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Kramatorsk è l’ultima grande città del Donbass che ancora non è stata presa dai russi. Ma è quella che Mosca vuole, a tutti i costi.

Il fronte – per ora – si trova a meno di 20 km in linea d’aria. A sud. Di giorno, qui, si vive ancora in una dimensione di semi-normalità. Di notte, invece, si rischia di morire nel proprio letto, colpiti da una bomba. La situazione precipita di ora in ora, verso un abisso senza ritorno. Solo per fare un esempio, il supermercato principale della città è stato appena chiuso per motivi di sicurezza. Era aperto fino a un paio di giorni fa, ora non ci si può più andare. Un brutto segnale. E proprio ieri il governatore della regione del Donetsk, Vadym Filashkin, ha invitato i cittadini di tutta la zona ad andare via. «Andatevene, prendetevi cura di voi stessi, la situazione nell’area sta diventando ogni giorno più difficile», ha dichiarato. Dove andare, però, non lo dice. Perché d’altronde nessuna città è più sicura qui in Ucraina.
Le campagne a sud di Kramatorsk sono quelle più a rischio in questi giorni. Per arrivarci bisogna imboccare delle strade coperte a tratti da reti anti drone.

In questa direzione ci si avvicina inesorabilmente ai territori occupati dai russi e lo scenario cambia velocemente. Le vie che portano ai villaggi sono deserte e le poche famiglie rimaste stanno raccogliendo le loro cose per andare via. Per sempre. Seguiamo i volontari di un’associazione che si occupa di evacuazioni e la situazione è straziante. Ci sono famiglie che si devono separare, come quella di Katerina. Lei se ne va, insieme alla bimba di sei mesi, Melania. Ma il suo compagno, Sergey, è un militare ed è costretto a rimanere. Si abbracciano a lungo, commossi. Non sanno quando si rivedranno. Non sanno se si rivedranno.

E poi ci sono anziani malati, che deambulano a fatica, costretti a fare le valigie e andare chissà dove. Lasciare le loro case è una vera e propria violenza. Quando salgono sul pulmino dell’evacuazione li vedi con i loro occhi grandi e spaventati, che guardano il vuoto.

I nonni del Donbass piangono mentre vengono portati via. Sanno che a casa non potranno mai più tornare.

C’è chi se ne va, e c’è chi resta. Perché non pensi che possa capitare proprio a te. Non pensi che quella bomba che sganceranno beccherà proprio casa tua, finché non succede. È così che è andata con Viktor e sua moglie, Alina. Stavano dormendo quando una bomba è stata sganciata sulla loro testa. Abitano – anzi abitavano – solo a 3km dal centro. Lui è un veterano della guerra, rimasto invalido diversi anni fa quando faceva il militare.

Mentre ci parla cammina a fatica con una stampella, tra quello che rimane della sua abitazione. «Non mi aspettavo di dovermene andare da qui, non pensavo che potesse davvero accadere». Sua moglie ci mostra la loro camera da letto, rimasta intatta per miracolo. Il resto della casa è accartocciato. «Stavamo dormendo in questo letto quando è successo», dice.

Per un attimo sta per scoppiare in lacrime, ma poi si ricompone subito. E ricomincia a sorridere. Sono ancora vivi, gli basta questo. Nel loro giardino c’è il cratere dell’esplosione.
Nelle ore scorse i russi hanno colpito anche in un’altra zona della città. Un edificio residenziale di 9 piani è stato bombardato all’alba. Un bomba cab da 250 kg. Quando arriviamo gli abitanti dei piani più bassi sono già al lavoro per sistemare le loro finestre. Detriti e vetri continuano a piovere giù.

Un ragazzo con dei bendaggi ci racconta che stava dormendo quando è arrivata la bomba. «Erano le 4 e mezza del mattino», dice. L’esplosione è arrivata anche nella sua camera da letto. Ai piedi dell’edificio gli abitanti parlano nervosamente tra di loro, a gruppi. In disparte, invece, ci sono gli anziani. Seduti sulle panchine, guardano nel vuoto e restano in silenzio. Saliamo su, verso gli appartamenti più colpiti e sembra un girone della morte. Sulle scale c’è del sangue un po’ ovunque. Alcuni appartamenti sono rimasti con dei buchi al posto dei balconi. Sui letti ci sono ancora le schegge dell’esplosione.

«Stavo dormendo proprio qui quando è successo, poche ora fa», ci spiega il ragazzo dell’ottavo piano. Paradossalmente, chi vive qua è stato – ancora – fortunato. Perché è vivo. Saliamo le ultime rampe di scale ed entriamo in un appartamento sommerso di detriti. All’interno c’è un signore che è già al lavoro per cercare di recuperare alcune cose. Scava tra i pezzi di casa caduti sul pavimento. Ci spiega che suo nipote di 10 anni è appena morto. La bomba lo ha centrato in pieno, distruggendo la sua cameretta. È lui l’ultima vittima della mattanza russa a Kramatorsk. Un bambino che stavo dormendo nel suo letto. Tra le macerie ci sono i suoi pupazzetti impolverati e una scatola di puzzle.

Quando arriva la sera, alle 21, scatta il coprifuoco. La città è completamente al buio per questioni di sicurezza, per non dare punti di riferimento ai russi. Non c’è nemmeno un lampione acceso. Le sirene suonano. Si sentono boati, alcuni lontani, altri più vicini. I canali Telegram ricominciano a dare aggiornamenti in tempo reale su quello che succede nei cieli: «Ore 23. Area di Kramatorsk. Minaccia di bombe kab. Fate attenzione».