Guerra /

È un giorno come gli altri a Tripoli. La città si sveglia alle prime ore del mattino, prima che il calore umido di luglio diventi insopportabile. A circa cinque chilometri dal centro, si innalza una nuvola di fumo nero, non visibile nitidamente per via della cappa d’umidità e dello smog. È la guerra che vuole segnalare la sua presenza. Come se niente fosse, il traffico circola normalmente, i ristoranti e i bar aprono e accolgono numerosi uomini, che sorseggiano un espresso all’italiana o fumano la pipa d’acqua.

La città cerca di vivere normalmente, ma è sommersa da molteplici problemi: mancanza di elettricità e di acqua potabile oppure di carburante. L’altra faccia di una capitale che cerca disperatamente di non considerare il fatto che sia assediata, cosa che sta accadendo a pochi chilometri dal suo storico centro, nella sua periferia martoriata dalla guerra. Case diroccate, crateri nell’asfalto creati dai bombardamenti, edifici crivellati con le finestre distrutte e montagne di sabbia accumulate insieme a container come posti di blocco o per ostruire il passaggio. Il giorno e la notte.

Sono passati ormai molti mesi dall’inizio dell’assedio della città da parte delle forze del feldmaresciallo Khalifa Haftar, che il 4 aprile ha deciso di sferrare il colpo fatale della sua “operazione dignità”, da lui invocata per unificare la Libia e “combattere il radicalismo islamico presente nel Paese” e portata avanti dalle sue forze armate sotto il nome di Esercito nazionale libico (Eln). Un esercito formato da combattenti poco esperti, milizie, mercenari stranieri e comandato da ex-ufficiali dell’esercito del rais. Ma ha incontrato una strenua resistenza da parte delle milizie che difendono, in particolar modo per interessi economici e di potere, il Governo di Accordo Nazionale (Gan), nato nel 2015 e riconosciuto dalla comunità internazionale.

Il fronte tripolino, diviso in circa 8 fronti cittadini (senza calcolare le zone esterne, come Gharyan, cittadina contesa ancora oggi e d’importanza strategica a circa 80 chilometri dalla capitale e situata su un’altura) sembra più una guerra di logorio e di trincea che un conflitto a campo aperto. Una battaglia lenta, che si divide fra scontri violenti e molto tempo senza che nulla accada.

Le milizie che difendono i territori controllati dal Gan provengono soprattutto da Misurata (considerate dagli stessi libici come “l’ago della bilancia” del conflitto data la loro potenza militare ed economica acquisita durante gli 8 anni dalla fine del governo della Jamharyia). Credono più nei soldi che nella difesa di un apparente governo democratico. Secondo varie fonti, ogni soldato riceverebbe la somma di circa 2 mila dinari libici al giorno (circa 450 euro).

Per accedere alle linee del fronte del Gan, basta cambiare quartiere cittadino e passare i vari checkpoint situati all’inizio della zona off-limits. La zona di guerra. Da lì, la città diventa fantasma. La spazzatura aumenta insieme al silenzio assordante che lascia spazio solo al rumore dei veicoli militari.

Il comandante della 21esima brigata di misurata, Hashim Ahamd Abbriah, si presenta con il suo Toyota 4×4 all’ultimo checkpoint nel quartiere di Salah Ad-Din, a sud della capitale. “Abbiamo riconquistato la zona e ci troviamo attualmente in posizione difensiva pronti a respingere ogni attacco del nemico, sia esso con aerei, cannoni o bombe. Abbiamo dovuto anche evacuare i civili per via dei bombardamenti”. Una cosa particolare, è proprio il fatto che i civili fuggiti dalle loro case e che si sono riversati nel centro cittadino, sovraffollandolo, possono tornare alle loro case nel bel mezzo della battaglia. Insieme ai veicoli militari, dopo il Chekpoint si vedono sfrecciare macchine di civili che rientrano regolarmente per controllare lo stato delle loro case o per prendere qualche oggetto dimenticato.

Hashim ci porta nel quartier generale della brigata, situata in una base militare adiacente la linea del fronte di Wardak, prima linea. È in due stanzette che i suoi uomini si riposano e danno il cambio ai soldati che tengono il fronte. Quando c’è elettricità hanno anche l’aria condizionata, la TV e un frigorifero di fianco ai numerosi fucili, i giubbotti antiproiettile e le munizioni. Controllano Facebook quando si riposano, anche se la connessione è poca.

Hashim lascia il comando a Walid, un soldato sulla 40ina, per dirigersi verso la linea di Yarmuk. Uscendo dalla base, i 4×4 si districano fra le dune di sabbia soffice e asfalto distrutto, attraversando velocemente case abbandonate e villaggi diroccati, tutti dello stesso colore delle mattonelle grigie, per evitare di essere bersagliati dai droni di Haftar, appoggiato dalle forze aeree emiratine e egiziane.

I veicoli arrivano alla prima linea e si nascondono sotto alcuni pini marittimi. L’odore che emanano si mischia insieme a quello del Mediterraneo e fanno pensare più a un luogo di vacanza che a un vero e proprio fronte di guerra.

I soldati di Hashim sono appostati in una villa abbandonata. Nel salotto, ormai senza mura per via di un colpo di artiglieria pesante che ha creato un varco gigante, i soldati appoggiano lanciamissili, mitragliatori e munizioni. Rimangono nascosti osservando con fucili di precisione e sdraiati su materassi le linee nemiche, appostate a poche centinaia di metri. Quando Walid arriva, osserva con il binocolo qualsiasi movimento e poi, dopo aver impugnato il mitragliatore, spara contro il nemico dando istruzioni.

Dietro la casa, al riparo dell’aviazione, siede invece Hassan. Lo Sceicco Hassan, come lo chiamano. “È lo sceicco della rivoluzione” dice Walid. Hassan è un ex combattente dell’esercito di Gheddafi. “Dove sono le forze internazionali in nostro sostegno? Dove sono i nostri amici italiani?” grida ironico ma serio, mentre con una lima cerca di modificare un razzo da inserire sul suo lanciamissili posto sul suo 4×4 beige. “Combattiamo perché a mille chilometri, un dittatore come Muammar vuole creare un nuovo regime. Guarda con che armi combattiamo. Loro hanno l’aviazione degli Emirati Arabi Uniti e armi americane”. Dopo qualche istante, Hassan carica il missile nel suo cannone e parte veloce spingendosi a un centinaio di metri dall’edificio a sinistra. Prende la mira con il cannone, prima di spostare il veicolo di qualche metro indietro. Al grido “Allahu Akbar” di Walid, sgancia l’ordigno che scatena un boato e un’ondata di fumo, polvere e sabbia, mentre la terra trema.

Sulla linea del fronte di Ain Zara, adiacente a Yarmuk, la situazione è la medesima. Un gruppo di ragazzi controllano da un tetto il fronte, cantando “amiamo la guerra e la morte”. Sorridono, si divertono. Mirano e sparano qualche proiettile quando scorgono movimenti dall’altro lato. Ma è tanto il tempo che passano fumando hashish o annoiandosi. Entrambe le parti non si spingono in avanti. Nonostante ciò, i miliziani del GAN sono galvanizzati: “Haftar, figlio di un cane, non riuscirai mai a conquistare Tripoli” urla un ferito. I ragazzi, giovani, sono sicuri che i soldati nemici abbiano ormai il morale a pezzi e siano senza forze di contrattaccare.

La linea del fronte cambia però nei pressi dell’aeroporto internazionale. Una zona meno abitata e quindi con spazi aperti. L’aeroporto internazionale è saldamente nelle mani dell’Eln da ormai mesi e difficile da espugnare. Un luogo simbolo della guerra civile libica. I soldati del Gan si sono quindi appostati alle sue estremità, creando fronti con mucchi di sabbia per proteggersi dal campo aperto. “Dall’altro lato, a circa 400 metri, è appostato il nemico – commenta Mohamed, riparandosi dal sole sotto un albero e una tenda creata apposta per riposarsi con qualche stuoia – Il nemico è in una posizione di debolezza. Qui non è difficile difendere perché non possono attaccarci ma il pericolo è la loro aviazione ce ci colpisce ogni notte. Ma sulla terra, vinciamo noi”.

Come Mohammad, la maggior parte dei soldati sono civili. Ahmad, un ingegnere nucleare, si districa fra la sua vita lavorativa e il fronte per portare manforte. “Qui faccio di tutto, aiuto logistico, combatto. È la responsabilità di tutti i libici combattere la dittatura e difendere la democrazia e la costituzione di un governo civile. È per questo che abbiamo fatto la rivoluzione nel 2011. Io in questi anni ho sempre combattuto tornando al lavoro. Quando l’assedio è cominciato ero a Vienna ad una conferenza sul nucleare e sono subito tornato a casa per difendere”.

Ma se in molti dicono di voler combattere per la democrazia e l’unità, sono molti quelli che affermano che il Gan, dopotutto, sia esattamente il contrario. Lo dice Mahmoud, un giovane avvocato che fa il cameriere in un ristorante: “Le milizie combattono solo per il potere, i soldi e il petrolio. Non per la democrazia. Qui a Tripoli, più dell’80% della popolazione vuole l’entrata di Haftar ma solo chi ci guadagna lo combatte. Per fare un esempio, un conducente di autobus è stato preso a bastonate in testa, morendo, solo perché ascoltava l’inno dell’esercito nazionale libico. Se questa è libertà”. Le parole di Mahmoud sono condivide ma nessuno vuole essere citato per paura di rappresaglie e violenze contro le famiglie.

Forse la verità sta nel mezzo. Sta di fatto che Tripoli continua la sua routine nonostante la sofferenza. Il venerdì pomeriggio, quando il sole comincia a calare, sulla Piazza dei martiri (ex-Piazza verde sotto il regime di Gheddafi), i piccioni invadono l’area di fianco a venditori di giochi made in china e bancarelle di zucchero filato, che rendono felici bambini e famiglie che passeggiano. Come niente fosse, quando i missili cadono sulle loro case abbandonate nelle periferie. Ma non succede nulla. Tutto “Mia bil mia” (100%).

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