La nuova vita
Degli insorti in Myanmar
Tra i guerriglieri del Myanmar PARTE 3
Testo, video e immagini di Fabio Polese

Myanmar, la nuova vita degli insorti birmani

“Questi saranno i nostri alloggi”, ci spiega un ragazzo birmano mentre sta intagliando il bambù per la costruzione della nuova casa nella giungla. “Ormai non possiamo più tornare indietro. Ci stiamo addestrando con i Karen, stiamo imparando ad usare le armi, vivremo qua e aspetteremo il momento opportuno per fare ritorno nelle città e combattere i militari con la giusta preparazione”.

Come altri, anche lui arriva da Bago, una delle città più infuocate dalla repressione dei generali birmani. Si chiama Win Htike Lwin, ha 38 anni e prima di arrivare nelle zone controllate dai guerriglieri lavorava nel campo dell’edilizia.

“Guarda qua, non l’abbiamo dimenticata. È la nostra leader e anche se in questo momento è agli arresti e non può fare nulla, tutti abbiamo fiducia in lei”, ci dice mostrandoci con orgoglio il tatuaggio sul petto che ritrae il volto di Aung San Suu Kyi e facendo il segno delle tre dita che, ispirato ai film Hunger Games, è diventato il simbolo delle proteste dopo il golpe del primo febbraio.

“Ho visto cose orribili in questi mesi”, continua a raccontare. “Il 9 aprile a Bago è stata l’ennesima giornata di sangue. I soldati ci hanno sparato anche con dei razzi anticarro. Intorno a me c’erano almeno 17 cadaveri”.

Poco più lontano, seduto nella capanna in costruzione, c’è Sai Kaung Htet, 21 anni, che vuole farci vedere una fotografia che custodisce nel cellulare. “Questo era un mio amico, abbiamo partecipato a tutte le manifestazioni insieme. Lo hanno ucciso il 27 marzo a Bago e non volevano restituire neanche il corpo alla sua famiglia”, spiega. Il giovane è arrivato nel campo di addestramento dopo giorni di cammino nella boscaglia insieme al fratello Sai That Wai Phioe, 19 anni, e al loro padre Thein Sanoo, di 47.

“Dall’inizio delle proteste ho sempre cercato di salvaguardare i miei figli e tutta la nostra gente”, ci racconta quest’ultimo. “Non è stato per niente facile. I militari sparavano a vista, usando tutto quello che avevano a disposizione. Noi per difenderci avevamo solo dei coltelli, in pratica eravamo disarmati…”. L’uomo ci racconta che non ha mai avuto simpatie per la giunta al potere, ma che con l’inizio delle brutali violenze qualcosa dentro di lui è cambiato. “Quando ho iniziato a vedere con i miei occhi quello di cui erano capaci, la mia rabbia non ha fatto altro che crescere, così ho deciso che era arrivato il momento di prepararmi per combatterli”.

Deciso ad imbracciare le armi contro i militari c’è anche Salai Bo Ngwe, 24 anni, che arriva dallo Stato Chin, nel nord ovest del Myanmar. “Vivere sotto la dittatura è impossibile, per questo dopo il colpo di Stato ho deciso di mollare tutto e diventare un combattente per la libertà”, spiega mentre sta studiando la lingua dei Karen su dei fogli usurati. “Ho iniziato a seguire le attività dell’opposizione sui social network e su Facebook ho scoperto l’esistenza di questo posto. Così sono arrivato. Ora mi sto addestrando e quando me lo diranno, andrò dove è necessario e affronterò i militari”.

C’è chi ha deciso i raggiungere i territori della guerriglia anche se non era in pericolo. Nay Nay, 28 anni, originario di Bago, viveva serenamente nella capitale thailandese. “Vivevo tranquillo a Bangkok, lavoravo in una fabbrica”, racconta. “Ma ora tutto è cambiato. La dittatura sta uccidendo la nostra gente. Come potevo rimanere a guardare?”, ci domanda. “Non tornerò in Thailandia, la mia vita ormai è cambiata. Sono qui per imparare a combattere e i Karen lo sanno fare bene. Sono in guerra da oltre settant’anni e mi fido di loro. Se restiamo uniti possiamo cambiare le sorti del Paese”.

“Le persone in Myanmar hanno iniziato a credere in noi, per questo arrivano qui da tutto il Paese. Noi li addestriamo sia per insegnargli a sparare, sia per gestire le situazione mentalmente”, ci dice Saw Poe Pee, 36 anni, da oltre 10 volontario del Karen National Defence Organization (Kndo). Questo però potrebbe aprire le porte anche ai nemici. “Sappiamo di dover fare attenzione alle spie che molto probabilmente i birmani hanno inviato sotto le spoglie di dissidenti in cerca di addestramento. Abbiamo avuto anche in passato questo problema, ma sappiamo come trattare i traditori…”, aggiunge, come per avvertire chi avesse cattive intenzioni.

Poi il volto coperto sembra accennare un sorriso. “Tra qualche mese – dice convinto – quando questi ragazzi torneranno nelle città e inizieranno a combattere, la situazione cambierà.

Testo, video e immagini di Fabio Polese

TRASPARENZA

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