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Cosa conduce Asma, diciassette anni e un viso paffuto da bambina, ad abbandonare Logar, in Afghanistan, per pregare insieme a novantenni tedeschi in una chiesa del centro diBerlino? La povertà certo, ma anche la Fede. Sono arrivato fino alla chiesa luterana della Trinità, nei quartieri a sud-ovest della capitale tedesca, seguendo le tracce della migrazione cristiana.

In questo tempio distrutto dalla guerra e ricostruito convergono più profughi mediorientali e centro asiatici, convertiti nel loro Paese d’origine o in attesa del battesimo. “La mia famiglia è musulmana – mi spiega Asma – Ma io fin da quando avevo dodici anni mi interesso di religione. Cercavo un senso più profondo e alla fine l’ho trovato in Cristo. Avevo paura di raccontarlo ai miei genitori, ma alla fine la mia mamma ha detto che se sapevo quello che stavo facendo, dovevo seguire la mia strada.

“La vita parrocchiale è molto animata: agli incontri pomeridiani di comunità partecipano ogni giorno quasi cinquanta persone e le funzioni della domenica sono tanto affollate che la chiesa non riesce a contenere tutti i fedeli. Guardando gli anziani berlinesi che dividono i dolci natalizi con i profughi verrebbe da pensare a una storia edificante, dolce, quasi troppo. I dannati della terra che fuggono dalle persecuzioni, vengono accolti dai generosi tedeschi e per soprammercato trovano anche la Fede.

Peccato che, come in tutte le storie, arrivi qualche malizioso a rovinare l’happy ending. Di fronte a un numero di conversioni così alto – si parla di quaranta battesimi al mese, secondo i dati del pastore Gottfried Martens – c’è chi ha insinuato il dubbio che questa ondata di vocazioni sia frutto più della necessità di ricevere la protezione internazionale che quella dello Spirito Santo (guarda il video).

Molti dei catecumeni, infatti, provengono dall’Iran, Paese che per fortuna non è in guerra ma dove vige un’oppresiva teocrazia islamica e dove gli episodi di persecuzione contro i cristiani non sono infrequenti. Il copione, secondo chi vuole pensar male, sarebbe questo: i migranti abbandonano l’Iran, arrivano a Berlino dove si fanno battezzare e quindi si oppongono a un eventuale rimpatrio forzato facendosi scudo della nuova fede.

Padre Martens non è all’oscuro di queste accuse, ma deve spiegare che la parrocchia non può respingere a priori le richieste di chi vuol farsi battezzare. “Io ammetto tutti al corso pre-battesimale – ci spiega nel suo ufficio, sotto un rustico crocifisso di legno grezzo – Ma alla fine c’è un esame e comunque io non ammetto al sacramento quelli che non ritengo avere una solida motivazione religiosa. E qualcuno viene rimandato indietro.”

Tra i giovani fedeli, però, pare esserci una fede sincera che non si limita allo sfoggio di vistosi croci pettorali che farebbero l’invidia di un vescovo: “In Gesù e nella religione cristiana ho trovato amore e umanità – spiega Khalid, l’unico che non ha paura di mostrarsi davanti alla telecamera – Dopo la conversione la mia vita è migliorata. Anche mio figlio si è convertito e di questo ringrazio Dio.

“Le sue parole sembrano sincere e la buona volontà indubbia, ma i dubbi restano. Non ultimi, quelli che mi fa sorgere Asma quando, nella sua deliziosa ingenuità, racconta candida: “Sai, sono arrivata qui con due afghani che si erano rivolti al pastore perché non volevano essere rimandati in patria. Ma conoscendo il pastore e la religione si sono convertiti.” Sacro e profano, com’è naturale, si mischiano. Il pastore, com’è suo dovere, accoglie chiunque. Quanto al resto, ognuno per sé e Dio per tutti.

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