«Guarda là se l’hai già vista non la riconoscerai… è la moschea degli Ommaiadi». Il governatore di Aleppo Mohammed Wahed Akkad si sporge oltre il muro semi diroccato, punta il dito verso una distesa di macerie, rifiuti e detriti. In basso, a sinistra, tra lo scheletro di un palazzo disabitato e le carcasse di auto s’allunga una strada rosicchiata dalle granate. In fondo oltre una cancellata c’è Al Jamma Al Kebir, la moschea degli Ommaiadi. O quel che ne resta. Il suo famoso minareto inclinato, sopravvissuto a dieci secoli di guerre e tragedie le è franato addosso nell’aprile di un anno fa. Di lui resta una montagnetta di detriti addossata al corpo centrale della moschea. Il resto non sta meglio. La facciata bersagliata da proiettili e schegge è un bassorilievo di distruzione e sfregi. Poi il governatore o meglio Abu Abdu, come lo chiamano i suoi concittadini, ti tira per la camicia. «Girati, vieni qui, vieni a vedere». Dall’altra parte della strada – oltre un’infilata di case distrutte, oltre i colpi di mortaio che bersagliano la zona in cui avanziamo e appena prima delle postazioni dei cecchini ribelli – si staglia una collinetta. Sulla sua cima dopo un’erta scoscesa svettano un minareto e una cinta di mura. «Quella è la Cittadella di Aleppo. È un patrimonio dell’Umanità protetto dall’Unesco, ma ora a proteggerlo ci sono solo i nostri soldati. Sono chiusi dentro e tutt’attorno ci sono i gruppi armati. È così da due anni e mezzo e nessuno muove un dito. Se la prendono i ribelli farò la stessa fine della Moschea degli Ommaiadi».

Da un’ora ormai seguiamo Abu Abdu in questa passeggiata nel cuore delle macerie e della guerra di Aleppo. Inizia tutto in una grigia mattina di pioggia quando il governatore bussa al nostro hotel. Non ha l’auto blu di prammatica e neppure l’imponente scorta che protegge i suoi spostamenti. È al volante di una piccola Honda bianca e a seguirlo ci sono solo il suo segretario e un paio di scagnozzi in borghese. «Non ho detto nulla ai servizi di sicurezza – mi sussurra in un orecchio – altrimenti ci bloccavano, voglio farti vedere cos’è rimasto dei posti dove venivano i vostri turisti». E così si parte. La prima tappa è nella piazza dell’Orologio davanti all’hotel Sheraton. Ma illudersi di passare inosservati camminando al suo fianco è un’utopia. Non appena raggiunto il Museo nazionale e i resti di Al Farashe, la piazza dell’Orologio una piccola folla inizia a stringerlo da vicino. In un coro di «Abu Abdu, Abu Abdu» gli offrono una tazza di the, gli allungano pane appena sfornato, gli infilano in bocca pasticcini usciti da chissà dove. Poi arrivano i questuanti impegnati in un disperata lotta gomito a gomito per strappargli un favore, una raccomandazione, un consiglio. Ma la notizia del suo arrivo oltrepassa la stretta cerchia della piazza. Il segnale sono i colpi di mortaio che cadono a poca distanza.

In un attimo i questuanti si disperdono e Abu Abdu rimasto solo capisce. «Dobbiamo muoverci non possiamo restare qui a lungo» – spiega con flemma più britannica che siriana mentre monta in macchina e s’infila in un dedalo di viuzze. La fuga, o meglio lo «spostamento» – come lo chiama lui – si conclude davanti a una tenda alta fino ai tetti dei palazzi e tirata a mo’ di sipario per chiudere la stradina. In teoria serve a impedire la vista ai cecchini, ma Abu Abdu scende, scosta il telo e si butta prima in Adasat e poi in altro inestricabile vicolo. Ora ai colpi di mortaio si è aggiunta la voce roca delle mitragliatrici pesanti e il ticchettio delle armi automatiche. Il tutto in un coacervo di echi ed esplosioni che rende impossibile comprendere da dove arrivino i colpi. E chi spari a chi. Davanti a piazza Saba Bahrat tutto diventa più chiaro. Per arrivarci bisogna attraversare una trincea di sassi e sabbia. Mentre ci corri dentro intorno risuonano colpi secchi, regolari e ben distanziati. Sono quelli dei cecchini alla ricerca delle loro prede. Appena fuori da quella trincea la distruzione si offre in tutta la sua maestosa, spettrale estensione. I palazzi crivellati di colpi sono ruderi abbandonati. Sul letto di macerie s’intrecciano ragnatele di cavi elettrici, pali abbattuti, infissi e finestre precipitatati, edifici spianati. Abu Abdu te ne indica uno. «Era la Camera dell’Industria, hanno costruito un tunnel e l’hanno fatta saltare». Intanto il suo cellulare trilla senza sosta. Ora anche i comandanti della zona e i servizi di sicurezza sanno che lui è lì. «Sì certo … lo so è pericoloso … Eh lo so, ma se cade un colpo di mortaio non ci si posso far niente… Va bene, va bene… cinque minuti neppure uno di più».

Liquidati i preoccupati generali Abu Abdu ci spinge ancora avanti tra botteghe e negozi carbonizzati, fino al cuore della città distrutta, fino alla Moschea di Sahabia e all’antico caravanserraglio di Al Ahrir. Dentro, davanti un portone di legno chiuso da una catena e un lucchetto spicca l’insegna scudocrociata del Consolato svizzero chiuso e abbandonato. Il chiostro, sede un tempo di feste e ricevimenti, è una piazza d’armi difesa da un blindato dell’esercito. Fuori piovono i colpi dei ribelli. Ma per Abu Abdu è come se la guerra non ci fosse. S’affaccia sulla piazza, ritorna sotto la cittadella. «Ora avete visto la guerra dal di dentro. Ricostruire queste distruzioni costerà quantità di denaro inimmaginabili. Ma chi in Italia ed Europa vedrà queste immagini e leggerà questa storia si ricordi che qui non sono andate perdute solo bellezze e ricchezze artistiche. Tra queste macerie si sono spente migliaia di vite. E quelle nessuna somma di denaro potrà restituircele».

Reportage di Gian Micalessin