano della città. Nel prezzo sono inclusi il viaggio per il Marocco e il passante. Rispetto a quello che hanno pagato per arrivare fino a questo punto non è molto. Tuttavia la certezza di passare dall’altro lato non c’è.

Il confine è controllato sia dalla guardia frontiera marocchina che da quella algerina. Il prezzo da pagare se si è catturati è alto, soprattutto a livello fisico: bastonate (talvolta con bastoni simili a una mazza da baseball), stupri di ragazze, furti di denaro e pure cadute libere nel fossato di 7 metri. Fino a quando non si riesce ad attraversare la griglia e il fossato, non si potrà mai sperare di arrivare. L’agonia però non finisce dopo questi due ostacoli. Anche in Marocco, fino a che non si raggiunge la città di Oujda, non si è al sicuro. Respiro affannoso, battito accelerato e passo cadenzato sono sensazioni che accomunano uno gruppo guidato dai passanti. Questi specialmente, percorrono quella tratta molte volte in un anno, rischiando di essere picchiati e rigettati ogni volta dall’altro lato. Il tutto per una paga misera di 20 euro a tratta.

Cibo e acqua sono rari e “i soldati sono molto brutali” racconta Yaya, un passante di soli 17 anni venuto dalla Costa d’Avorio. Secondo le sue testimonianze, le guardie di confine sono molto crudeli. “In particolare gli algerini. Ci picchiano, ci derubano e a volte violentano le donne davanti ai nostri occhi. Sono cose che si vedono regolarmente”. Oltre alle difficoltà dell’attraversata, ce n’è una particolare: i cani addestrati dalle guardie, che attaccano mordendo i polpacci e impedendo il proseguimento del percorso. “Molte persone ci tentano per 3 volte prima di riuscirci” commenta Yaya. Dopo l’attraversata di un buco di 7 metri, bisogna arrivare e scavalcare una barriera molto alta. Una volta dal lato marocchino, comincia la fuga per 20 chilometri. I migranti hanno paura, tremano, ma sanno che devono correre per arrivare a Oujda e non diventare

vittime dei soldati. Yaya, appena arrivato a Oujda dalla Costa d’Avorio, è passato sotto la guida di Etienne, un “anziano” (ovvero un migrante ormai in Marocco da 13 anni) camerunese. Partito da casa a soli 16 anni con il sogno di diventare un calciatore, ora fa il passante per sbarcare il lunario. “Non penso continuerò a lungo, è un lavoro molto pericoloso, ma al momento non ho altra scelta. Voglio risparmiare per andare in foresta e tentare di arrivare in Europa”. Se lo dice lui, dopo quello che ha passato nel deserto, significa che il rischio è davvero alto. Ha camminato per 5 giorni fra le dune, con un paio di Timberland e 30kg sulle spalle. Tuttavia, non sembra parlarne come se avesse sofferto molto, seppur abbia patito molto la sete e la fame. Il ragazzo conosce benissimo le strade attraverso i campi che portano al confine partendo dalla città di Oujda. Mostra i nascondigli, dove la notte manda i migranti a ripararsi quando arriva una macchina dell’esercito. “I militari non parlano francese. Prima ti prendono a sberle e poi ti chiedono che cosa fai. Fumano molto hashish” commenta Yaya mentre prosegue sul sentiero.

Giunti sulla strada che ha percorso almeno 7 volte, racconta la traversata nel deserto. Il territorio circostante sembra normalissimo. Campi arati, stradine sterrate. Uno scenario comune di campagna. Ma di notte si riempie di sub sahariani impauriti che corrono per riuscire a sfuggire alle

grinfie della polizia. Alcuni cactus distrutti di fianco alla strada ne sono la prova. Quando c’è una vettura, i migranti saltano dietro le piante per nascondersi. Yaya intanto, racconta come funziona il processo prima di partire. “Quando ricevo una chiamata da uno dei miei capi, mi metto in marcia con altri due “colleghi”. Ci vogliono almeno 4 giorni per arrivare a Meghnia. Il viaggio, andata e ritorno, ha una durata di una o due settimane. Una volta dall’altro lato, prendiamo un gruppo di persone e le portiamo in Marocco. Il nostro lavoro finisce quando ritorniamo a Oujda”. Quando ci si avvicina a una base militare, Yaya, dice che è meglio non proseguire: “tu rischi la prigione, mentre io rischio di essere sbattuto fuori dal paese”. Il tono è rilassato. Non ama scavare nel proprio passato. Ammette che è troppo duro. La sofferenza patita è troppo grande anche se, come dice il suo capo Etienne, “è una scuola di vita”.

Yaya insiste nel dire che bisogna guardare il futuro a mente libera, senza i fantasmi del passato, perché è l’unico modo di cambiare le proprie carte in tavola. Alla fine del cammino poi, guarda rammaricato le foto del cugino sul suo telefonino. “Ora gioca a calcio a Copenhagen”. I suoi occhi si illuminano. Non si riesce nemmeno ad immaginare quanto per lui debba essere una situazione durissima da digerire. Ma la sua forza e quello che ha imparato, per essere così giovane, lo aiuterà nel suo futuro.

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