Una spinta, un calcio e poi una frustata sulla schiena. Il fucile è a tracolla, la prepotenza nelle grida, il fiele negli occhi. Gli anfibi di uno dei soldati dell’esercito kenyota lasciano solchi geometrici e precisi nella sabbia, mentre compie il suo turno di guardia fuori dai cancelli dei magazzini dove avviene la distribuzione del cibo. Cammina per ore, avvolto nella tuta mimetica, avanti e indietro scrutando con occhi impassibili le migliaia di uomini che aspettano di poter accedere: nei primi dieci giorni del mese, infatti, all’interno del Dadaab avviene l’assegnazione dei generi alimentari.

In tutti i cinque campi che compongono la tendopoli 300mila persone accorrono per ricevere il proprio sacchetto con all’interno la scorta di viveri per i futuri 30 giorni. È uno dei momenti in cui la folla che popola il campo si concentra in unico luogo. I militari scrutano i rifugiati somali. Gli uni: cittadini kenyoti in difesa e armati; gli altri: profughi somali, in jalabia e ciabatte. Essere cittadino nella propria terra o rifugiato in una latitudine straniera è una dicotomia drammatica che trova la sua istantanea rappresentazione nelle barriere e nell’imposizione della sofferenza come misura di sicurezza.

Sono in fila indiana i profughi: gli uomini da un lato, le donne dall’altro e attendono dalle prime ore del mattino sotto un cielo impietoso, che non offre la clemenza di una nuvola. Non è concesso lamentarsi, non è legittimo protestare: attendere, in silenzio, e obbedire. C’è chi sgrana un rosario musulmano nell’attesa, chi regge un sacchetto e una bottiglia vuota, gli uomini indossano l’amama, la kefiah somala, le donne invece hijab di ogni colore. Due file parallele, dove volti impassibili attendono, in piedi, immobili, come un esercito della disillusione: una sfilata senza gloria di anime votate al disincanto, un ritrovo degli inconsolabili. Tutti lì ad aspettare.

È sempre un’attesa la vita al Dadaab; poi ecco che i primi profughi entrano, scaglionati. Prima vengono disinfestate le scarpe con una soluzione di acqua e cloro, poi le mani. Le misure igieniche sono scrupolose e sono entrate in vigore dopo che a gennaio è scoppiata l’epidemia di colera. Superata quindi la procedura sanitaria di nuovo una fila, infinita, e ancora controlli. Vanno a ricevere ciò di cui vivere, i rifugiati, ma tutti in coda, in un ascetico silenzio, con gli occhi bassi e i volti scavati, appaiono come un esercito in ritirata in attesa di una razione di cibo per sopravvivere in margine alla morte un mese in più.Per approfondire: Dadaab, il più grande campo profughi al mondo”Per spostarmi devo farmi controllare, per andare a prendere l’acqua devo farmi controllare, per un pugno di cibo devo farmi controllare.

Questa non è libertà: è una prigione a cielo aperto. E poi anche i quantitativi di viveri che ci vengono dati sono minimi, non sono sufficienti, dobbiamo integrare inventandoci dei lavori. Le condizioni qua sono davvero estreme”. A parlare e a farsi portavoce del malessere di tutti i presenti nel campo è Mohamed Abdullahi, dal ’92 nel campo e con i segni della ventennale permanenza nella tendopoli tatuati con rughe indelebili sul volto. Insieme a lui si lamentano altri profughi che poi devono superare un tornello, inserire le impronte digitali e solo a quel punto possono entrare nel magazzino dove viene consegnato il cibo. I quantitativi sono scritti su una tabella e funzionari con la precisione di artigiani dell’indigenza pesano accuratamente sacchi e bottiglie. Nessun grammo in eccesso viene consentito, la distribuzione ha regole ferree e la tabella recita: per ogni individuo, mensilmente, 3,4 chili di mais, 3,1 di farina, 1,8 di cereali e 1 litro di olio e così di seguito, in modo proporzionale, per ogni componente del nucleo familiare.

Ed ecco che una volta che termina la distribuzione, uomini coi sacchi in spalla e donne con taniche in mano e borse sulla testa se ne vanno, là da dove sono arrivati: inghiottiti dalla vertigine assoluta di sabbie sempre uguali. Camminano nel più assoluto silenzio lasciando che sia il vento ad accompagnarli nelle loro capanne , dove poter consumare la ciclicità della loro esistenza, figlia di un passato fatto di stenti , gemello a un presente forgiato da identici e insormontabili supplizi e ad un futuro già scritto, pregno di un dolore empirico e di pronta attuazione.

Foto di Marco Gualazzini

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