MAS QALAT – “Quattro jihadisti erano asserragliati in una casa e sparavano come pazzi. Il mio amico Shorsh è riuscito ad avvicinarsi, sotto un fuoco d’inferno per lanciare dentro una bomba a mano” racconta Miran Nawzad Anwar, 25 anni, cecchino. “Dopo l’esplosione della granata Shorsh è entrato pensando che fossero tutti morti, ma uno era ancora vivo. Anche se ferito e si è fatto saltare in aria uccidendo il mio amico” spiega il giovane combattente curdo, che ha partecipato alla battaglia del 3 maggio.

Cinquecento miliziani del Califfo con mezzi blindati ed una decina di “mostri”, camion corazzati e minati, hanno sfondato il fronte a nord di Mosul. La colonna è riuscita a penetrare nel territorio curdo per otto chilometri conquistando per un giorno il villaggio cristiano di Tall Skuf. Un Rambo dei corpi speciali americani è rimasto ucciso nella missione per esfiltrare dei consiglieri militari Usa rimasti bloccati.

Nell’avamposto di Mas Qalat si è decisa la sorte della furiosa battaglia. Il corpo dilaniato di un kamikaze abbandonato nella sterpaglia emana un odore terribile. Poco più avanti un fuoristrada carbonizzato delle bandiere nere con i resti di una mitragliatrice pesante nel cassone è stato ridotto ad un groviglio di lamiere da un elicottero americano Apache.

I combattenti curdi, conosciuti come Peshmerga, hanno catturato un “mostro”. Una specie di camion corazzato in maniera artigianale, che le bandiere nere avevano riempito con una tonnellata di esplosivo. L’abitacolo è blindato e le lamiere proteggono pure le ruote per resistere ai lanciarazzi dei Peshmerga. Il kamikaze al volante vedeva a malapena all’esterno grazie a delle feritoie. “Quando hanno attaccato alle 5.20 del mattino ne avevano almeno una decina di questi mezzi carichi di tritolo. I primi sono esplosi aprendo un varco nelle nostre difese, ma dopo ore di battaglia li abbiamo respinti uccidendo 120 jihadisti” dichiara il generale Sarhad Anwar Betwata, con i baffoni ben curati.Da una postazione sopraelevata circondata dai sacchetti di sabbia i Peshmerga sparano raffiche dimostrative verso le linee dello Stato islamico oltre un chilometro più avanti.

Nelle vicinanze sono stati sepolti con i bulldozer in una fossa comune una cinquantina di jihadisti. I miliziani sconfitti del Califfo facevano parte della katiba (battaglione) Abu Omar al Naime.Miran, il cecchino, è stato addestrato dai soldati italiani della missione Prima Parthica nel nord dell’Iraq, che dallo scorso anno hanno formato 4300 combattenti curdi. Durante la battaglia ha ucciso un jihadista e ferito un secondo. Prima di diventare un combattente era arrivato come clandestino in Olanda con Azad, amico fraterno. “Per due anni abbiamo vissuto assieme in un campo di accoglienza. Un imam del posto gli ha fatto il lavaggio del cervello – ricorda Miran – Io sono tornato in Kurdistan ad imbracciare un fucile per i nostri morti e le case distrutte della mia terra. Azad si è arruolato nel Califfato”.Foto di Gabriele Orlini. Questo reportage è stato realizzato grazie al contributo del Distretto Rotary 2050. Altri reportage su “I profughi dimenticati”

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