Da Boreano (Potenza) Non è facile, per uno schiavo, ribellarsi ai propri padroni. Così come non è semplice trovare il coraggio di denunciare tutto davanti a una telecamera. Eppure, anche fra i dannati del caporalato di casa nostra, c’è chi osa alzare la testa e rifiutare il sistema criminale di sfruttamento e di ricatto che ogni anno costringe in catene decine di migliaia di braccianti irregolari.

Per incontrare uno dei rari Spartaco contemporanei dobbiamo spingerci fino in Lucania, nella terra che diede i natali al poeta latino Orazio. Un volontario di sosRosarno, l’associazione anti-caporalato nata dopo le rivolte di migranti in Calabria, ci ha fornito il contatto di un bracciante disposto a “parlare” dei meccanismi di questa industria della morte.Di lui abbiamo solo un numero di telefono e un soprannome, “l’americano”. Vive in una baracca di plastica e lamiere sperduta in mezzo ai campi di grano, dove il sole estivo picchia come un martello e il frinire delle cicale assorda ogni pensiero.

L’americano, che poi scopriamo chiamarsi Youssif, è un lavoratore relativamente emancipato: parla un discreto italiano ed è riuscito a mettere da parte abbastanza denaro per potersi permettere una bicicletta e qualche gallina per le uova.Ci riceve nella sua baracca, dove ha sistemato un generatore di corrente recuperato chissà dove e qualche sedia. La sera ospita i compagni di lavoro per bere qualche birra insieme. Lui lo chiama “il suo bar”.

Per l’affitto della terra su cui ha costruito la baracca paga al proprietario del fondo cinquanta euro al mese. Periodicamente, spiega, il padrone distrugge le capanne dei braccianti per liberare il terreno. Gli incendi non sono infrequenti. I lavoratori si spostano di qualche metro e tutto rincomincia da capo.Anche qui vigono le medesime leggi che regolano la vita dei braccianti di Rignano: dei trentacinque euro di paga giornaliera, al lavoratore ne finiscono circa venti.

Tutte le masserie abbandonate, parla piano Youssif indicando i casolari diroccati all’orizzonte, sono piene di braccianti. A volte la brutalità dei caporali si spinge fino a ritirare loro i passaporti; non è raro che le donne, specialmente quelle dell’est, vengano ricattate e avviate alla tratta della prostituzione.In queste terre selvagge sembra non esistere legge né pietà. La dimensione del fenomeno è tale che oltre due terzi dei braccianti stranieri non figurano nemmeno nelle liste ufficiali.“

Solo in Puglia – spiega il segretaro regionale della Flai Cgil Puglia Giuseppe Deleonardis – ci sono cinquemila africani iscritti negli elenchi anagrafici, che in gran parte risultano lavorare per meno di 51 giornate, come se per il resto del tempo se ne venissero in ferie… Ma il dato stupefacente è un altro: solo nei ghetti del foggiano se ne contano almeno quindicimila. I due terzi almeno, quindi, sono irregolari.”

Peraltro moltissimi di questi schiavi godono dello status di rifugiato o sono addirittura richiedenti asilo: per lo Stato italiano non possono essere dei fantasmi e per la legge in molti casi non potrebbero nemmeno lavorare. In un’azienda produttrice di pomodorini, racconta Deleonardis, l’anno scorso sono stati trovati richiedenti asilo che lavoravano quattordici ore al giorno per poco più di trenta euro lordi.”

E questo meccanismo perverso di gioco al ribasso, che contribuisce a scaricare i costi di produzione sull’anello più debole della catena, inizia a colpire anche i lavoratori italiani.

Appoggiato al suo trattore, il signor Rocco Strada, coltivatore diretto, ci espone la sua visione dei fatti togliendosi il cappello davanti alla telecamera: “Questi immigrati sono esseri umani come noi – farfuglia in un misto di italiano e dialetto – Hanno due occhi, due orecchie, un naso… Ma perché non se ne stessero a casa loro? Vivono con venti euro al giorno, perché i proprietari dovrebbero spenderne cinquanta per un operaio italiano?”

Chissà come risponderebbe l’americano. Come noi, una risposta non ce l’ha. Lontano da ogni forma di civiltà, isolato in una baraccopoli che brucia nel sole, sa solamente che domattina alle tre e mezzo suonerà di nuovo il clacson della macchina che lo porterà al lavoro nei campi. Da queste parti, già accettare di dire le cose come stanno è una vittoria del coraggio.

Foto e video di Roberto Di Matteo

TRASPARENZA

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