Ci hanno provato, ma è andata male. La storia di Samir, Lutfi e Omar è quella di tre migranti economici, di tre giovani algerini che per vie diverse si sono infiltrati tra i rifugiati per raggiungere l’Europa, tra quelli che realmente scappano dalle battaglie e dai bombardamenti, dalla sete e dalla morte, alla disperata ricerca di un futuro che continua a scivolargli dalle mani.  Vivono in un vecchio silos di dieci metri quadrati. Il tetto è bucato, eroso dalla ruggine che aleggia nell’aria e che si deposita ovunque. Sono scappati dalle difficili condizioni di vita del sud dell’Algeria: il movente quindi non è la guerra, ma la rinascita sociale. Ora chiamano «casa» una rancida torre di stoccaggio sita nella periferia nord della città, dove vivono come squatters senza acqua-corrente ed elettricità nel No Border Social Centre di Mitilene. In un compound di palazzi diroccati ed ex fabbriche abbandonate vivono circa duecento squatters trincerati in alloggi arrangiati e in tende di fortuna, migranti e rifugiati scappati dai campi profughi delle isole dell’Egeo settentrionale.

La metodologia operativa di questo trio di migranti economici non è molto dissimile da quella utilizzata dai rifugiati. Prima di infiltrarsi all’interno di un gruppo di profughi in fuga devono prendere un aereo per la Turchia e, una volta arrivati, bruciare tutti i documenti di riconoscimento: rendersi anonimi e apolidi. Sembra essere complesso da realizzare ma dietro c’è una rete, una macchina economica fatta di trafficanti di uomini pronta a offrire questo servizio e che non lascia spazio all’errore.

«Siamo partiti con un minivan da İzmir (Dikili, ndr) e siamo arrivati in una foresta vicino al mare. Abbiamo camminato per circa venti minuti fino alla spiaggia. Lì abbiamo trovato della gente che ci aspettava con le barche e i motori accesi, organizzati», racconta Samir Solo, un ragazzo appena ventunenne che faceva il manovale nel deserto dell’Algeria.
Da İzmir in Turchia le miglia nautiche da attraversare per raggiungere Mitilene in Grecia sono circa venti. Il costo per un posto a bordo di un gommone e per un salvagente rattoppato è di 500 euro. I più disperati possono pagare la metà, ma si parte col mare grosso e col rischio di finire in mare alla prima onda o di raggiungere l’agognata Grecia galleggiando come cadaveri.

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Chios, Cimitero ortodosso di Agia Markella. La tomba di un anonimo rifugiato rinvenuto cadavere nella baia sottostante

«Non è aiuto quello che danno. Sono solo affari: business!» continua a raccontare il giovane algerino.

Il viaggio del migrante economico diretto in Grecia, l’«avventura» come la definisce Samir, non ha un esito felice. Si conclude arrivando in un Paese dell’Europa collassato economicamente, operato dalle Ong e infestato dalla xenofobia della popolazione greca che fa di tutto per liberarsi della presenza migratoria.

L’avventura di Samir inizia dal deserto algerino, ma si conclude nel campo profughi “Moria”, nella «Guantanámo di Lesbo» da cui tutti preferiscono fuggire. Ecco dunque come un vecchio silos bucato e arrugginito diventa una casa: meglio vestire i panni di uno squatter e vivere nell’illegalità piuttosto che essere picchiati ripetutamente dalla polizia greca.

«Sospettavano di me perché ero solo a bordo. Se viaggi con i bambini o la tua famiglia non ti fanno niente e ti trattano bene. Io invece ero solo. Mi hanno intervistato tre volte facendomi le stesse domande. Erano identiche tutte e tre le volte. Mi sono sentito preso in giro, ho perso il mio autocontrollo e ho alzato la voce. Mi hanno picchiato perché pensavano fossi uno scafista o peggio un terrorista. Sono fuggito dal campo e sono venuto qui».

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Gli squatters fuggiti dall’inferno di Moria organizzano la loro convivenza con l’illegalità giorno per giorno. Il risultato è una comunità di emarginati che provvede alla propria autonomia e al proprio mantenimento, «un network di alleanze e di sistemi di autosostegno volti a garantire la sicurezza della singola cellula e, per estensione, dell’intera rete comunitaria. Ciò è molto importante poiché la relazione tra i migranti e lo squatting è molto problematica poiché lo squatter è più soggetto a scontri con la polizia e con il potere dominante rispetto altre forme di attivismo o di ribellione sociale» (P. Mudu, S. Chattopadhyay, Migration, Squatting and Radical Autonomy, Routledge, London 2016).

Nel No Border Social Centre – e negli altri centri simili sparsi nelle isole egee e ad Atene – la sopravvivenza è garantita attraverso una catena di montaggio: c’è chi pensa al cibo, chi scava un buco nel pavimento di una stanza per arrangiare un water, chi sta di vedetta sui tetti con secchi pieni di pietre da lanciare in caso di intrusione (della polizia, delle municipalità locali, dei giornalisti), chi fa da palo e controlla gli accessi alla struttura occupata.

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No Border Social Centre, Mitilene. Faruk, rifugiato siriano di 24 anni, di vedetta durante il turno.

Per questo gruppo di migranti ribelli le minacce possono giungere in qualsiasi momento, ma è la notte a preoccuparli maggiormente. Il buio e la poca illuminazione elettrica rendono più difficoltoso il controllo dell’area. La notte è il tempo del controllo, è il momento in cui possono scattare i blitz della polizia dell’immigrazione.

Sulle isole di Lesbo, Chios o Samos la notte è il tempo in cui il paradigma della sorveglianza si attiva in tutte le sue modalità, dalla polizia che controlla le strade e la battigia alle navi dell’agenzia europea Frontex che pattuglia il litorale a caccia di migranti in fuga.

«Dalle coste turche di Ayvalık, di Dikili oppure di Cesme le miglia da attraversare per giungere in Europa non sono tante. I trafficanti fanno partire i gommoni dei rifugiati soprattutto durante la notte. Oltre all’oscurità, dopo il tramonto c’è molto traffico costiero: i pescherecci e le barche da pesca a remi escono dai porti per lavorare. Molto spesso le barche dei rifugiati si infiltrano tra queste e riescono a eludere i sistemi radar e di tracciamento». È la voce del Capitano Cristian Dascalu del vascello rumeno MAI 1102 di Frontex, il quale equipaggio pattuglia dal tramonto all’alba il confine marittimo greco-turco.

Mar dell’Egeo, Grecia. A bordo del vascello MAI 1102 di Frontex durante un pattugliamento del confine. La fotografia mostra la costa della Turchia attraverso un visore notturno.
Mar dell’Egeo, Grecia. A bordo del vascello MAI 1102 di Frontex durante un pattugliamento del confine. La fotografia mostra la costa della Turchia attraverso un visore notturno.

Il pattugliamento del confine marittimo greco-turco è il risultato di uno sforzo congiunto tra l’agenzia europea Frontex, la Guarda Costiera turca e quella ellenica. Il mandato dei ventitré marinai a bordo della nave della Politia de Frontiera MAI1102 è di fornire soccorso alle imbarcazioni dei migranti che riescono a valicare il confine marittimo greco e di supportare logisticamente le manovre delle altre istituzioni militari precettate nell’Egeo settentrionale.

«Siamo costantemente in contatto con le altre forze presenti in mare», continua Dascalu, «ed è fondamentale per l’efficacia di tutte le operazioni. Anche se non si spara un colpo, c’è una guerra in questo spicchio di mare. […] I trafficanti adottano diverse strategie per consentire il passaggio delle barche dei rifugiati e incrementare il loro volume d’affari. Pochi giorni fa ad esempio abbiamo intercettato via radar un’imbarcazione che puntava in direzione di Karfas. Abbiamo fornito tutte le informazioni alla Guardia Costiera turca che ha immediatamente presidiato l’area. Ma era un’esca: mentre i turchi erano al lavoro in quell’area, altri tre gommoni con motori veloci lasciavano la costa di Cesme in direzione di Chios. Noi ne abbiamo soccorse due, il vascello della Croazia ha pensato al terzo».

Video di Benedetto Sanfilippo

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