Secondo le autorità messicane sono circa quattrocentomila i clandestini che ogni anno attraversano la frontiera fra la città guatemalteca di Tecun Uman e la gemella messicana di Tapachula. Secondo Amnesty International invece i migranti in transito in questo limbo di terra sono più di 700mila.

Sono soprattutto persone che fuggono dalla zona conosciuta come “il Triangolo del Nord” (Honduras, El Salvador e Guatemala), area considerata fra le più violente del mondo al di fuori delle zone di guerra. Secondo le statistiche infatti, sui 30 milioni di abitanti, solo nel 2015 sono morte assassinate 17.500 persone, più che in Afghanistan, Siria e Iraq. La corruzione diffusa, il governo incapace di controllare il territorio e la forte presenza di gruppi criminali internazionali conosciuti come “maras”, hanno dato origine ad una escalation di violenza che ha spinto il 10% della popolazione a fuggire via dalla propria terra. A questi desperados, che stanno alimentando un esodo di massa senza precedenti, si sono affiancati nel corso degli anni anche migranti provenienti dai paesi caraibici, africani ed asiatici. Tutti sono mossi dalle più molteplici e disparate motivazioni ma hanno un’ambizione che li accomuna: inseguire il sogno americano.

In questo contesto socioeconomico, lo stretto limbo di terra che collega il Guatemala ed il Belize con il Messico diventa un passaggio obbligatorio per chiunque si diriga a nord. Ma il viaggio è lungo e pieno di insidie e molti si perderanno lungo il cammino.

Il viaggio inizia sulle rive del fiume Suchiate. Tutti i migranti privi di permesso di soggiorno, recandosi presso il centro di Immigrazione di Tapachula (il più grande centro di smistamento migranti di tutta l’America Centrale) possono chiedere un visto temporaneo di 30 giorni per attraversare il Messico e raggiungere gli Stati Uniti, senza essere fermato e senza aver problemi con la legge. Mentre per chi ha precedenti penali, condanne di espulsione o semplicemente non conosce o ha timore della legge (fobia molto comune in questa parte del mondo), qui inizia uno dei viaggi più pericolosi che l’uomo moderno possa affrontare.

Truffatori e Polleros

Truffatori e polleros (trafficanti di esseri umani) sono alla continua ricerca di prede ed i migranti che attraversano queste zone sono le prede più facili. In molti promettono una “traversata facile” per cifre che variano fra i cinque ed i settemila dollari (e qualcuno parla anche di diecimila) ma mettersi nelle mani dei trafficanti non è mai una scelta sicura.

Il pollero, letteralmente “trasportatore di polli”, molto spesso viaggia col suo carico di esseri umani stivato nei camion o nei furgoni, ammassando le persone come fossero polli, senza acqua e senza ossigeno in spazi talmente ridotti da obbligare i viaggiatori ad espletare i propri bisogni in piedi. Sovente questi trafficanti abbandonano i propri passeggeri lungo il tragitto senza portarli a destinazione ed altrettanto spesso estorcono loro ulteriore danaro e beni con la minaccia o con la tortura. Secondo la stima dell’UNDOC (United Nations Office on Drugs and Crime) nel 2016 il traffico di esseri umani, assorbito completamente dai narcotrafficanti i quali utilizzano per le persone le stesse rotte su cui viaggiano le sostante stupefacenti, ha raggiunto un giro d’affari pari a sei miliardi di dollari annui.

Il deserto e le sue minacce

Lungo il percorso ci sono controlli e numerosi posti di blocco della polizia e dell’Instituto Nacional de Inmigracion e chiunque viene intercettato viene immediatamente deportato senza possibilità d’appello. Per i migranti la via più sicura per evitarli è aggirarli, passando per il deserto o per le impervie stradine di montagna. Perdersi è facile e se non si conosce la strada si rischia di girare in tondo perdendo il senso dell’orientamento. Di giorno le temperature possono superare i 40° mentre di notte la colonnina del termometro scende drasticamente. In molti muoiono per la disidratazione ed il freddo. Ad aumentare il grado di difficolta della prova ci sono anche i numerosi serpenti ed insetti velenosi. Non è raro imbattersi in uno scorpione, un serpente a sonagli o in uno sciame di api mellifere estremamente aggressive note come abejas africanizadas. Qui in Messico questa specie di ape, che nella cultura popolare è conosciuta anche col nome di “ape assassina”, è stata introdotta perché capace di produrre miele in condizioni estreme di umidità e calore. Quest’ape molto difensiva insegue in sciami gli invasori fino ad un chilometro di distanza dall’alveare e fra i migranti sono in tanti a temerla.

Il treno della morte

In Messico non c’è una rete ferroviaria abilitata per il trasporto delle persone. Tutti gli spostamenti terrestri avvengono su strada. Esiste però attualmente una rete ferroviaria, decisamente obsoleta ed inaffidabile, utilizzata per il trasporto delle merci. Nel corso degli anni questa strada ferrata è diventata un punto di riferimento per i migranti che la usano per orientarsi lungo il cammino verso gli Stati Uniti. Inoltre il treno merci che la percorre è l’unico mezzo di trasporto gratuito per chi si dirige a nord. Sfortunatamente questo treno, tanto economico quanto pericoloso, ha causato la morte di centinaia di persone tanto da venir ribattezzato con diversi nomi, uno più terribile dell’altro: la bestia, il treno della morte, il treno assassino o il verme d’acciaio sono solo alcuni esempi. I treni che viaggiano fra Tapachula e Oaxaca, lungo il corridoio dell’inferno, non hanno una cadenza regolare né orari fissi. Viaggiano ad una velocità media di 15 km/h e spesso sono costretti a fermarsi per un guasto alla locomotiva o un’interruzione della linea dovuta al pessimo stato di manutenzione. I migranti che viaggiano sulla Bestia, si stima siano cinquecentomila ogni anno, solitamente abbordano il convoglio durante la marcia e sono numerosissimi i casi di gente che in questa manovra d’approccio diventa vittima di brutali incidenti. Secondo AMIREDIS (Asociación de Migrantes Retornados con discapacidad), negli ultimi sei anni si conoscono 713 casi di persone mutilate dal treno e 362 casi accertati di persone uccise…ma sono molti di più quelli di cui non si ha alcuna notizia. Non sono infrequenti le risse e litigi mortali fra gli stessi migranti. Un po’ di cibo non condiviso o un’occhiata storta possono costare cari. Qui la vita vale veramente poco. Le statistiche indicano che l’80% dei clandestini a bordo, fra di essi anche madri con bambini, è vittima di furti od estorsioni ed il 60% delle donne viene stuprato. Inoltre, che si viaggi nello spazio fra un vagone e l’altro o sul tettuccio di una cisterna, il rischio di cadere è costante. Le vibrazioni sono tremende, i rinculi sono inattesi e violenti, le raffiche di vento improvvise e i numerosi tunnel di rami possono ammazzarti in qualsiasi momento. Fra i passeggeri di questo mezzo mortale c’è una regola che tutti conoscono e rispettano: mai addormentarsi!

Crimine e malavita

E se tutti i pericoli elencati fino ad ora non dovessero bastare, a condire ulteriormente questo viaggio estremo ci sono le organizzazioni criminali che hanno fatto del flusso migratorio un business. Lungo il tragitto che va da Tapachula ad Oaxaca, città da cui si dipanano le diverse rotte che portano negli Stati Uniti, i migranti devono infatti attraversare i territori controllati dai terribili Mara Salvatrucha (MS13), criminali sanguinari appartenenti ad un’organizzazione internazionale dedita all’estorsione ed al sequestro, famosa per i tatuaggi e per i riti di iniziazione crudeli. Per loro i migranti sono una fonte preziosa e lungo il percorso del treno spesso salgono a bordo per esigere un pedaggio…e chi non paga viene gettato dal treno in corsa. In molti dicono di aver dovuto sborsare cento dollari per aver salva la vita. Non è raro che ad esigere il balzello siano anche criminali comuni ma come molti desperados sostengono: “Nel dubbio meglio pagare.” Ma gli MS13 non sono gli unici criminali che operano in questo tratto. Qui è attivo il cartello degli Zeta, il gruppo di narcotrafficanti formato da ex truppe d’élite dell’esercito messicano addestrate dalla CIA per combattere i zapatisti in Chiapas e successivamente passate “con i cattivi”.

Nel 2010 smisero di essere il braccio armato del Cartello del Golfo e conquistarono un loro proprio territorio. La tecnica degli Zeta è più laboriosa e organizzata di quella delle Mara. All’inizio del viaggio i loro “halcones” (falconi, ndr) si infiltrano fra i migranti spacciandosi per polleros per individuare le persone più abbienti. Grazie ad una rete di collaboratori arruolati fra il personale delle ferrovie con danaro o con le minacce (i cosiddetti “garroteros”, gli sguatteri), gli zeta possono far fermare un treno in qualsiasi punto e, grazie agli sguatteri sanno sempre dove e quando arriveranno i controlli della polizia. Una volta individuate le prede più appetitose i falconi le segnalano ai rapitori e a questi spetta il compito di spremere il più possibile i malcapitati, obbligandoli molte volte a farsi inviare denaro dai parenti. Nel caso dopo le minacce e le torture non vengano fuori né soldi né contatti a cui estorcerli, per le povere vittime si aprono altri scenari orribili quali il traffico di organi, la prostituzione e il reclutamento forzato nelle fila dell’organizzazione. Sono poche le persone sequestrate dagli Zeta che sopravvivono per raccontare la loro storia e sono purtroppo famosi i sequestri collettivi che hanno portato alla morte di centinaia di clandestini in pochi giorni. Sono ben noti i massacri di San Fernando, nello stato di Tamaulipas. In due diverse occasioni (agosto 2010 e aprile 2011) furono trovati sparsi in numerose fosse comuni i corpi di 289 e 116 migranti senza documenti. Ogni anno sono oltre diecimila i migranti “sin papeles” sequestrati dagli Zeta.