Bosanski Otaka – Il treno sferraglia fendendo il buio della notte con i fanali della locomotiva. I poliziotti bosniaci armati di pettorine gialle fosforescenti si piazzano lungo il binario di arrivo. Ogni sera a Bosanski Otaka, poco dopo le 23, arrivano da Sarajevo fra i 100 e 200 migranti della rotta balcanica, che puntano a passare clandestinamente il confine croato per arrivare in Slovenia e poi a Trieste.

Quando i vagoni si fermano ci si rende conto che quasi tutti i passeggeri arrivano dal Pakistan , Bangladesh, Afghanistan con zaini in spalle e sacco a pelo per le prossime tappe.

Gli agenti li caricano su un pullman della Policija. I migranti neanche discutono  e in fila indiana salgono sul mezzo conoscendo bene il copione riportato da chi li ha preceduti. Quelli che non trovano posto subito sull’autobus vengono fatti attendere seduti a terra per il prossimo turno.

“Oramai non abbiamo più il tempo di dare la caccia ai criminali. La nostra principale occupazione è correre dietro ai clandestini” osserva rassegnato un veterano della polizia bosniaca. E aggiunge: “Eseguiamo gli ordini, ma sappiamo bene che è tutto inutile”. La stragrande maggioranza dei migranti, dopo essere approdati in Turchia, proseguono via Grecia, Macedonia o Kosovo e Serbia fino in Bosnia. I serbi li lasciano volentieri passare e i migranti si dirigono prima a Tuzla e con le corriere a Sarajevo. Poi risalgono la Bosnia in treno fino al cantone di Bihac.

Gli ordini sono di riportare tutti i migranti che arrivano dalla capitale verso la Repubblica Srpska, la parte serba della Bosnia. Il cantone di Bihac, fazzoletto nord occidentale del paese, sta scoppiando con 5mila “ospiti” registrati e chissà quanti non monitorati. Il pullman della polizia viaggia per qualche chilometro fino ad una specie di zona cuscinetto che separa la Federazione musulmana e croata dall’entità serba. E inizia la messa in scena di una vera e propria farsa.

I migranti devono scendere e un agente in tuta blu da Rambo indica con una potente luce la strada che porta alla Repubblica Srpska. Tutti seguono senza protestare il copione e si incamminano in colonna lungo la strada asfaltata. Dopo 500 metri spariscono nel nulla. I migranti si infrattano in mezzo alle piante di granturco alte come un uomo. E aspettano qualche ora o il giorno dopo per tornare indietro mettendosi in marcia verso Bihac, che dista una cinquantina di chilometri.

Nel capoluogo del cantone c’è il campo di accoglienza Bira,  il più grande della Bosnia nord occidentale con 1700 persone, che sta scoppiando. Per i migranti è la prima tappa verso il vicino confine croato.
Gli agenti di una pattuglia serba che osservano ogni notte la scena farsesca scuotono la testa e sussurrano a denti stretti: “No comment”. Solo il gruppetto di una dozzina di eritrei ignari delle divisioni politiche della Bosnia prosegue dritto. Al primo centro abitato della Republika Srpska verranno caldamente invitati a tornare indietro.

Fra le pannocchie l'”esercito” fantasma dei migranti armeggia con telefonini e Google map per capire dove muoversi e chiede informazioni sulla direzione a noi giornalisti. I federali, come ogni notte, hanno messo di traverso sui binari della ferrovia una macchina della polizia. E lanciano sciabolate di luce verso il campo di granturco come inutile deterrente al ritorno dei migranti. “Senti i cani che abbaiano?  Vuol dire che si stanno muovendo sulla collina per aggirarci” spiega un agente rassegnato al gioco dell’oca. “Solitamente rispuntano alla stazione di benzina alle nostre spalle – spiega il poliziotto –  Lo sappiamo e li aspettiamo al varco per  rimandarli indietro. Un migrante lo abbiamo intercettato 12 volte”. Alla fine i clandestini trovano la strada in mezzo alle colline verso Bihac e la frontiera croata. La farsa inizia ricomincia la sera dopo con il solito treno che arriva da Sarajevo.

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