Guerra /

I suoi uomini sono dispiegati in alcuni campi trincerati in mezzo al deserto ad otto chilometri dal confine siriano.Uno dei combattenti con il kalashnikov puntato oltre i sacchetti di sabbia mostra con orgoglio il tesserino che certifica l’addestramento con gli italiani. “Noi siamo una delle minoranze più esigue ed indifese – spiega il colonnello con i capelli bianchi – Guarda questa Luger che ci hanno dato i tedeschi. Come facciamo a combattere con le pistole che usava Rommel nella seconda guerra mondiale?”.Dall’altra parte della montagna corre la linea del fronte più dura nella città fantasma yazida di Sinjar ripulita etnicamente. I Peshmerga della 4° brigata sono a 200 metri dagli uomini neri del Califfo, nella “cittadella” alla periferia. Attraverso le feritoie ricavate fra i sacchetti di sabbia i curdi sparano verso le rovine sottostanti. Per spostarci lungo il fronte i Peshmerga mettono a disposizione l’unico scassato gippone blindato americano. “Abbiamo bisogno disperato di blindati e visori notturni – dichiara il colonnello Isa Zewey – Le armi arrivate dall’Europa non bastano. Talvolta le mandano con munizioni insufficienti”.

A Sinjar i curdi hanno utilizzato il razzo controcarro Folgore degli italiani, ma dopo 15 colpi si è inceppato. Sulla collina trincerata che domina la città ridotta ad una scheletro di cemento armato il maggiore Hoswar Hakim Shaban fa notare che gli uomini neri “ci attaccano giorno e notte. Si nascondono in scuole, ospedali e moschee perché sanno che così gli aerei alleati non li bombardano”. Non finisce la frase che due granate di mortaio esplodono con fragore sinistro a quaranta metri da noi. L’ufficiale si lancia sulla trincea gridando “Isis siamo qui per combattervi. Andate a fare in c…..” Poi piazza in spalla un Rpg e spara un razzo che ci avvolge in una nuvola di fumo.

Lo Stato islamico risponde con i mortai pesanti. Alte colonne di fumo bianco si alzano sempre più vicine al posto di comando che trema per le botte delle esplosioni. La misura è colma ed il colonnello curdo chiede l’appoggio aereo. Una sagoma bianca solca il cielo azzurro preceduta da un rombo cupo. In un attimo i caccia alleati sganciano due bombe che centrano le postazioni dell’Isis in città. Si alzano alte colonne di fumo grigio e nero, che significa obiettivo colpito ed in fiamme. Gli uomini neri del Califfo non mollano e con il buio tutto il fronte si infiamma. Dietro i sacchetti di sabbia sentiamo le pallottole fischiare ed i tracciati solcano il cielo stellato. I Peshmerga rispondono al fuoco urlando improperi al nemico. E si scatena l’inferno. La battaglia si placa con l’arrivo di un’impetuosa tempesta di sabbia, che sconvolge le trincee della guerra dimenticata nel nord dell’Iraq.

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