Per capire l’angoscia di Nuevo Laredo in Messico, ci si deve entrare quando il sole tramonta. Al confine con il Texas, il “Puente Internacional 1 Las Americas” che sorvola il Rio Grande a sud, straripa di macchine. Da qui passavano più di 20mila mezzi al giorno, prima dello scoppio dell’emergenza coronavirus, e l’accesso al territorio americano era, e oggi lo è ancora di più, sigillato dagli agenti di frontiera. Al lato della strada sul ponte, in direzione Messico, due ragazzi inforcano biciclette arrugginite. “Controllano chi entra e chi esce”, dice la fixer, una persona che accompagna a Nuevo Laredo chi di Nuevo Laredo non è, a patto di nascondere la sua identità. Il Cartello ha il potere su tutto, qui: “Sono più forti dello Stato e, credimi, sanno già che sto viaggiando con un’altra persona”.

Il dominio del Cartello Los Zetas

Negli isolati del Sector Central, dove una camionetta dell’esercito presidia chi varca il confine, Nuevo Laredo si presenta come una città in guerra, già prima del coronavirus. Con la confusione del traffico che inquina l’aria già imputridita dal dominio del Cartello Los Zetas, che comanda Plaza Juarez. Con sparatorie e assalti, diventati quotidianità. Agli angoli delle strade, dopo aver superato il vistoso spartitraffico color giallo evidenziatore, persone affiliate al Cartello hanno lo stesso compito dei ragazzini in bicicletta: controllano. E lo fanno armate. “Possono essere giovani o di mezza età, donne o uomini: c’è sempre chi fingerà di non vedere che cosa fanno”. Perché la vita a Nuevo Laredo vale poco e tutti, invece, sembrano avere un prezzo.

È su queste strade, bollate dall’autorità americane con l’allerta di pericolosità massima, già prima del coronavirus, alla pari di Siria e Afghanistan, che sempre più richiedenti asilo sono costretti a rimanere in attesa a seguito della policy Remain in Mexico, applicata a Nuevo Laredo dall’amministrazione Trump nell’estate del 2019. Provenienti da Nicaragua, Honduras e El Salvador, Messico e Guatemala, se prima gli immigrati attendevano il loro giorno di corte negli USA, per capire se la richiesta d’asilo fosse stata accettata, con i Migrant Protection Protocols (MPP) sono in centinaia a condividere gli spazi stretti dei centri in Messico. E la crisi COVID-19 ha estremizzato una tendenza già diventata estrema.

Dentro lo shelter dei richiedenti asilo

Per i richiedenti asilo, la vita in uno shelter è durissima e sono pochi gli esterni che vi hanno accesso per vedere cosa succede. In uno di questi a Nuevo Laredo, dove InsideOver ha avuto la possibilità esclusiva di entrare, ciò di cui si è spettatori va oltre ogni immaginazione. A proteggere l’area dove si respira disperazione e tensione, c’è un traballante portone di medie dimensioni. All’ingresso, una tenda trasparente fa da tramite all’area che dà accesso alla sala principale. È qui che intere famiglie dagli occhi stanchi trascorrono le loro giornate da reclusi. Bambine e bambini si aggrappano ai jeans sporchi di mamme e papà. Molti richiedenti asilo siedono sparsi sul pavimento, guardandosi attorno. Altri, appoggiati sulle panche scomode, fissano il loro sguardo a terra. Si mangia poco qui e solo quando qualcuno da fuori dona del cibo al centro. I bagni, piccoli, non sono sempre sufficienti, anche se più puliti di quanto ci si potrebbe aspettare. E per questi immigrati non c’è alternativa: uscire dagli shelter significa sfidare la morte. E non solo per il coronavirus. Secondo uno studio Human Rights First, da quando è entrata in vigore la policy “Remain in Mexico” sono stati registrati centinaia di episodi di rapimenti, uccisioni, stupri e torture. Qualcuno di loro inizia a lavorare per i gruppi criminali, che hanno in Nuevo Laredo il loro quartier generale. Persino un pastore, che dirigeva uno shelter, lo scorso agosto è stato rapito finendo nel nulla.

La condanna delle stringhe delle scarpe

“I richiedenti asilo devono pagare i bad guys più di una volta adesso”, spiega Joe Barron, responsabile dello shelter cattolico La Frontera, nella più fortunata Laredo. Non si riferisce mai al Cartello usando il suo nome. Li definisce solo bad guys, i cattivi. E a Nuevo Laredo non ci mette più piede: “È troppo pericoloso”. Le stanze de La Frontera sono vuote, dopo l’entrata in vigore della Remain in Mexico. “Sono tutti intrappolati di là”, dice, in centri come quello dove InsideOver ha avuto accesso prima che i confini venissero chiusi ai non essential travels a causa dell’emergenza coronavirus. Ma ci sono stati dei mesi, nel 2019, dove sono passati da qui migliaia di richiedenti asilo a Laredo, spediti dagli agenti di frontiera: “Eravamo al collasso e ora il numero è crollato, ma il prezzo umano è salatissimo”, dice Mike Smith, pastore della Holding Institute. Mike e Joe si conoscono da una vita e anche il suo shelter, a Laredo, finì in sovraffollamento. La policy di Trump non è stata però per lui, elettore un po’ conservatore e un po’ indipendente, una soluzione: “Ogni tanto sentiamo spari ed esplosioni che arrivano al di là del fiume”. È la vita quotidiana a Nuevo Laredo, anche prima del coronavirus che ha momentaneamente sospeso le nuove domande d’asilo negli USA: “Le persone non possono rimanere in America da illegali, ma non possiamo neanche permetterci che siano vittime di violenza così: gli spari, la guerriglia, succedono letteralmente a 4-5 isolati dalla nostra città”. E i richiedenti asilo sono obiettivi facili. “Arrivati al confine, devono togliersi cinture e stringhe delle scarpe”, spiega Joe. Prima che la Remain in Mexico entrasse in vigore, non era un dettaglio importante. Oggi, invece, i bad guys in Messico hanno un compito semplice: vedere chi sul “Puente 1” viene rispedito indietro con le scarpe senza stringhe. “Sanno che sono richiedenti asilo e che su quel ponte dovranno tornarci: li braccano subito”.

L’ora della preghiera

L’unico momento di sollievo, per le famiglie recluse negli shelter del Messico, arriva nell’ora della preghiera. Nella sala anonima dalle luci opache, mamme giovanissime abbracciano forte i loro bimbi e iniziano a piangere, mentre le note delle melodie clericali si fanno più forti. I papà, sguardo perso, tengono per mano i figlioletti provando a dar loro conforto. Non sanno che fare. Un gruppo di bambini, nell’angolo, gioca tra loro. Sono seduti sul pavimento freddo, lo usano come se fosse un parco. “Le persone che rimangono braccate nei centri non sono violente, ma semplici famiglie disperate” dice Artur Nets, un pastore cattolico in Texas che aiuta Mike e Joe a far arrivare frutta e verdura, acqua e giocattoli nei centri oltre il confine. “E non sono immigrati illegali, dobbiamo ricordarci di questo”, dice da Laredo, dove vive. “Non ho nessun altro obiettivo che questo: fare del bene e condividere un momento di speranza con queste persone”.

Anche perché i sorrisi svaniscono in fretta, quando a Nuevo Laredo cala il buio e le strade tornano nelle fauci del Cartello. “Non sono così certo che un muro possa fermare gli affari illegali”, spiega il pastore Mike Smith. Neanche quello che Donald Trump ha promesso di costruire e che la sua amministrazione ha deciso di iniziare proprio in questo fazzoletto del Texas. “Laredo e Nuevo Laredo sono città sorelle, non nemiche: mi sento più vicino ai cittadini messicani per bene al di là del fiume, che agli americani che sono venuti qui per iniziare a costruirlo. Il muro distruggerebbe la percezione di intere generazioni”.

Tre giudici a San Francisco

E mentre in Messico la battaglia quotidiana sulle strade continua, negli USA c’è chi prosegue quella legale. Tre giudici a San Francisco, a fine febbraio, hanno bloccato i Migrant Protection Procotols, definendoli incostituzionali. È servito a sospendere la policy per qualche settimana, ma non ad eliminarla. Ora però, complice anche il coronavirus, che sta letteralmente dilagando in centro e sud America, alla frontiera non si è più certi quale sia il protocollo da seguire. Anche se i confini sono formalmente chiusi sia alle nuove richieste d’asilo, che a tutti i trasferimenti non essenziali. “Vogliamo solo che i richiedenti asilo possano rimanere in America, dove hanno il diritto di ricominciare a vivere”, dice Joe. Nel 2019, a Laredo, dove il coronavirus ha colpito la fascia d’età tra i 40 e 49 anni, il suo shelter era al collasso. “Ma quando le famiglie lo lasciavano, ritrovavano la dignità persa durante il viaggio”. Ora non succede più: “Nessuna famiglia merita di subire tutto questo”.

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