Sandaga è un luogo a cui è difficile dare una definizione. È un enorme mercato a cielo aperto, estendendosi su ben due distretti di Dakar, ma non possiede nemmeno una sua definizione amministrativa formale. La sensazione, entrando dalla rotonda che ne segna un po’ informalmente l’ingresso principale, è un po’ quella di addentrarsi in una fitta giungla, in cui per muoversi bisogna letteralmente districarsi tra le migliaia di piccoli venditori, sentendosi allo stesso tempo attenzionati da decine di occhi che osservano con intenti diversi: la maggior parte solo incuriositi, ma altri sono in cerca di una debolezza da sfruttare. La piccola criminalità è una realtà più che concreta da queste parti, e i turisti occidentali, soprattutto francesi, sono un irresistibile fattore di attrazione. Per i commercianti, ma anche per i borseggiatori.

Questa parte della città è un luogo caotico, fitto, il centro di una metropoli intricata, la sua sintesi perfetta. Se Dakar è infatti per molti versi il centro principale dell’Africa occidentale, Sandaga è il punto dove le varie anime di questa parte di mondo trovano una loro unione. E con loro, molte delle rotte migratorie che passano per questa porzione del continente. Alcune interne alla regione stessa, altre invece proseguono il proprio percorso verso nord, per provare ad arrivare in Europa.

Non è quindi difficile incontrare maliani, guineani, gambiani e sierraleonesi, mentre più o meno legalmente lavorano nei retrobottega, chini sulle macchine da cucire, per produrre alcuni dei capi che saranno poi messi in vendita all’interno dello stesso mercato a turisti e locali.

Le loro storie, per quanto diverse, hanno tutte un concetto in comune: quello di accantonare, del mettere da parte. Chi infatti è venuto a Dakar a cercare fortuna dai quattro angoli dell’Africa dell’ovest, vivendo nelle banlieues per poche decine di migliaia di franchi CFA al mese, tendenzialmente sogna di ritornare prima o poi nel proprio Paese, a volte a migliaia di chilometri di distanza, inviando però per anni rimesse economiche che aiutano la famiglia a vivere e stabilizzarsi. “Sono ormai cinque anni che sono qui” racconta Nelson, guineense di 21 anni, mentre ordina una pila di borse di tela dai colori sgargianti. Si è sposato da due anni, praticamente a distanza, con una ragazza del suo villaggio, in Guinea-Bissau. “Quando sono arrivato ero con mio zio, avevo 16 anni. Ora lui è ritornato, mentre io vorrei restare qualche altro anno. Conto di tornare anche io, certo, inshallah”.

Ma questa è solo una parte di chi decide di venire dall’estero per lavorare a Sandaga. Altri, infatti, vedono il mercato come una tappa necessaria per mettere da parte il denaro richiesto per tentare la sorte, e partire poi in Europa.

Parlare dell’argomento tuttavia non è affatto semplice, e molti rifiutano di affrontarlo di fronte alla telecamera. Nonostante la questione sia un po’ come un elefante nella stanza, un qualcosa di conosciuto e sperimentato da praticamente chiunque in maniera più o meno diretta, vi è una certa ostilità a rivelarne i dettagli a chiunque non sia parte di questo piccolo universo. È un po’ come se bisognasse aver vissuto quello di cui si parla, esserne consapevoli in prima persona, prima di poter anche solo pensare di confrontarsi. “È un argomento complesso” conferma Ibrahima, 41 anni, dakarois di nascita, da 20 anni tra gli scaffali e le macchine per cucire di una delle fabbriche artigianali all’interno del mercato. Anche lui preferisce non farsi riprendere: ha un’attività avviata all’interno del mercato, e teme le ripercussioni che potrebbe avere nei rapporti con gli altri commercianti.  “La gente qui non vuole parlarne. Abbiamo tutto da perderci in fondo, i giovani e la faccia. Stiamo perdendo un’intera generazione, e ce ne accorgeremo solo tra qualche anno” spiega.

La questione però, vista dal lato di chi vuole andare via, ha tutto un altro sapore: quello delle possibilità, viste al di là del Mediterraneo, di una vita migliore. Che però si scontrano inevitabilmente con le difficoltà di ottenere un visto e dei documenti. “Io volevo partire in Europa, quando ho lasciato la scuola due anni fa, e volevo farlo legalmente. Ma è impossibile” spiega Zakaria, guineano di 19 anni, da due a Sandaga per lavorare in una bottega insieme al cugino, di 4 anni più grande.

Ma la pressione sociale gioca un ruolo altrettanto importante: partire, cercare fortuna è qui un fattore culturale, quasi un rito di passaggio. A volte, addirittura, una prova per dimostrare di essere divenuti adulti, e farsi carico della famiglia con le rimesse che si invieranno a casa. L’Europa è un mito lontano, e i racconti di chi ci è arrivato raramente includono le difficoltà e le stridenti contraddizioni dell’immigrazione nel Vecchio Continente. Tanto da far dire allo stesso Zakaria: “Forse, un giorno, partirò anche io in Europa. Ma non ho nessuna fretta”.

Tra i tessuti del mercato però è anche possibile apprezzare l’altra faccia della medaglia: quella di chi negli anni ha scelto di restare, investire nel proprio futuro, e si rende conto dell’enorme voragine generazionale che si sta venendo a creare in questi anni, i cui effetti tuttavia non sono ancora pienamente visibili. “È uno stillicidio immenso” spiega ancora Ibrahima. “I giovani non hanno pazienza. Anche 20 anni fa si emigrava, ma c’era la fame, quella vera. Chi poteva metteva su una piccola attività, e andava avanti. Nessuno oggi si mette ad investire quel poco che ha, i giovani vogliono tutto e subito”, continua. “Così perderemo un’intera generazione. E non ce ne accorgeremo, fino a quando non sarà troppo tardi”.