Il villaggio di Spartak si trova a metà strada tra l’aeroporto di Donetsk e il campo trincerato di Avdiivka.

Dalle macerie di queste case, le milizie separatiste difendono i sobborghi settentrionali del capoluogo. Quasi tutti gli abitanti sono fuggiti ormai da tempo. Solo una decina di famiglie resistono ancora quaggiù, con una testardaggine che sembra appartenere a un altro universo. Non c’è più luce, né acqua, né elettricità. Non esistono mezzi pubblici e neppure taxi. Anche utilizzare le automobili private è assolutamente impossibile, perché tutte le strade sono state bombardate. I telefoni cellulari non hanno linea e i negozi sono tutti chiusi. “That’s their place”, ha sorriso la nostra interprete, indicandoci un gruppo di vecchiette appollaiate sull’uscio di una delle poche abitazioni rimaste in piedi. “That’s their place”: come se fosse la cosa più logica di questo mondo.La colonna sonora di Spartak consiste in un’unica, incessante sinfonia: il continuo crepitare dei kalashnikov e delle armi automatiche. Agitando nell’aria la sua inseparabile pistola, Dmitry Shekhovtsov ci fa strada attraverso i vialottoli deserti, in direzione degli spari.Questa è la seconda parte di un reportage che ti porterà sotto le bombe di Kiev. To be continued… Più ci avviciniamo ai boati, più la sua andatura si fa guardinga e caracollante: “Linea fronta!”, esclama d’un tratto, indicando un punto all’orizzonte e chiamando a raccolta intorno a sé sia l’interprete che l’autista. “Are you sure that you want to go there?”, ci fa domandare. “Da”, annuiamo. Ma è la domanda successiva a farci letteralmente sobbalzare: “Do you want to spend the night with the soldiers?” Ci guardiamo in faccia per qualche istante: la prospettiva di trascorrere una notte in trincea col cellulare muto, senza un’automobile di supporto, senza garanzie, senza la possibilità di comunicare col resto del mondo, farebbe probabilmente rabbrividire qualsiasi persona dotata di un apparato cerebrale funzionante. Ma noi siamo giornalisti, e il nostro scopo è proprio questo: raccontare da vicino cosa sta succedendo in questo disgraziato angolo d’Europa. La risposta non può essere che una sola: “Da”.

L’affare si risolve molto rapidamente e senza alcun intoppo. Senza mai riporre la pistola nella fondina, Dmitry Shekhovtsov si fa largo nel breve intrico di stradine, fino a raggiungere una casetta dal cancello semiaperto e il muro di mattoni. Dal cortile fanno capolino due miliziani armati di tutto punto. I tre si stringono la mano e iniziano a confabulare a bassa voce, indicando ora noi, ora le nostre telecamere, ora il cielo e i campi circostanti. “These guys want to know: are you ready to risk your life?”, ci domanda l’interprete. Dopo aver registrato il rapido ondeggiare dei nostri menti, il miliziano più maturo, che evidentemente deve essere il capo, inizia a elencare le regole del gioco: niente riprese panoramiche, niente foto né riprese alle postazioni di prima linea, niente iniziative personali, ma soprattutto, guai a non rispettare gli ordini. Il fatto che i suddetti ordini ci verranno impartiti in una lingua a noi sconosciuta è da considerarsi, evidentemente, un particolare di secondaria importanza. “Davai?”, ci domanda il comandante. “Davai”, rispondiamo noi, ed è così che è stato sugellato il nostro sacro patto. In virtù di quali oscuri poteri persuasivi il sindaco Dmitry Shekhovtsov sia riuscito a convincere in quattro e quattr’otto i nostri interlocutori, arrivando laddove nessun fixer avrebbe mai osato trascinarci, resta assolutamente un mistero. Da che mondo è mondo, l’incoscienza non è mai stata considerata una virtù. Ma forse a volte, specie in tempo di guerra, la logica corre su binari differenti.

Nel piccolo presidio vivono in tutto una dozzina di miliziani. Il più giovane avrà vent’anni. Il più anziano, non più di trentacinque. Senza perdere troppo tempo, con l’ausilio di ampi gesti e qualche schizzo su un block notes, il comandante ci mette sommariamente al corrente dello stato dell’opera: ci troviamo sulla prima linea della Repubblica popolare di Donetsk. Le trincee ucraine si trovano centocinquanta metri più a nord. A cinquanta metri da noi sorgono le postazioni avanzate, che questi uomini devono difendere per un breve tratto. I miliziani si danno il cambio a rotazione, giorno e notte, spartendosi equamente le poche ore di riposo. L’acqua potabile è contenuta in un barile di plastica, mentre il cesso consiste in un semplice asse di legno disteso in mezzo al prato. Le camere da letto si trovano all’interno della casetta, e sono arredate con una decina di materassi ammucchiati sul pavimento. Si dorme vestiti di tutto punto, con le scarpe ai piedi, perché in caso di allarme bisogna essere pronti ad abbandonare la branda e uscire all’aperto. Sostare troppo a lungo sulla scaletta d’ingresso è severamente vietato, dal momento che gli sniper ucraini hanno preso la brutta abitudine di far fuoco proprio in quella direzione. E poi, ovviamente, c’è il bunker: una striminzita cantinina in cemento scavata nell’angolo opposto del cortile, che funge da estremo riparo in caso di bombardamenti. Il locale sotterraneo è stretto, buio e odoroso di muffa: lo visitiamo senza troppa convinzione, telecamera alla mano, con la stessa meditabonda pacatezza con la quale un gruppo di eschimesi si avventurerebbero all’interno di una gelateria. Ancora non possiamo immaginarlo: di qui a qualche ora, quelle quattro mura scrostate ci salveranno la vita.

Foto di Alfredo Bosco  www.alfredobosco.com

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