Madeira
Quando la scorgi in volo, prima di atterrare, sembra solo una boa di cespugli verdi e fuliggine, un minuscolo neo di terra in balia delle onde, sperduto nell’Atlantico. È l’isola del ritorno, della perenne primavera. È “il piccolo Venezuela”: così molti chiamano Madeira. Più vicina all’Africa che all’Europa, questa Lampedusa portoghese – come l’isola italiana, è lontanissima da tutto – si trova all’incrocio di viaggi e ritorni, di un intreccio di partenze e arrivi. Registra storie di migrazione e diaspore, ma più peculiari di altre.
Dall’atollo vulcanico, nel ‘900, navi cariche di portoghesi salparono verso il Venezuela in cerca di fortuna e lavoro: oggi nello Stato sudamericano vivono circa mezzo milione di cittadini di origini lusitane e l’80% di questa diaspora si stima provenga proprio dall’isola. Puntarono in direzione Caracas e dintorni soprattutto negli anni ’50, quelli del boom petrolifero (molti, infatti, finirono a lavorare nelle raffinerie di Curacao, isola caraibica amministrata dagli olandesi). Decenni e decenni dopo, è cambiato il secolo e con esso la direzione di rotta: l’arcipelago dell’Atlantico centrale da cui sono scappati i padri è diventato l’approdo dei figli in fuga dal ciclo di crisi che hanno attanagliato il Venezuela.
Prima per l’arrivo di Chavez, poi con l’avvento di Maduro, indotti da carenza di cibo e medicine, i figli di quei migranti sono tornati a Madeira per diventare un’isola nell’isola, una nazione nella nazione. Il conteggio ufficiale dei “lusovenezuelani” (si chiamano così i venezuelani di origine portoghese) è impossibile perché molti, di generazione in generazione, hanno mantenuto la doppia cittadinanza, ma si stima che negli ultimi anni almeno in 10mila abbiano compiuto la traversata opposta, all’indietro, quella del ritorno verso l’enclave liquida avvolta dalle correnti atlantiche.
L’integrazione non è stata semplice, nonostante siano solo migliaia, ma hanno dovuto inserirsi in una comunità che conta solo poche centinaia di migliaia di abitanti (secondo gli ultimi dati, i madeirensi sono meno di 300mila). Se i loro padri in Venezuela comunicavano in portoghese per le strade dove si parlava spagnolo, ora è per lo stesso idioma parlato a Caracas che i luso si distinguono dai portoghesi per le strade o nei negozi, soprattutto alimentari, dove lavorano. Ma sono anche diventati una leva di forza contro il declino: hanno riaperto scuole che avevano chiuso, si ripopolano borghi selvaggi che erano stati abbandonati (perché ancora oggi non si smette di migrare dall’isola, ma per volare però verso altre latitudini: quelle occidentali).
Il fenomeno della migrazione di ritorno si verifica quando la storia, invece di ripetersi o procedere, si riavvolge scorrendo al contrario, in cortocircuiti paradossali. Ed è almeno dal 2018, anno della prima grande ondata dei “ritorni”, che la stampa ha cominciato a chiamare Madeira “piccolo Venezuela”. I luso sono rifugiati, ma nella loro patria ancestrale, quella dei loro avi. Stranieri, ma anche indigeni.