Tre, due, uno: ”On Air”! La spia luminosa che segnala l’inizio della diretta radiofonica si accende,Maslah Abubakar si infila le cuffie con una teatralità da cerimoniale sacro, avvicina la bocca al microfono e poi, con una voce salmodiante e che scalda l’aorta e infiamma l’ippocampo, dà il benvenuto agli ascoltatori del suo programma ”Aalinyaradha” (”Giovinezza” in somalo).

La redazione è quella di Radio Gargaar, la radio più ascoltata nell’intero campo profughi. Una piccola abitazione in un rarissimo cortile verdeggiante nella tendopoli: due antenne che riescono a trasmettere fino in Somalia, frequenze di riscatto, di fierezza mai sopita, neppure nell’assoluta rassegnazione, voci che lanciate da un microfono trasformano in speranza l’umiltà degli ultimi.La radio, nata grazie al contributo di Ong che operano nel Dadaab, tratta di temi sociali e due sono in particolari le questioni che tengono gli ascoltatori incollati agli apparecchi: il dramma dell’esodo e della fuga verso l’Europa e la condizione delle donne.

”La mia storia è quella di un giovane profugo che ha lasciato la sua città natale, Mogadiscio, nel 2011. Mi sono trovato quindi a dover abbandonare tutto e vivere nel Dadaab. Io ero un giornalista in Somalia, ma con l’arrivo di Al Shabaab non era più possibile svolgere la mia professione. Una volta arrivato nella tendopoli però ho pensato che la mia professionalità e le mie conoscenze potessero essere utili per gli altri sfollati che vivono nella mia stessa condizione”.

Maslah quindi ha realizzato un programma che si rivolge ai giovani profughi, a quelli che sognano l’Europa e a quelli che fanno di tutto per cercare di partire. ”Attraverso i social network e l’utilizzo di internet,  i giovani credono che al di là del Mediterraneo ci sia l’Eldorado. E sognano di partire. Ignorano il fatto che la traversata comporta dei rischi elevati, che in molti muoiono ancor prima di arrivare in Libia e che spesso le barche affondano in mezzo al Mediterraneo. Loro vogliono arrivare in Italia e poi da lì in Scandinavia e in Germania; non sanno dei controlli, delle identificazioni, non sanno nulla, allora ho deciso di fare un lavoro di sensibilizzazione”.

Il progetto, chiamato ”Aalinyaradha”, è molto semplice e ha un messaggio tanto semplice quanto determinato. Maslah Abubakar infatti sostiene che non si debba rincorrere l’avvenire in terra straniera, ma che bisogna raccogliere forze e risorse per ricostruire la propria terra. E per trasmettere questa idea ha dato vita un programma radiofonico di estremo impatto: ”Quando qualcuno parte io prendo contatti con lui e mi faccio chiamare via telefono e così mando in onda la sua storia. Spiego quindi al campo profughi che per abbandonare il campo occorre scappare, arrivare a Nairobi, pagare anche 10mila o 15mila dollari a un trafficante, che da lì inizia un viaggio atroce sino in Libia e poi verso la costa italiana. Ho parlato delle condizioni di chi ce l’ha fatta, ho annunciato la morte di alcuni ragazzi, ho aggiornato alcune famiglie sul destino dei propri figli, alcuni finiti prigionieri in Libia”. Il programma è quello più ascoltato e la soddisfazione è evidente nelle parole del giovane conduttore: ”Non saprei quantificare quanti ragazzi ho scoraggiato dal partire, ma sono sicuro di avere convinto molti miei coetanei a non scappare e a impegnarsi per costruire il proprio domani nella nostra terra”.

Termina la diretta quotidiana, saluta i colleghi e lascia la redazione Maslah Abubakar.Una musica somala si diffonde intanto nei locali della radio, il suono dell’oud, lo strumento a corde usato nell’ex colonia italiana, riempie la stanza, rievoca il mare di Mogadiscio, le sabbie dello Shabelle e anche la dannazione, che come un male innato nella storia del Paese somalo, tutt’oggi lo accompagna.

Nel frattempo si prepara ad andare in onda Mana Hossain: è pure lei una giornalista ed è fuggita da Merca perchè minacciata dagli jihadisti. Al di là del confine ha lasciato tutto e tutti, al di qua ha portato la determinazione nel voler cambiare la realtà. ”Nel campo la vita è una sofferenza: per tutti, ma per le donne in particolare”. Quello che fa nel suo programma è eloquente: raccontare le storie delle madri e delle giovani che vivono nel Dadaab, sensibilizzarle sui loro diritti, fare battaglie contro le mutilazioni genitali, denunciare i casi di stupro. ”Purtroppo c’è molta indifferenza sulla condizione femminile. Ma non posso arrendermi, bisogna lottare. Il futuro della Somalia parte anche da qui e noi, in quanto donne, dobbiamo essere ferme e determinate: la nostra battaglia è per noi, i nostri figli e tutti i somali!”. E la Somalia ritorna ad essere l’ ossessione di Mana: è per lei una Macondo di terra d’Africa, avvolta in un surreale romanticismo, figlio di uno sguardo accecato dalla malinconia e dalla distanza. ”La radio poi per me è la ragione di vita oggi. Quando parlo so che la mia voce arriva in Somalia ed è come se stessi tornando anch’io nel mio Paese, affidando al vento la parte più preziosa e intima di me: la mia voce”.Foto di Marco Gualazzini

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