Despina
storie dall'esodo
Testo di Daniele Bellocchio
Fotografie e regia video di Marco Gualazzini

Despina, storie dall’esodo

Il terzo millennio, atteso, come mai nessun secolo prima, con fremiti di avveniristica speranza nella modernità, nella tecnologia e nel progresso ad oltranza, invece ci ha portato in un’epoca febbrile e inaspettata: quella dell’Esodo. E’ un mondo, il nostro, fatto di continenti che si svuotano, di guerre incessanti, di colonne di uomini che attraversano deserti e mari. Persino il tempo e lo spazio sono cambiati. Il tempo di oggi è quello dell’umanità in fuga che ha dovuto sbarazzarsi della dimensione del passato e si è lanciata in quella della ricerca del domani. E gli spazi di ieri, le frontiere, motore della storia che abbiamo attraversato, sembrano franare.

L’Esodo infatti dissacra e travolge i confini, strutture di un mondo dove i modelli dati per assoluti crollano o tremano sui propri cardini. In questa realtà, quindi, nuove storie prendono piede, nuovi protagonisti si affacciano sulla scena, senza trovare analogie in nessun passato prossimo. Da una parte c’è l’uomo che, incendiato da quel carburante, che non ci è dato sapere se fatto dell’ultimo anelito di speranza o dall’estrema reazione all’eterna disperazione, affida se stesso a un lungo viaggio verso il destino, il rifugiato.

Dall’altra ci sono i luoghi che diventano terre d’approdo, rifugi appunto, come l’Uganda, il 163esimo Paese più povero al mondo, per decenni confinato alla periferia del globo, ma oggi nazione protagonista della contemporaneità. In controtendenza ai dettami del mercato e alle logiche delle identità prestabilite, ha infatti dato vita a un modello d’accoglienza unico a livello planetario, ospitando 1,5milioni di rifugiati, l’85% dei quali donne e bambini: ben più di quanto abbia fatto qualsiasi paese ricco d’Europa.

Africa, Uganda. distretto di Arua. 02 febbraio 2018. I rifugiati sono trasferiti in bus dal Kuluba Transit Center all'Impevi Reception Center. Il Kuluba Transit Center si trova a pochi chilometri dal confine tra Sudan del Sud e Uganda. Qui arrivano rifugiati provenienti da Sudan del Sud, Eritrea e Congo, e vengono registrati e sottoposti ad esami medici. A chi è malato, e anche a donne, anziani e bambini vengono fornite cure mediche e a tutti vengono garantiti tre pasti al giorno durante tutta la loro permanenza, che in genere dura 36 ore. Questo è il terzo passaggio del processo di accoglienza dei rifugiati in Uganda.

Il ponte di Busia è uno dei tanti ingressi clandestini che puntellano la porosa frontiera tra Uganda e Sud Sudan. Dal lato sud sudanese gli uomini del gruppo irregolare Splm­Io (Sudan People’s Liberation Movement in Opposition, il gruppo ribelle sud sudanese contrapposto alle forze governative del Presidente Salva Kiir) e da quello ugandese, invece, i soldati di Kampala assicurano il passaggio ogni giorno a centinaia di persone in fuga da una guerra che, dal 2013 ad oggi, ha già fatto più di 50mila vittime.

E la savana africana, con le sue temperature infuocate, fa da cornice alla fuga dei profughi sudsudanesi. In colonna, sul piccolo ponte, transitano uomini che camminano da giorni aggrappati a una vecchia bicicletta, donne con bambini sulla schiena e borse tra le mani (in cui sono contenuti gli unici effetti che sono riuscite a salvare) e anziani che si trascinano esausti sorretti da nipoti e figli. Hanno sfidato le imboscate e le rappresaglie etniche durante il viaggio e ovunque, nei loro occhi, nelle loro rughe, nei loro silenzi si osserva la presenza della tragedia.

Nessuna parola li accompagna e un dolore che fa paura, perchè muto, sembra essersi pietrificato in loro. In centinaia hanno valicato il confine e subito sono stati condotti al punto di raccolta, a pochi metri dal passaggio clandestino, dove, sotto una piccola tenda, vengono registrati e ricevono una prima accoglienza. Una distesa di terra arancione e piccoli arbusti si estendono fino all’orizzonte e solo il rumore del vento rompe un silenzio surreale e inquietante, all’interno del quale sembra di udire, come trasportato dai ricordi dei rifugiati, l’eco delle urla dei feriti, degli spari dei governativi, delle suppliche in ginocchio difronte ai soldati ebbri di waragi e fiele, delle risate feroci e volgari prima delle fucilazioni, dei pianti dei bambini soli a se stessi e del crepitio delle fiamme dei villaggi incendiati: l’eco di ciò che è inciso nella memoria dei profughi che hanno valicato la frontiera tra un inferno e un limbo terreno dove attendere di tornare a vivere.

Africa, Uganda. Arua district. 02/02/2018. Refugees are transferred by trucks from Impevi Reception Center to to the Umugo refugee camp where they are assigned a small plot of land on which they pitch a Tukul (editor’s note: typical South Sudanese dwelling) where they’ll live.

Africa, Uganda. distretto di Arua. 02 febbraio 2018. I rifugiati vengono trasferiti in camion dall’Impevi Reception Center al campo profughi di Umugo, dove gli viene assegnato un piccolo appezzamento di terra dove erigono un Tukul (nota dell’editore: tipica abitazione del Sudan del Sud) nel quale vivranno.

Alex ha 40 anni, è arrivato con i suoi due figli, ha appena finito di mostrare ai militari, accovacciato sotto un albero, il contenuto della valigia che ha con sé: alcuni vestiti, una radiografia, un libro da colorare e poi, con la gestualità riservata a quegli oggetti a cui ci aggrappiamo con una sacrale gelosia, perchè portatori del nostro io più segreto, una vestaglia da notte. La guarda e l’avvicina a sé, come se ricercasse ancora, in ogni piega del tessuto, l’odore delle ore d’amore e le parole pronunciate in quel fremito d’ intimità che più di tutto siamo soliti considerare vita.

 

E poi due lacrime silenziose e di un’innocenza infantile segnano il volto come cicatrici gemelle e svelano il male totalizzante di vivere, quando la ragione per farlo è andata perduta: ”Questa vestaglia è l’unico ricordo che ho di mia moglie. E’ stata catturata dai soldati Dinka e non ho più sue notizie. Non so cosa le sia successo: forse è stata uccisa, magari l’hanno torturata oppure è viva ed è la schiava sessuale dei soldati”. Prende fiato, con l’avambraccio si asciuga il volto in un gesto di commovente dignità, e poi prosegue: ”Non so più niente di lei, posso solo pregare che non abbia sofferto. E’ l’unica cosa che posso fare: soltanto pregare”. E’ disperazione pura e impotenza assoluta; e questo male devastante e impossibile da consolare travolge per la sua forza e per il fatto che è l’ammissione della vittoria del dolore, al cospetto della quale il ricordo è solo un cuneo di morte infilato nel cuore, che uccide giorno dopo giorno. E così Alex si commiata: ”La mia vita è finita, sono venuto in Uganda per i miei figli, perchè a loro possa essere garantito un domani e non debbano vivere ciò che hanno subito i loro genitori”.

Nello stesso centro di raccolta c’è anche Maneno Bako, di 14 anni, che non sogna un ritorno in Sud Sudan né oggi, né mai: sogna il Paese dei Grandi Laghi e basta. Durante il viaggio è stata fermata dai ribelli, ha perso la madre e del padre non ha più notizie e ora, insieme alla sorella, ai suoi nipoti, e ad altri cento rifugiati, viene caricata su un camion per essere trasferita nel primo centro di accoglienza temporanea, in attesa dell’inizio di un nuovo avvenire qui in Uganda.

Africa, Uganda. distretto di Arua. 31 gennaio 2018. Uno scorcio di una giornata al campo profughi. Dopo Bidi Bidi, il Rhino camp è il secondo campo più grande dell'Uganda, e ospita 252,000 rifugiati Oggi in Uganda, uno dei Paesi più poveri al mondo, ci sono 30 campi profughi, in cui 1,400,000 rifugiati hanno trovato sicurezza dopo essere fuggiti da alcuni dei Paesi più tormentati dell'Africa. Molti di loro vedono i campi come una situazione temporanea e aspettano di avere la possibilità di fare ritorno alle loro terre d'origine. Il modello di accoglienza ugandese è decisamente raro.

Il Paese dei Grandi Laghi è diventato l’approdo biblico di oltre di un milione di cittadini africani in fuga da conflitti e crisi umanitarie. Un milione di sud sudanesi, 280mila congolesi, 40mila burundesi e quasi altrettanti somali negli ultimi hanno trovato rifugio nell’ex colonia britannica e, per capire com’è possibile che la nazione africana sia riuscita a dare accoglienza a quasi un milione e mezzo di persone, facendo più quanto abbia fatto qualsiasi stato del primo mondo, occorre ripercorrere la storia recente del Paese di Yoweri Museveni e conoscere il modello d’accoglienza messo in atto dal governo centrale. Da un lato infatti la popolazione ugandese ha conosciuto, in prima persona, in anni recenti, il dramma della guerra e dell’essere costretti a fuggire e, dall’altro, c’è l’ iter d’accoglienza creato da Kampala, che funziona in questo modo: dopo essere entrati in Uganda i profughi vengono registrati, ricevono un primo soccorso e poi, in un arco di tempo che va da una settimana a un massimo di due, vengono ricollocati in una delle 30 tendopoli presenti sul territorio nazionale.

Africa, Uganda. distretto di Arua. 05 febbraio 2018. I rifugiati vengono portati al campo profughi di Umugo, un’estensione del Rhino camp.
In quest’ultimo passaggio del processo di accoglienza ugandese, ai rifugiati viene assegnato un piccolo pezzo di terra, 30×30, sul qualer potranno montare una tenda temporanea che, – dopo un’operazione di riscatto della terra – sarà poi rimpiazzata da un Tukul. Questo è il quinto e ultimo passaggio del processo di accoglienza ugandese.

Ma la peculiarità sta nel fatto che ogni famiglia riceve, oltre a 12 chili di cibo al mese per persona e supporto sanitario gratuito, anche un lotto di terra di 900 metri quadrati in cui coltivare e costruire il proprio alloggio. L’obiettivo del governo è infatti quello di accompagnare i rifugiati verso la completa autosufficienza e il pieno inserimento nella società: per questo viene anche concessa la libertà di circolazione su tutto il territorio nazionale; inoltre, una legge del governo centrale ha voluto che il 30% degli aiuti internazionali sia destinato ai territori ospitanti e ciò ha permesso che nelle zone dove sono ospitati i profughi venissero create nuove infrastrutture, di cui beneficiari sono anche i cittadini ugandesi.

Ovviamente il modello ugandese non è scevro di ombre e più di tutto, ciò che viene criticato, è il disegno politico del Presidente ugandese Yoweri Museveni. La guida dell’Uganda infatti, al potere da oltre trent’anni e che sta cercando di modificare la Costituzione per rimanere in carica a vita, accogliendo più di un milione di rifugiati, è riuscita ad attirare a sé consensi interni, simpatie e supporto politico internazionale, distogliendo così l’attenzione dalle accuse di autoritarismo del suo operato.

Africa, Uganda. distretto di Arua. 31 gennaio 2018. Scorcio di una giornata al campo profughi.

Ma per comprendere com’è nei fatti la vita da rifugiati in Uganda basta spingersi al Rhino Camp, un tempo una riserva turistica per safari e oggi invece la seconda tendopoli del Paese con oltre 250mila abitanti. Dolci colline e una distesa di tende da campo e capanne costruite con fango e paglia indicano l’inizio della tendopoli.

Africa, Uganda. Distretto di Arua. 4 febbraio 2018. Scorcio di una giornata al campo profughi.

Tra loro c’è Emma Senya di 27 anni, arrivata nella tendopoli nel 2016 insieme ai suoi due figli e a quelli dei suoi vicini. ”Noi rifugiati abbiamo una grande pena nel cuore. Per ciò che abbiamo visto, per ciò che abbiamo perso, per l’orrore di cui siamo stati testimoni. Hanno ucciso una mia sorella sparandole in testa, un’altra è stata sgozzata, mio marito è rimasto al di là della frontiera e sono mesi che non so più niente di lui. E’ un dolore senza fine quello che portiamo dentro. Ho creato un gruppo di teatro e uno musicale perchè in questo modo, esternando con la danza, la musica e la recitazione, ci sentiamo meno soli nell’affrontare il male”.

Africa, Uganda. distretto di Arua. 2 febbraio 2018. Kuluba Transit Center, a pochi chilometri dal confine tra Sudan del Sud e Uganda.

Hanno ucciso una mia sorella sparandole in testa, un’altra è stata sgozzata, mio marito è rimasto al di là della frontiera e sono mesi che non so più niente di lui. E’ un dolore senza fine quello che portiamo dentro. Ho creato un gruppo di teatro e uno musicale perchè in questo modo, esternando con la danza, la musica e la recitazione, ci sentiamo meno soli nell’affrontare il male”.

Testo di Daniele Bellocchio
Fotografie e regia video di Marco Gualazzini

TRASPARENZA

Questo reportage è stato realizzato con il sostegno dei lettori. Qui di seguito tutte le ricevute delle spese sostenute dal reporter