L’odissea dei profughi di Gaza in Egitto

L’odissea dei profughi di Gaza in Egitto

Era una fredda mattina di novembre del 2023 quando Rawan Abu Safiya si trovò da sola nella stanza degli ospiti di sua sorella, sfollata nel nord di Gaza. Improvvisamente, un colpo di carro armato distrusse tutto quel che la circondava. Quando riprese conoscenza, non riusciva a vedere dall’occhio destro: le schegge dell’esplosione le avevano perforato il volto. La pelle su tutti gli arti sembrava sciogliersi per via delle ustioni di terzo grado.

Mesi dopo, trasferita da un ospedale all’altro all’interno della Striscia — dall’Al Awda di Jabalia all’Al Shifaa di Rimal, entrambi poi danneggiati o completamente distrutti dall’esercito israeliano — la sua salute era ancora lontana dalla guarigione. Rawan stentó a crederci quando il suo nome, registrato dal padre settimane prima in una lista di evacuazione, venne pescato per ottenere trattamenti medici fuori da Gaza. Così, per decine di chilometri, lei e la madre anziana si incamminarono per raggiungere Rafah, ringraziando il cielo credendo di essere in fuga dall’inferno delle bombe. Tuttavia, invece di essere trasferite in Qatar o negli Emirati Arabi Uniti, dove erano stati evacuati altri pazienti gazawi, furono mandate in Egitto.

Da allora si trovano in un limbo penoso, private di ogni diritto sin dal loro arrivo nel Paese nordafricano a marzo 2024. Rawan Abu Safiya è parente del dottor Hussam Abu Safiya, direttore dell’ospedale Kamal Adwan, rapito dall’esercito israeliano a dicembre scorso insieme ad altri membri del personale medico e pazienti. Una fotografia che lo ritrae mentre cammina tra le macerie verso i carri armati israeliani ha scatenato appelli di emergenza in tutto il mondo per il suo rilascio.

Il dottor Hussam Abu Safiya cammina in mezzo alle macerie verso un carro armato israeliano. La foto è diventata iconica e ha fatto il giro del mondo

Ad oggi, le sue condizioni restano sconosciute. Il destino degli Abu Safiya, come quello della maggior parte delle famiglie gazawi, è stato segnato da diverse tragedie parallele. E coloro che sono rimasti bloccati in Egitto hanno avuto poche opportunitá di raccontare la loro storia.

I palestinesi in Egitto — che l’ambasciata dell’Autorità Nazionale Palestinese (ANP) stimava essere intorno ai 100.000 l’estate scorsa — vivono in uno stallo esistenziale. Non possono lavorare, gli studenti non possono frequentare le scuole e soffrono di gravi difficoltà economiche. L’accesso ai servizi bancari e sanitari è pieno di ostacoli. Il problema principale deriva dall’impossibilità di ottenere permessi di soggiorno, necessari a qualsiasi cittadino straniero in Egitto per lavorare legalmente. Ai gazawi viene concesso solo un visto turistico di 35 giorni, ma, poiché non possono né tornare a casa né lasciare l’Egitto, rimangono intrappolati in un circolo vizioso legale che il governo egiziano non affronta.

Inoltre, a partire dal 2025, il controllo di sicurezza richiesto a qualsiasi cittadino palestinese (non da Gaza, data la chiusura del valico di Rafah) per entrare in Egitto, anche solo per turismo, costa circa 1.000 dollari a persona — una misura che li scoraggia dal visitare il Paese. Nel mentre, i turisti israeliani sono tenuti a pagare solo una tassa standard di 25 dollari, simile a quella applicata ai viaggiatori di molti Paesi occidentali.

I rifugiati palestinesi non sono protetti dall’United Nations High Commissioner for Refugees (UNHCR); sono invece assistiti dalla United Nations Relief and Work Agency (UNRWA), che non ha alcun mandato ufficiale in Egitto. Questo li lascia senza un supporto dalla comunità internazionale. Diversamente, i rifugiati siriani e sudanesi in Egitto hanno potuto integrarsi più efficacemente, incontrando meno ostacoli al permesso di soggiorno e beneficiando del sostegno delle Nazioni Unite. La mancanza di protezione internazionale lascia i palestinesi abbandonati:
“Non ci sono strutture che ci aiutino,” ha detto Nataleen Yasser, 23 anni, di Gaza, in un caffè del Cairo. “Possiamo contare solo su noi stessi.”

Abbiamo incontrato diverse famiglie gazawi sfollate ed evacuate in Egitto nel gennaio 2025. Legate dal trauma condiviso di aver sopravvissuto un genocidio, mentre temono per i loro cari in pericolo di morte o già sotto le macerie, condividono l’agonia e la frustrazione di non poter integrarsi legalmente in questo nuovo Paese. Alla porta d’uscita dall’inferno si sono trovati condannati a un purgatorio pietoso.

Rawan e sua madre mi hanno raggiunte in un caffé in una calda mattina di gennaio a Nuova Damietta, una città sulla costa mediterranea tre ore a nord-est del Cairo. In uno dei principali ospedali del governatorato di Damietta, durante la guerra furono trasferiti decine di gazawi evacuati per cure mediche. Al loro arrivo, ricevettero trattamenti sanitari, sperando poi di provare a ricostruire le loro vite. Tuttavia, Rawan e sua madre non possono nemmeno lasciare l’edificio dell’ospedale. La loro gita segreta al caffé ha comportato un rischio, ma volevano raccontare la loro storia e conoscere qualcuno arrivato apposta dal Cairo per ascoltarle. “Ci sentiamo come prigioniere dell’ospedale,” ha detto Rawan, pur riconoscendo la gentilezza delle infermiere e del personale medico.

Viene sottoposta a trattamenti laser per curare le cicatrici delle ustioni provocate dai bombardamenti, ma la vista dall’occhio destro rimane compromessa. Rawan e sua madre si sentono abbandonate dal sistema. “L’ANP (Autorità Nazionale Palestinese) è venuta a visitarci una volta durante l’estate, ci ha dato 100 dollari e non si è più fatta vedere,” spiegano. “Stiamo ancora contando su quel contributo per le spese.” Non potendo lasciare l’ospedale e interdetti dal lavoro, i pazienti gazawi negli ospedali egiziani — che forniscono vitto e alloggio a loro e a un familiare evacuato con loro — non hanno alcuna fonte di reddito.

Allo stesso modo, Nataleen Yasser, laureata in lingua inglese a Gaza, evacuata con la madre malata da Rafah al Cairo a marzo 2024, ha raccontato: “Quando siamo arrivate per la prima volta all’ospedale Qasr al-Aini, ci hanno tolto i passaporti e i cellulari. Ci hanno detto che non potevamo uscire né connetterci a Internet.” Per arrivarci, hanno attraversato il Sinai in ambulanza per oltre diciotto ore, stipate con altre dieci persone. Il viaggio fuori dalla Striscia ha costretto Nataleen a “abbracciare l’idea di vivere di nuovo. [Prima di evacuare] avevo accettato il fatto che sarei morta anch’io.” Iniziare una nuova vita in Egitto è stato difficile, e il senso di abbandono che prova sia dall’ANP che dalla Mezzaluna Rossa Egiziana, responsabile dell’assistenza ai rifugiati gazawi, porta alla desolazione.

Durante il Ramadan, un mese dopo essere stata ricoverata al Qasr al-Aini dove si sentiva “come una prigioniera”, Nataleen è sgusciata fuori dall’ospedale per visitare Nasr City. Il cuore le batteva forte mentre respirava l’aria fresca—sebbene inquinata—del Cairo per la prima volta dopo settimane.

Nasr City, un quartiere a est del Cairo, ospita la sede della Hala Travel Agency, un’agenzia subordinata alla compagnia Al Organi che gestisce tutte le transazioni, evacuazioni e ingressi attraverso il valico di Rafah. Finché l’esercito israeliano non l’aveva invasa nel maggio 2024, Rafah era l’unica via di evacuazione per quei gazawi che potevano permetterselo. Nataleen era andata lì per registrare suo fratello sedicenne in una lista di evacuazione, sperando di ricongiurlo a lei e a sua madre al Cairo. Per ogni evacuazione, la Hala Travel Agency chiedeva almeno 5.000 dollari — un aumento del 900% rispetto ai tempi pre-bellici, quando i gazawi pagavano non più di 500 dollari per lasciare la Striscia. “Per l’evacuazione di mia madre, abbiamo dovuto vendere la nostra macchina,” ha detto Nataleen. “La maggior parte dei gazawi qui ha venduto tutto ciò che possedeva per uscire e, una volta arrivati in Egitto, si sono ritrovati senza nulla.”

Al Organi si presenta come la “società madre di un gruppo di aziende leader in vari settori” sul suo profilo LinkedIn. Il gruppo, fondato nel 2010 da Ibrahim al-Organi — un leader di tribú del Sinai, magnate e stretto collaboratore del presidente Abdel Fattah Al-Sisi — opera in diversi settori, tra cui edile, sviluppo industriale, sicurezza e viaggi. La Hala Travel Agency, istituita nel 2021 per offrire “servizi di viaggio VIP” da Gaza all’Egitto attraverso il valico di Rafah, avrebbe addebitato ai gazawi fino a 10.000 dollari per ogni evacuazione tra ottobre 2023 e maggio 2024. Operando in collaborazione con agenzie di viaggio all’interno di Gaza, Hala si occupava delle procedure di sicurezza, dei visti, dei trasporti e di tutta la logistica per i pochi palestinesi abbastanza fortunati da poter lasciare la Striscia.

Dopo l’invasione del valico di Rafah da parte dell’esercito israeliano, Organi ha mantenuto la sua autorità e i suoi profitti su tutto ciò che entrava e usciva da Gaza, pur senza coordinare evacuazioni. I gazawi cosí sono rimasti intrappolati senza possibilità di fuga. Secondo Middle East Eye, ad aprile 2024 il gruppo guadagnava almeno 2 milioni di dollari al giorno dai servizi di sfollamento verso l’Egitto. Questa cifra non include i profitti derivati dalle centinaia di camion commerciali e di aiuti umanitari bloccati allo stesso valico. Questi camion, che Israele ha proibito dall’entrare a Gaza, dovevano comunque pagare dei dazi alla compagnia di Organi, Abnaa Sinai (Figli del Sinai), per rimanere sulle sue strade.

La Hala Travel Agency non appare più sul sito web di Al Organi; l’ultima traccia archiviata, rinvenuta tramite la Wayback Machine, risale ad agosto 2024. L’argomento resta altamente tabù in Egitto, e chi lo indaga è avvisato di procedere con cautela. “Questa compagnia è gestita da una banda criminale, non da un’entità governativa. Opera senza alcun controllo legale o responsabilità giudiziaria,” ha rivelato una fonte.

Ciononostante, essendo l’aiuto umanitario mancato dall’alto, si sono mobilitate organizzazioni dal basso, popolari, per sostenere e migliorare le vite dei rifugiati palestinesi. In particolare, negli ultimi 15 mesi di guerra, due ONG sono emerse grazie agli sforzi individuali di giovani donne arabe e musulmane: Amal Awani di Sanad Palestine e Israa Ali di Ahfad al Zaytoun.

Amal era partita da Gaza verso il Cairo per un viaggio di lavoro poche settimane prima del 7 ottobre 2023. Successivamente, è rimasta bloccata in Egitto, mentre la sua famiglia e il suo fidanzato erano ancora nel nord della Striscia. Ha capito presto che sopravvivere al Cairo avrebbe comportato nuove e inattesi ostacoli. “Alla fine del mese, ci sediamo e pensiamo a come pagare l’affitto,” ha detto. “Ci priviamo di molti beni essenziali solo per arrivare a fine mese.” Gli agenti immobiliari alzavano i prezzi appena sentivano il suo dialetto arabo palestinese, diverso da quello egiziano, ma Amal è riuscita a incanalare la sua frustrazione dandosi da fare. Avendo esperienza professionale nel sociale e nell’organizzazione di eventi, ha lanciato Sanad (Sostegno, in arabo) per assistere i palestinesi al Cairo che stavano scappando da Gaza.

Quello che era iniziato come un piccolo sforzo rivolto a gruppi di donne, si è rapidamente ampliato in una rete che offre aiuto ai bambini, ai feriti e alle famiglie sfollate. Donazioni, pasti gratuiti, distribuzioni di vestiti e giornate ricreative sono solo alcune delle iniziative che Amal ha organizzato da sola. “Ho annunciato sul mio profilo [facebook] che stavo avviando un’iniziativa chiamata Sanad,” ha spiegato. “Volevo sostenere i palestinesi al Cairo. Ho organizzato sessioni di gruppo con donne palestinesi per ascoltare le sfide che stavano affrontando e capire come potevo aiutarle.” Oggi, centinaia di persone dipendono da Sanad, che è diventata una vera e propria ancora di salvezza per coloro che sono stati esiliati dalla loro terra natale e un centro di supporto psicosociale per la comunità palestinese dispersa al Cairo.

Israa, cittadina canadese-egiziana, ha sentito il bisogno di tornare alla sua terra d’origine dopo l’inizio del genocidio a Gaza, essendo rimasta scioccata dalla mancanza di consapevolezza e sensibilità in Occidente verso la causa palestinese. Una volta arrivata al Cairo, non aveva un piano, finché non è stata messa in contatto con una famiglia gazawi che aveva bisogno di aiuto. Grazie a una raccolta fondi sui social media, Israa è riuscita a noleggiare uno spazio a Nasr City, che è diventato de facto una scuola. I bambini palestinesi in Egitto non hanno accesso all’istruzione a causa della mancanza del permesso di soggiorno, che impedisce loro di iscriversi alle scuole pubbliche. Chi ha accesso a computer o a Internet tramite il telefono frequenta lezioni online tenute da insegnanti dell’Autorità Palestinese da Ramallah. Tuttavia, come ha spiegato Israa, “avere una comunità e uno spazio in cui si sentano accuditi è fondamentale.” Dopo quasi un anno di eventi, attività educative e altro, Israa osserva che il loro trauma sta emergendo solo ora, perché non si sentono più in modalità sopravvivenza. “É quando ti rilassi e hai il semplice lusso di una routine che compaiono i sintomi del disturbo post-traumatico da stress.”

Ahfad al Zeytoun, che significa “I nipoti degli ulivi” in arabo, è un esempio di come la popolazione egiziana si sia unita per colmare i vuoti lasciati dal supporto istituzionale. Israa non poteva crederci quando, nel giro di una notte, ha ricevuto oltre duemila richieste di volontariato da persone che volevano semplicemente aiutare. “È come se avessimo creato uno sfogo per il popolo egiziano che voleva dare una mano, perché non c’è niente di istituzionalmente esistente per farli sentire come se potessero aiutare Gaza.”

Mercoledì 15 gennaio, giunta la notizia dell’imminente cessate il fuoco a Gaza, i palestinesi in esilio in Egitto erano increduli. Nemmeno due settimane prima, quando li avevamo incontrati in un ristorante a Heliopolis, quartiere a nord est del Cairo, Shaaban e Jumana A’alwan non immaginavano di poter contemplare nel futuro prossimo il ritorno a casa. La coppia di giovani genitori – Jumana nota al pubblico italiano grazie alla sua presenza nel docufilm del 2022 “Erasmus in Gaza” –  avevano evacuato la Striscia nell’aprile scorso, con la loro bambina di 3 anni. “Avremmo davvero voluto essere lì [a Gaza] e vivere la notizia del cessate il fuoco con il nostro popolo,” mi scrivono in un messaggio. 

Ma porre fine a questo esilio risulta più complicato del previsto, poiché il valico di Rafah è stato aperto solo per far entrare i camion di aiuti umanitari – bloccati fuori per mesi da Israele con tonnellate di cibo ormai scaduto – e non i gazawi. Sabato 1 febbraio ricominceranno le evacuazioni da Gaza per ragioni mediche, soprattutto per bambini feriti e mutilati durante il genocidio.

Mentre centinaia di migliaia di sfollati al sud della striscia hanno marciato verso nord per ritornare alle loro case, ormai macerie, altre migliaia di Palestinesi hanno osservato da lontano il momento storico sui loro telefonini. Nataleen, la cui famiglia aveva già ricostruito la propria casa nel 2021 dopo che i bombardamenti israeliani l’avevano distrutta, ha detto: “Torneremo e ci siederemo sulle macerie, ricostruendo le nostre case mattone dopo mattone.”

La speranza di tornare a casa si scontra con la consapevolezza che riprendere la vita a Gaza sarà arduo, soprattutto per coloro che necessitano di cure mediche.