Da Calais (Francia)-Le baracche della giungla raramente superano i due metri, per entrarci bisogna chinarsi verso il suolo. Solo alcune bandiere fissate a lunghi pali di plastica svettano su tutto. Eppure inoltrandosi per le vie di questa favela che sorge, assurda e incomprensibile, nel cuore dell’Europa più ricca, al crocevia tra Francia, Belgio e Gran Bretagna, a un certo punto si scorge una croce e una sorta di tozzo campanile.Tra le migliaia di disperati che abitano questa città fantasma popolata di topi e gabbiani vi sono alcuni cristiani – provenienti perlopiù dall’Africa – che hanno deciso di costruire una chiesa, in mezzo alle baracche. A fianco dell’edificio incontro un gruppo di africani seduti in terra, nella polvere. Noto che insieme agli uomini vi sono anche due donne e un bambino che non avrà più di cinque anni.

Mi avvicino, mi spiegano che sono eritrei e che sono stati loro, con altri, a costruire quella chiesa. Dal gruppo si stacca un ragazzo, David, che mi conduce all’interno: “Volevamo un posto per pregare e così, tutti noi migranti cristiani, abbiamo costruito questa chiesa con i materiali di risulta che abbiamo recuperato”.

I muri sono realizzati con pannelli di compensato e assi, a fianco della porta d’ingresso una campana serve a richiamare i fedeli alla messa della domenica. Entriamo all’interno. Nella metà posteriore della chiesa sono accumulati materiali da cantieri, pile di bancali e rottami di legno. La luce entra da alcuni fori nelle pareti e nel tetto coperti da pezzi di plastica dura ondulata.In fondo all’edificio, coperto da veli, una sorta di altare improvvisato. Per accedervi bisogna togliersi le scarpe e camminare su alcuni tappeti portati lì dagli abitanti dello slum. Seguo David in quello che normalmente chiameremmo presbiterio. Ci inginocchiamo. L’altare, semplicissimo, è composto di una cassetta in legno carica di santini e immaginette sacre. Dietro, una sola sedia di plastica affollata di icone. Distinguiamo l’immagine della Madonna, della Sacra Famiglia e qualche santo. In fondo, contro la parete, una croce di legno nudo drappeggiata con un panno bianco.

“È una chiesa aperta a tutti i cristiani: cattolici, ortodossi, protestanti, copti… – ci spiega David – Qualche francese ha portato dei materiali, ma a costruirla siamo stati noi. Ogni domenica ci troviamo per leggere le Scritture: non c’è prete, semplicemente prende la parola chi è più esperto del testo sacro.” Mi conduce all’esterno, mostra con orgoglio l’architettura dell’edificio che in effetti ha una sua eleganza. “Qui sono contento perché posso professare la mia fede apertamente – mi spiega (so che a pochi metri, in una tenda, sorge una moschea, ndr) – Mentre in Libia dovevamo fingerci tutti musulmani. Altrimenti ti tagliavano la testa.”Quindi, mentre camminiamo intorno alla chiesa e io scatto qualche foto, David cambia tono e mi chiede direttamente: “Qui nessuno ci perseguita per la nostra fede, ma viviamo come animali.” Col braccio indica la distesa di baracche, spesso buchi nel terreno foderati con sacchi della spazzatura.”Perché l’Europa non fa nulla per noi?”. Taccio. È difficile non cedere alla retorica, la suggestione è forte. L’Unione Europea che tanto parla di diritti umani ospita sul proprio territorio la favela più grande del continente. Una giungla dove la legge degli uomini sembra aver ceduto il posto a quella della foresta. Dove le istituzioni sono assenti, la politica fa la voce grossa parlando con i giornali ma le soluzioni che promette non arrivano.

Qui i migranti lasciati a se stessi hanno sentito l’esigenza di costruire un tempio dello spirito, una chiesa che è molto difficile non associare a precedenti ben più famosi, a partire da quella di San Damiano ad Assisi. Pochi raccontano questa storia, perché la miseria non è piacevole da leggere sulle pagine dei giornali e ancor meno da vedere dal vivo. Bisogna davvero aspettare che questa situazione esploda nel sangue o nella rabbia? Salutandomi, David sembra calmo ma sua moglie e suo figlio che giocano per terra non possono aspettare più a lungo.

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