La prigionia: una parola ripetuta fino al logorio, figlia dello sconcerto, dello sconforto e del rancore. È lei l’ossessione delle centinaia di profughi che vivono nel Dadaab. Loro non sono cittadini e nemmeno rifugiati; si sono battezzati prigionieri della sopravvivenza: incarcerati tra pregiudizi e preclusioni, in ostaggio del tempo, ridotti a una condizione di passato perenne e rassegnati a una sfiducia perpetua nelle aspettative.

Sono in 350mila e sono arrivati dalla Somalia a partire dagli anni ’90. Tra di loro c’è chi ha trascorso più di vent’anni nel campo, chi soltanto alcuni mesi, ma tutti sembrano essere plasmati dalla stessa condizione di esclusi dalla storia, di naviganti dell’oblio, di dimenticati dal presente. Vivono aggrappati ai ricordi per non perdere la propria identità e dignità. Sono ricordi che hanno i volti di figli uccisi, di madri abbandonate, di amori persi senza neanche il tempo di un saluto e sopravvissuti negli anni in un unico nebuloso frammento di sorriso, nascosto nelle pieghe della memoria. Ricordi che ancora sanguinano, ricordi personali che confluiscono però in un comune denominatore corale, un grande richiamo primigenio chiamato Somalia. La terra natale, la patria, o meglio la ”matria”, a cui tutti i cittadini sono legati da un cordone ombelicale e nelle cui sillabe trovano una ragione di vita. È il bisogno del ritorno nella propria terra il solo desiderio in grande di generare una poetica del domani nella tendopoli.Come tanti Ulisse moderni oggi, però, centinaia di rifugiati hanno deciso di riprendere in mano il proprio destino e ritornare là da dove sono partiti. Prima hanno consumato il vento affidando ad Allah le preghiere di ritorno, ora hanno deciso di sfidare la savana, i check point dei signori della guerra e delle milizie islamiste, di riempire gli autobus, abbandonare il Dadaab e ritornare a Mogadiscio, a Chisimaio, ad Afgoye e in tutti gli altri luoghi dove poter ricominciare ad essere cittadini. Cittadini somali.

Nel 2015 quasi 5000 somali sono saliti a bordo degli autobus e hanno intrapreso il viaggio del rientro. Nessun decreto di espulsione, solo un’esasperazione connaturata e tramutatasi nel tempo in pura utopia. Nel Paese che si apprestano a raggiungere imperversa la guerra civile, avvengono attentati e i colpi di mortaio violentano la notte, ma non sono queste ragioni abbastanza pragmatiche per fermare il ritorno alla libertà di cittadini che da decenni vivono nell’impotenza di sperare.”Sappiamo che c’è ancora la guerra in Somalia, ma alcune zone ritornano ad essere pacificate e noi andiamo là, dove c’è pace, dove c’è futuro; ritorniamo per essere protagonisti della rinascita del nostro Paese. I miei figli vengono con me. Non voglio che vivano in un campo rifugiati. Voglio che siano cittadini e che quando saranno adulti possano dire con fierezza di essere cittadini somali”. A parlare, in un tripudio di euforia, è Omar Nur Osman. È mattina ed è al parcheggio degli autobus, pronto a salire su uno dei pullman che entro un paio d’ore partiranno, lasciando la tendopoli alle spalle, facendola scomparire per sempre in nugolo di polvere, visibile solo negli specchietti retrovisori. Centinaia di persone attendono la partenza. Gli uomini si arrampicano sulle corriere legando taniche e bagagli; gli effetti che le persone portano con sé sono tutta la loro storia in oltre 20 anni di Dadaab: lampade solari, coperte, zanzariere, acqua e pezzi di sapone.

Le Ong intanto distribuiscono opuscoli informativi sulle condizioni delle città somale e su come avverrà il viaggio, spiegando che durerà 6 giorni e che durante il percorso i pullman potranno incappare in diversi posti di blocco. E poi: la savana, la terra di nessuno e gli jihadisti di Al Shabaab a controllare il cammino. ”Non ho paura di Al Shabaab: se ci fermeranno, ci chiederanno se siamo musulmani; probabilmente ci chiederanno un pedaggio e poi ci lasceranno andare. Almeno così spero, Insh’Alaah. In ogni caso non è più il momento per permettersi la paura, ora è il momento di avere coraggio, di ritornare in Somalia, di ritornare ad essere un popolo; noi somali dobbiamo riprenderci la nostra Terra”.

È un flusso costante di parole Mohamed, che ha solo 20 anni e che da quando è scappato dall’ex colonia italiana non ha più rivisto sua madre. ”Voglio tornare ad abbracciare mia mamma e ora non voglio più fermarmi”. Saluta gli amici e non è il solo a farlo; i pullman quasi in moto, le strette di mano tra chi resta e chi va, i bagagli leggeri e i cuori pesanti: tutto è pronto per il grande ritorno, per attraversare il confine e rincorrere l’orizzonte. Il primo motore si accende, i vecchi bus tossiscono nuvole nere e in colonna partono; si aprono i cancelli e si spalanca un paesaggio inesauribile. Uomini, donne e bambini sono in silenzio, seduti sulle corriere. E brillano i loro occhi color petrolio, che scrutano lo scenario che si para davanti: ipnotizzati da una strada infinita, un domani di incognite e un avvenire di ritrovata speranza. Foto di Marco Gualazzini

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