(Tripoli) Il sibilo del proiettile ti ronza nelle orecchie un attimo prima che centri un muro già sbrecciato dai combattimenti sollevando uno sbuffo di polvere a pochi passi da noi. Un maledetto cecchino sta tenendo sotto tiro l’incrocio da dove parte l’ennesima spallata dei combattenti di Misurata contro le linee del generale Khalifa Haftar a Ein Zara, sobborgo di Tripoli.

Mohammed Drah, che zoppica vistosamente per una ferita all’anca della battaglia precedente, grida come un ossesso contro il franco tiratore annidato chissà dove fra le case. Poi si stufa e imbraccia il kalashnikov sparando qualche raffica, ma il cecchino non demorde. Almeno una ventina di colpi mirati ci tengono inchiodati per oltre un’ora al riparo di un alto muro di cemento.

Quando vede un’ombra il cecchino spara e i proiettili rimbalzano sulla strada a due metri dal nostro riparo. Ogni tanto tira sopra il muro per innervosirci con i colpi che si conficcano rumorosamente sul tetto in lamiera di un capannone davanti ai nostri occhi. Nel caos della battaglia spuntano da una strada laterale tre automobili bianche zeppe di civili terrorizzati.

Mohammed, giubbotto anti schegge e calzoni mimetici fino a sotto il ginocchio, imbraccia una mitragliatrice tenendosi attorno al collo il nastro dei proiettili in stile Rambo. E urla ai poveretti in fuga dai combattimenti: “Sparano, vi copro, ma girate a destra a tutta velocità senza mai fermarvi”. Alla fine un bulldozer che usa la pala come scudo, le macchine blindate e le “tecniche”, i fuoristrada con le mitragliatrici pesanti piazzate sul cassone dietro, avanzano a tutta velocità lungo l’assolata striscia d’asfalto che porta verso l’aeroporto internazionale chiuso dal 2014. E il cecchino si volatilizza.

La prima linea è un inferno

Un governativo spara sventagliate di mitragliatrice in mezzo alla strada incurante dei proiettili che volano dappertutto. Le urla “Allah o akbar” (Dio è grande) si mescolano allo sferragliare di un cingolato di fabbricazione russa, che arriva a dare man forte.

La fanteria raccogliticcia trova riparo sui lati della strada. Il tonfo assordante delle raffiche di proiettili da 23 millimetri, che tirano giù un muro, è continuo. La tattica d’assalto sembra semplice ed efficace: le “tecniche” avanzano a folle velocità, spesso in retromarcia, con il mitragliere che spara all’impazzata e poi tornano indietro al riparo di montagnette di terra che bloccano la strada.

“Giornalista salta su, che ti porto a filmare quando colpisco le postazioni di Haftar” è il folle invito di un mitragliere, che garantisce sulla blindatura della copertura dell’arma antiaerea ad alzo zero. Trentacinque anni di reportage di guerra, da una parte mi spingono ad accettare l’invito e dall’altra a capire molto bene che è una follia. “Grazie sarà per la prossima”, rispondo al combattente un po’ deluso. Dietro all’ultimo vallo di terriccio rosso i governativi hanno piazzato un lanciarazzi cinese stile katyusha e stanno caricando proiettili di mezzo metro. A fianco un combattente ragazzino in uniforme chiazzata e berrettino da baseball erutta fiammate improvvise con la sua mitragliatrice.

Il boato e una nuvola di fumo segnalano che un razzo è partito per piombare sulle postazioni di Haftar sollevando una colonna di fumo nero trasportata dal vento. Per andare più avanti l’unica possibilità è correre come una lepre rasente al muro di cinta delle case facendo lo slalom fra una fila di alberi sfilacciati dai proiettili. La terra di nessuno, lungo la striscia d’asfalto teatro della battaglia, è disseminata di detriti con le “tecniche” che ad ogni valanga di fuoco avanzano di qualche metro. In quattro ore di aspri scontri arrivano di continuo rifornimenti di munizioni. Le pallottole di kalashnikov, che hanno il calibro più piccolo, sono trasportate in grossi bottiglioni di plastica solitamente usati per le riserve d’acqua, ma che risultano efficaci e utili. I proiettili vengono “versati” negli elmetti e distribuiti ai combattenti. Le raffiche dalle posizioni di Haftar arrivano a intermittenza ed ogni tanto il lugubre fischio di una granata di mortaio o di un razzo supera le nostre teste. La resistenza, però, non è scatenata. L’obiettivo dei governativi come ha ammesso il generale Ahmad Abu Hashmeh è “tagliare le vie di rifornimento alle linee di Haftar” ancora annidate nei sobborghi di Tripoli.

L’operazione “Vulcano di rabbia” punta a stringere le truppe dell’uomo forte della Cirenaica in una sacca puntando su tre assi diversi verso l’aeroporto internazionale. Allo scalo distrutto da anni sono arrivate da pochi giorni le forze di Zintan al comando di Idriss Mahdi per rafforzare le linee di Haftar. Il generale ha annunciato la mobilitazione dei corpi speciali ordinando infiltrazioni in città, che potrebbero scatenare battaglie per le strade. Non solo quando arrivi, ma anche per andarsene dalla prima linea vieni rincorso dai proiettili in una pazzesca corsa verso le retrovie. Gli ultimi bollettini di guerra parlano di 272 morti, 1282 feriti e quasi 35mila sfollati. La battaglia di Tripoli continua.

ALTRI EPISODI
  • PARTE 2

    I disperati di Tripoli sognano l’Italia

    (Tripoli) "Tutti noi, neri, vogliamo andare in Italia con il gommone. Ma da quando è arrivato Matteo Salvini ha bloccato la rotta dell'emigrazione", esordisce Leonel, che viene dal Camerun e parla la nostra lingua. Assieme a decine di clandestini, che in...

    Continua a leggere
  • PARTE 3

    Al fronte di Tripoli con i soldati di Serraj

    (Tripoli) Le vampate rossastre illuminano il tetto in prima linea nella cupa notte della battaglia di Tripoli. Un giovane mitragliere spara brevi raffiche intermittenti verso le postazioni del generale Khalifa Haftar. Per girare sul fronte della capitale con il calare del...

    Continua a leggere