Da Sarajevo. “Milano, Milano!” I ragazzi pachistani lo gridano quasi in coro, alzando il dito come volessero assicurarsi un posto sul treno dei desideri che conduce al capoluogo lombardo. Seduti sui binari nella deserta stazione ferroviaria di Sarajevo, progettano il proprio viaggio.

Bilal ha 17 anni e occhi chiari che spiccano sotto le sopracciglia folte e scure. Con una traccia d’acne adolescenziale che ancora gli fiorisce sul viso, parla un inglese più che discreto appreso in una scuola di Karachi. Con due dozzine di altri ragazzi viaggia solo, alla ricerca della via migliore per entrare nel nostro Paese.
Hanno attraversato l’Afghanistan e l’Iran, poi le montagne della Turchia e sono arrivati fino ad Istanbul. Di qui in Grecia, al porto di Patrasso dove per mesi hanno tentato di infilarsi nei container imbarcati per l’Italia. A metà maggio però la polizia ellenica ha sgomberato gli accampamenti irregolari di migranti dopo la morte di un ragazzo afghano, scomparso in circostanze ancora da chiarire.

Numeri in aumento

Da allora quel che resta della rotta balcanica – che dopo il 2016 era stata quasi sigillata grazie all’accordo fra Turchia ed Unione Europea – si è spostata dai Balcani orientali a quelli occidentali. Dalla direttrice Grecia-Macedonia-Serbia-Ungheria a quella Grecia-Albania-Montenegro-Bosnia-Croazia, considerata (e non a torto) assai più permeabile. Già a febbraio il governo bosniaco segnalava un aumento del 700% degli ingressi rispetto alle rilevazioni precedenti.
Al 5 luglio, dall’inizio dell’anno in Bosnia erano stati registrati 8081 migranti  . Nei primi sei mesi dell’anno il numero di ingressi in Albania, Montenegro e Bosnia è più che raddoppiato rispetto allo stesso periodo del 2017. Altri giungono a Sarajevo direttamente dalla Serbia, viaggiando in treno o in bus. Si tratta soprattutto di siriani e di profughi provenienti da altre aree del Medio Oriente o dell’Asia centrale ma di tanto in tanto a loro si unisce anche qualche africano.

Impossibile richiedere asilo

Quindi, dopo una sosta nella capitale, si ammassano nelle cittadine di Bihac e Velika Kladusa, in prossimità del confine con la Croazia. In queste località sono sorte da mesi baraccopoli all’aperto, in condizioni igienico-sanitarie spaventose che ricordano le scene drammatiche di Idomeni, dove fino a marzo 2016 migliaia di disperati vivevano di stenti in attesa di attraversare il confine fra Grecia e Macedonia.

Le autorità bosniache offrono ben poca assistenza, preferendo contare sul lavoro delle ong umanitarie. Al più, hanno annunciato di essere pronti a schierare l’esercito ai confini per arginare i flussi, come ha anticipato il ministro dell’Interno Dragan Mektic il 25 luglio. Per questa latitanza, il Paese balcanico si è attirato anche le ire del Consiglio d’Europa, che il 9 maggio scorso ha inviato a Sarajevo una lettera di rimostranze, richiamando il governo bosniaco ai propri doveri.
L’Alto commissario per i diritti umani Dunja Mijatovic non solo stigmatizza la grave difficoltà incontrata dai migranti nel sopperire anche ai bisogni più elementari ma anche “gli ostacoli che molti incontrano nell’accedere alla presentazione della domanda di asilo”. Un passaggio che svela come la Bosnia non sempre garantisca ai migranti la possibilità di domandare protezione internazionale, certa che la stragrande maggioranza preferirà proseguire il viaggio verso il cuore dell’Europa ricca.

Il Consiglio d’Europa, attraverso la Banca per lo sviluppo, ha promesso
un milione di euro per la costruzione di un centro di transito per 400 persone ad Usivak, non lontano da Sarajevo. È però facile immagine che si tratterà di una misura insufficiente, dal momento che stime non ufficiali calcolano che solo nella capitale vi siano almeno 1000 migranti completamente abbandonati a se stessi.

Da qui in molti si affidano ai passeur, che per 2500 euro promettono un passaggio fino all’Italia o alla Germania. Il confine considerato più difficile da attraversare è quello fra Bosnia e Croazia. Sia le organizzazioni non governative che testimonianze di migranti raccolte da Gli Occhi della Guerra riportano numerosi episodi di violenza da parte della polizia di confine croata, che non esita a picchiare e a rimandare indietro i migranti senza riguardo né per le donne né per i minori. In alcuni casi sono stati segnalati furti e rapine ai danni dei profughi da parte degli agenti.

I pachistani vogliono l’Italia

Nonostante le difficoltà e la mancanza di pressoché qualsiasi garanzia legale, in molti come Bilal si preparano a tentare il passaggio del confine per tutte le volte che saranno necessarie. Una volta in Croazia, potranno proseguire verso la Slovenia e qui decidere se puntare a Nord, verso l’Austria e la Germania, o piegare a Ovest, valicando le Alpi e raggiungendo le ricche città della Pianura Padana: una scelta, quest’ultima, che sembra particolarmente popolare fra i migranti pachistani.

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