Serbia, avamposto russo
Venti di guerra sui Balcani PARTE 1
Testo e video di Daniele Bellocchio
Foto di Ivo Saglietti

Serbia, avamposto russo

“Kosovo è Serbia!”, “la Serbia senza Kosovo è come un uomo senza cuore!” e poi “Ratko Mladic eroe serbo”. Le scritte scioviniste, in cirillico, inneggianti all’annessione del Kosovo e celebrative del criminale di guerra Ratko Mladic, responsabile dell’assedio di Sarajevo e del massacro di Srebrenica, troneggiano su tutti i muri della periferia di Belgrado. Gli edifici di epoca sovietica, memoria del regime di Tito, sono divenuti oggi la cornice del florilegio retorico dell’estremismo nazionalista serbo. I simboli dei cetnici e i ritratti dei leader militari danno il benvenuto a chi entra in città e, anche quando si oltrepassa il ponte sulla Sava e si accede alla parte vecchia di Belgrado, il tricolore e le frasi irredentiste non svaniscono, ma proseguono e troneggiano sui principali edifici cittadini dando così la dimensione della forte tensione socio politica che il Paese balcanico sta attraversando. “Cosa vi aspettavate di trovare? Bandiere della Nato o dell’America?”, chiede provocatorio e retorico Marko, tassista di 53 anni, che decide di compiere una deviazione per mostrare i resti del palazzo che ospitava la televisione di stato serba e che venne colpito dalla coalizione atlantica durante i 78 giorni di bombardamenti su Belgrado nel 1999. “Ecco cos’è la Nato per noi. Bombe sui civili. E io ero qua”, apostrofa l’uomo, indicando l’edifico sventrato durante il raid aereo della Nato costato la vita a 16 persone. Tutti lavoratori della televisione nazionale.

Il ricordo di quanto avvenuto 23 anni fa è estremamente vivido e riaffiora in ogni dove a Belgrado, oggi più che mai, dal momento che, dal 24 febbraio, giorno dell’invasione di Putin dell’Ucraina, la Serbia è divenuta uno dei punti più monitorati e caldi d’Europa. Il Paese balcanico, da sempre vicino alla Russia per motivi storici, culturali e religiosi, si trova oggi sospeso sullo spartiacque tra  est e ovest. E mentre l’opinione pubblica manifesta la propria posizione, memore anche delle bombe della Nato, scendendo nelle piazze con bandiere russe e quadri di Putin e sfoggiando un nazionalismo ordito nel tenace filo del rancore e ormai trasceso nel revanscismo, intanto, Alexander Vucic, rieletto presidente per la seconda volta il 4 aprile, cerca di condurre la politica del “piede in due scarpe” mantenendo legami sia con Bruxelles che con Mosca.

Belgrado, murales di Mladic considerato un eroe Serbo

La Serbia infatti, che ha votato a favore della risoluzione Onu che condanna l’invasione russa dell’Ucraina, contemporaneamente è anche il solo Paese europeo, insieme alla Bielorussia, a non aver aderito alle sanzioni, ad aver mantenuto aperto lo spazio aereo con Mosca e ad aver stretto accordi con la Russia per l’acquisto di gas a prezzi vantaggiosi. Belgrado, che negli ultimi anni aveva sempre manifestato l’obiettivo di integrarsi nell’Unione europea, adesso ha imposto una frenata a questa sua ambizione sebbene la gran parte dei fondi e degli aiuti ricevuti dai primi anni 2000 ad oggi sia arrivata propria dalla Ue.

Belgrado, interno della chiesa di San Sava

Ma la ragione del cambio di rotta dell’esecutivo serbo è dettata, più che da una reale volontà politica, dalla crisi in Ucraina e dalla necessità di Vucic di non sbilanciarsi troppo da un lato piuttosto che dall’altro, dal momento che, come lui stesso ha ricordato a maggio durante la sua visita a Berlino, la Serbia, per il 100% del gas e il 60% del petrolio dipende da Mosca. La condotta tenuta sin ad oggi dal leader serbo è prova di magistrale equilibrismo politico, ma la corda su cui sta camminando Vucic è estremamente tesa e potrebbe spezzarsi da un momento all’altro anche perché le pressioni da parte delle cancellerie europee e russa sono sempre maggiori, e intanto il Paese sta attraversando un difficile momento economico con l’inflazione al 10%, il salario medio che si aggira intorno ai 450€ al mese, il costo della vita che cresce vertiginosamente e la disoccupazione giovanile che oltrepassa il 30%. Tutti dati che stanno facendo aumentare la frustrazione e l’esasperazione tra la popolazione.

Nelle arterie centrali della capitale che da Piazza della Repubblica conducono sino alla fortezza di Kalemegdan, alla confluenza tra la Sava con il Danubio, ci si imbatte in turisti e musicisti, pittori e studenti. I dehors dei caffè sono affollati così come le pasticcerie che preparano dolci in previsione della Pasqua ortodossa ma anche le bancarelle dei souvenirs sono prese d’assalto e tra gli articoli più venduti vi sono le  riproduzioni del famoso berretto militare di Mladic, le magliette con la Z e la scritta “armata russa” e le bandiere dell’esercito cetnico di Draza Mihailovic. E passeggiando per le vie centrali, verso il quartiere di Vračar, dove ha sede Sveti Sava, il più grande tempio ortodosso al mondo, e poi dirigendosi in Via Njegoševa, ci si scontra con due murales che negli ultimi mesi sono stati oggetto di aspri dibattiti e hanno occupato le prime pagine dei giornali nazionali e internazionali. Uno ritrae il leader dei cetnici, combattenti nazionalisti e monarchici , Draza Mihailovic, l’altro invece è una ciclopica riproduzione del generale Ratko Mladic in posa mentre compie il saluto militare e la scritta accanto recita: “Generale, siamo grati a tua madre”.

Belgrado: murales con Mladic e il fondatore dell’ esercito della patria Cetnici

“Il 9 novembre, durante la giornata internazionale contro il fascismo e l’antisemitismo, avevamo indetto una protesta contro la presenza del murales di Mladic. Una volta sul posto io e un’altra attivista abbiamo scagliato delle uova  contro il dipinto. E siamo state trattenute e arrestate dalla polizia per questo”. Aida Corovic è un’attivista per i diritti umani serba, da anni è impegnata nell’attivismo civico e nella lotta contro gli estremismi e le discriminazioni e quando la incontriamo spiega così il perché del suo gesto: “ Ho reagito nell’unico modo possibile per dimostrare che Belgrado non è solo questo, che a Belgrado non ci sono solo estremisti che inneggiano a un criminale di guerra responsabile del massacro di Srebrenica. Belgrado è anche altro, Belgrado si indigna e si vergogna”.

Belgrado, una bandiera cetnica esposta in un chiosco davanti a alla chiesa di San Sava

Proseguendo, la donna, da 30 anni sulle barricate, ha aggiunto: “Il grosso problema in Serbia è che negli anni è stata fatto un lavoro di revisionismo storico magistrale. La gente qua accusa la Nato dei bombardamenti ma non si interroga sul perché siano stati compiuti. Tutti in Europa sanno che è stata la Serbia a occupare e scatenare i conflitti in Slovenia, Croazia e Bosnia Erzegovina. Tutti lo sanno, tranne i serbi. E io non so proprio come si debba fare per abbattere questa cortina di mistificazione e negazionismo che permea il mio Paese”. Parlando poi della situazione attuale la donna ha aggiunto: “La Serbia sta affrontando una profonda crisi e il problema, in questi frangenti, è che spesso, alla mancanza di lavoro, all’aumento dei prezzi  e alle difficoltà economiche la maggior parte della popolazione risponde trovando un colpevole nell’altro, nel diverso e cercando una speranza di soluzione nell’uomo forte e oggi la Serbia e la Repubblica Srpska sono gli avamposti di Putin in Europa”. “Come partito noi abbiamo scelto di stare all’opposizione perché non condividiamo le eccessive aperture  all’Occidente del governo di Vucic. Noi siamo un partito nazionalista che crede profondamente nella difesa della storia, della cultura e dell’identità serba”. Miliza Djordevic ha 31 anni, è la leader del partito di destra e ultranazionalista SSZ, Partito Serbo dei Protettori, che alle ultime elezioni ha conquistato 10 seggi in parlamento, è conosciuta per le sue posizioni radicali, per aver manifestato a sostegno del regime di Bashar Assad in Siria e in supporto alla Russia all’indomani del 24 febbraio.

Miliza Djordevic, la leader del partito di destra e ultranazionalista SSZ, Partito Serbo dei Protettori

La parlamentare  ci riceve nel suo ufficio dove troneggiano una miniatura del Cremlino e un’icona del principe Lazar, l’eroe serbo della battaglia della Piana dei Merli del 1389, quando l’esercito serbo venne sbaragliato da quello ottomano, e subito si esprime in merito alla questione del murales di Mladic: “Credo sia una vicenda sovrastimata. Innanzitutto perché il popolo serbo non ha fiducia nel Tribunale dell’Aja. Il tribunale dell’Aja, secondo la mia opinione non è un’istituzione legale ma politica e la prova è che il Tribunale dell’Aja ha assolto Ramush Haradinaje (leader dell’Uck durante la guerra in Kosovo, ndr). Se per il Tribunale dell’Aja Ramush Haradinaje è innocente ma Ratko Mladic un criminale allora io non vedo alcun motivo per cui si debbano prendere in considerazione i verdetti del tribunale dell’Aja. Noi siamo coscienti che il tribunale dell’Aja non è stato fondato per trovare i colpevoli di ciò che è accaduto ma solo per trovare un unico colpevole da parte serba”. E poi la portavoce e vice presidente del partito prosegue parlando della questione del Kosovo e lo fa mostrando una cartina della Serbia che, tra i suoi confini, comprende anche la regione di Kosovo i Metohija: “Il nostro desiderio di riavere una parte di Serbia non riguarda solo i confini fisici ma anche la nostra storia e i nostri valori .E, nonostante la situazione grave di crisi in cui si trova il Kosovo, noi dobbiamo fare il massimo dei nostri sforzi come partito e come Paese per preservare la nostra identità”.

Belgrado, Miliza Djordevic con icona del principe Lazar eroe serbo della battaglia della Piana dei Merli

Attraversando il Paese, lasciando le pianure settentrionali bagnate dai grandi fiumi e i paesaggi agresti dove sugli alberi e i tralicci le cicogne creano i loro nidi, e percorrendo le inospitali e innevate montagne  della Serbia centrale dove monasteri remoti sorvegliano vallate e dirupi, si arriva al confine con il Kosovo e si scoprono, proprio nella terra di frontiera, una regione e una città controcorrente, simbolo di incontro e convivenza. Novi Pazar, capitale del Sangiaccato, è popolata da un 85% di popolazione musulmana, e un 15% di cittadini ortodossi.

Novi Pasar centro città, Il gioco coi piccioni

I due gruppi confessionali vivono in sintonia e senza divisioni interne e le tensioni etniche e religiose sono estremamente rare. Negli anni ’90, la città venne accerchiata dall’artiglieria serba dal momento che Milosevic temeva potesse divenire, questo lembo di terra musulmana in Serbia, una quinta colonna bosgnacca sul suolo di Belgrado. La terribile violenza che travolse i Balcani però non infettò Novi Pazar e oggi è questo un luogo di incontro e un ponte tra popoli e confessioni. Giovani ragazze con il velo passeggiano con studentesse serbe ridendo e divertendosi nel centro città. Nei caffè della piazza decine di uomini si incontrano e trascorrano la mattinata tra tazzè di caffè turco e sigarette, sui banchi del mercato minigonne e hijab sono esposti sulla bancarella dalla stessa venditrice che sorridendo commenta: “Vado incontro alle esigenze di tutte le ragazze di Novi Pazar. Per me non c’è nessuna differenza. Sono tutte figlie di Novi Pazar”. E la sera poi, finito il ramadan, centinaia di persone si riversano nelle vie principali e nei locali i ragazzi  ballano sulle note della pop star albanese Dua Lipa.

Novi Pasar, Una moschea tra gli alberi

All’indomani, nella piccola moschea di Haji Kurhem, al termine dell’ultima preghiera della giornata, Senad Halitovìc capo della comunità islamica della Serbia, ci riceve e cerca di spiegarci quale sia il motivo della straordinarietà di una terra che non ha conosciuto gli orrori del conflitto e anche oggi si mostra solida e impenetrabile alle parole d’ordine nazionaliste e ai proclami irredentisti che spirano da nord. ”Il messaggio che noi come autorità spirituali cerchiamo di diffondere è quello del perdono che in questa terra è particolarmente importante.

Testo e video di Daniele Bellocchio
Foto di Ivo Saglietti