I centri di detenzione sono pieni. Rigurgitano di immigrati.Così pieni che le stesse autorità libiche o meglio – le scarse forze della polizia libica adibite al controllo dell’immigrazione clandestina – non sanno cosa fare.”È una giostra – spiegava qualche giorno fa a “Il Giornale” il capitano Salah Abu Dabbush responsabile del centro di detenzione di Kararim qui a Misurata – noi li teniamo dentro fino a quando abbiamo posto, ma quando ci sono nuovi arrivi li spediamo a Sebah nel centro del Paese. Da lì dovrebbero essere rimpatriati, ma le loro ambasciate non pagano il biglietto. Noi invece non abbiamo i fondi per farcene carico e così tornano in circolazione. E in capo a qualche settimana ce li troviamo qui. Altri invece riescono ad arrivare alle coste e s’imbarcano. Qualcuno ce la fa e qualcuno no. Questi ultimi ce li troviamo sulla spiaggia qualche giorno dopo”.

La cupa realtà descritta dal capitano è davanti agli occhi di tutti. Nella luce livida dell’alba quattro corpi rigonfi divorati dai pesci, consumati dalla marea affiorano tra a sabbia del bagnasciuga di Misurata. E come tante altre mattine spetta alla polizia recuperarli, avvolgerli in sacchi bianchi, portarli all’obitorio. Finiranno in una fossa comune, si consumeranno e verranno dimenticati assieme alle migliaia di morti senza nome di questo esodo senza pietà. Un esodo che uccide i disgraziati, arricchisce i mercanti di uomini. Sotto gli occhi di un’ Europa che, dall’altra parte del Mediterraneo, guarda e tace. Nell’indifferenza delle Nazioni Unite e delle altre organizzazioni umanitarie che qui hanno chiuso tutti gli uffici Nella speranza che ancora una volta sia il buon cuore dell’Italia a farsene carico.

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