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Il maxi-scambio di prigionieri tra Russia e Ucraina
Speranze di pace: il maxi-scambio di prigionieri tra Russia e Ucraina visto da vicino
La regione di Chernihiv, dove ci troviamo, segna il punto più a nord dell’Ucraina, confinante per metà con la Russia e per metà con la Bielorussia. Proprio qui, in un luogo non divulgabile per motivi di sicurezza, si conclude quello che da venerdì è il più grande scambio di prigionieri tra Russia e Ucraina mai avvenuto da febbraio 2022. Si tratta del sessantacinquesimo scambio dall’inizio dell’invasione “full scale”, che ha visto il rilascio di 1000 prigionieri ucraini in cambio di 1000 prigionieri russi detenuti in Ucraina in tre diverse giornate. Nella giornata di venerdì sono stati rilasciati 390 prigionieri, sabato 307 oggi se ne attendono esattamente 303, come confermato dal Coordinamento per il trattamento dei prigionieri di guerra.
Come nei giorni precedenti, centinaia di persone da tutta l’Ucraina si sono radunate nel luogo designato, nella speranza di ricevere informazioni su un proprio caro di cui non hanno più notizie da mesi. Sono per lo più donne di ogni età, in fila di fronte a uno dei cancelli d’ingresso; con loro decine di bambini ma anche militari in congedo e anziani. Portano cartelloni con scritti i nomi di chi stanno cercando, ma soprattutto fotografie: decine di volti di uomini in divisa si susseguono stampati su bandiere, magliette, fogli plastificati accanto al simbolo del loro battaglione. Poco più in là, alcuni volontari hanno allestito delle tende dove distribuiscono tè, del cibo extra, dell’acqua: la giornata è calda e si prevede che gli autobus arriveranno per ora di pranzo.

Molte di queste donne si conoscono, parlottano tra di loro e si inoltrano video e materiale utile. Noto che alcune hanno stampati sulle bandiere i simboli dello stesso battaglione. Tra la folla, Tatiana, una donna sulla cinquantina, racconta che è in attesa del marito di sua figlia, il padre del nipote che tiene in braccio: si chiama Ivan e ha 33 anni.
A pochi passi da lei, Lyuba mostra la foto di un ragazzo giovane. Mi chiede in ucraino di fargli delle fotografie. Capisce che sono italiana e sorride “Gran parte della mia famiglia è rifugiata in Italia, a Cagliari”. Racconta che quando è andata a trovarli le avevano chiesto di restare ma lei è voluta tornare in Ucraina. Cerca, infatti, il suo unico figlio Alexander di ventotto anni. Non ha sue notizie da undici mesi ormai, quando hanno parlato l’ultima volta a telefono.
Chiedo a Lyuba se in questo tempo non abbia mai ricevuto informazioni “Sì, il comandante del suo battaglione crede sia morto durante un attacco. Il corpo non è mai stato trovato. Abbiamo provato a fare già un riconoscimento ma il Dna è risultato negativo. Io credo ancora che sia vivo e sono qui oggi per saperne qualcosa. Sono venuta anche ieri e l’altro ieri”.

Suo marito è morto qualche anno fa di infarto e lei ora è sola. L’unica persona che le è rimasta è la moglie di suo figlio Tanya.
“Per avere notizie di suo marito ha deciso di arruolarsi come paramedico. Ora è nell’esercito e non ci vediamo da un po’. Mi ha detto che sentiva il bisogno di fare qualcosa. Io le ho detto che doveva essere forte. Che l’unica cosa che possiamo fare, entrambe, è essere forti per quando lui tornerà, per prenderci cura di lui”.
Lyuba non è l’unica a non sapere chi verrà rilasciato. Nessuna delle persone presenti ha la certezza che il proprio marito, fratello o compagno sia tra i trecento prigionieri che saranno liberati oggi. La procedura prevede infatti che il governo ucraino riceva gli elenchi dalle autorità russe, ma – data l’incertezza di queste informazioni – non comunica le identità prima dell’effettivo rilascio. Questa scelta ha anche un altro scopo: permettere a queste persone di conoscersi e scambiarsi informazioni e contatti. Spesso, chi torna è in grado di riconoscere alcuni volti e può confermare che sono ancora vivi. Per queste persone, notizie come queste rappresentano le prime informazioni concrete dopo mesi di attesa. Oltre ai familiari, sono presenti numerosi giornalisti. Questo evento, infatti, come sottolineato dal presidente ucraino Zelensky, rappresenta l’unico risultato concreto del fallito vertice di Istanbul del 16 maggio, al quale né il presidente russo Vladimir Putin né lo stesso Zelensky avevano partecipato di persona.
In pochi minuti le prime due ambulanze fanno il loro ingresso nel cortile dell’edificio. Sono venute a recuperare i prigionieri in condizioni più critiche, quelli che sono già stati riportati e che verranno mandati in ospedale per essere assistiti. Mentre il portellone sul retro dell’ambulanza si apre, un’infermiera spinge una sedie a rotelle in cui è seduto un uomo con un pigiama blu. Ha la testa rasata, lo sguardo stanco, le persone radunate gli applaudono gridando “bentornato a casa”.
“Sono contento”, riesce a dire a un giornalista, “non vedo l’ora di chiamare mia madre, i miei figli, i miei amici. La mia famiglia mi sta aspettando. Adesso telefono a mia mamma, le dico che sono vivo”. L’infermiera interrompe le domande, lui saluta con la mano e, dietro, un altro uomo in sedia a rotelle saluta commosso prima di essere caricato.

Mentre attendiamo l’arrivo degli autobus, Petro Yatsenko, portavoce dell’Ufficio di Coordinamento per il Trattamento dei Prigionieri di Guerra, risponde ad alcune domande. Con tono grave, descrive le condizioni dei liberati: “La maggior parte presenta gravi problemi di salute. Serviranno mesi di cure per un pieno recupero”.
I prigionieri arrivano in condizioni fisiche preoccupanti: denutriti, con carenze vitaminiche e danni respiratori causati dal prolungato confinamento in ambienti malsani. “Molti hanno atrofia muscolare e fragilità ossea per essere stati costretti a posizioni forzate per lunghi periodi”, spiega. “Gli spazi sovraffollati e igienicamente precari hanno favorito infezioni, mentre la privazione del sonno regolare ha aggravato il quadro”.
La situazione psicologica appare ancora più allarmante. “Non conosciamo ancora l’entità degli abusi subiti durante gli interrogatori”, continua il portavoce. “Per questo il programma di reintegro include non solo medici, ma un team multidisciplinare di psicologi e psichiatri. La riabilitazione mentale è cruciale, tanto quanto quella fisica. Per questa ragione è attivo un programma di supporto sia per loro che per le famiglie, soprattutto i bambini.”
Il programma che seguiranno, però, non prevede solo una cura psicofisica. Una volta rientrati, il governo ucraino fornirà loro un compenso e il risarcimento dello stipendio che non hanno ricevuto nei mesi di prigionia ma anche nuovi vestiti un cellulare, documenti e qualora avessero bisogno, un alloggio e un’assistenza legale.
L’organizzazione di questo scambio è stata eccezionalmente rapida, ma si tratta di un caso più unico che raro: spesso, il rimpatrio di un prigioniero di guerra richiede mesi di negoziati. Secondo le stime ufficiali del governo ucraino, oltre 8.000 cittadini ucraini – militari e civili – sarebbero tuttora detenuti in Russia.
Petro chiarisce che, mentre per i soldati esistono dati più precisi (grazie agli elenchi delle unità militari), la situazione dei civili è molto più complessa da monitorare. “Nelle aree occupate, dove i russi continuano a compiere arresti arbitrari, è quasi impossibile tracciare numeri esatti”, ammette.
Quanto ai prigionieri russi in mano ucraina, è evasivo: “Abbiamo sufficienti detenuti per proseguire con gli scambi, ma Mosca non dimostra lo stesso impegno”. Alla richiesta di precisare quanti siano, risponde di non poter fornire dettagli ulteriori.
In pochi minuti una carovana di quattro autobus si fa spazio nel cortile, dall’altro lato del finestrino uomini giovani e più anziani salutano avvolti nel giallo e blu delle bandiere ucraine. Mentre scendono uno alla volta, la folla si accalca per mostrare foto, per tentare di riconoscerli. Una giovane donna grida “Ivan, Ivan” e con la sua bambina corre incontro a uno di loro. Si abbracciano in lacrime. In poco tempo, diversi di loro vengono riconosciuti dalle famiglie. È il caso di Lylia di 31 anni che ha appena riconosciuto suo zio prima di vederlo entrare nell’edificio. Non ha contatti con lui da tre anni dopo che è partito volontario ed è stato catturato nei primi mesi del 2022. “Non ci credo.” Dice Lylia commossa. “L’ho visto molto dimagrito ma sta bene, mi sento come se questo fosse solo un sogno. Mi ha riconosciuta”.
Alcuni dei prigionieri si guardano intorno spaesati e con cura vengono accompagnati all’interno della struttura. I famigliari si accalcano sotto le finestre per potergli mostrare le foto e chiedere se qualcuno dei volti sembra famigliare. Una donna abbraccia sua madre in lacrime di gioia, suo marito non è qui ma è la seconda persona in tre giorni che le dice di conoscerlo e che sa che è vivo, prigioniero nella sua stessa cella.
Minuto dopo minuto, però, in tanti non hanno ancora notizie. Alcuni volontari si offrono di raccogliere le foto per poterle portare all’interno. Tra chi è appena arrivato, alcuni si mettono alle finestre e fotografia dopo fotografia scuotono la testa in segno di mancato riconoscimento. Vlad, ragazzo di 22 anni, aspetta suo fratello maggiore di 30. Piange tenendo il cartello in mano “Oggi era l’ultimo giorno. Speravo davvero che sarebbe stato tra questi, ma non c’è e nessuno sa dov’è. Non so niente da un anno. Mi manca ogni giorno”. Per ogni “no” ricevuto, le speranze diminuiscono e sui volti di chi non ha ritrovato nessuno si leggono i segni dello sconforto. Bogdan è qui con la sua ragazza e anche loro non hanno ancora trovato il fratello di lei “È davvero frustrante a volte. Stiamo facendo il possibile per sapere di più su di lui ma non abbiamo informazioni. Se ci fosse un accordo di pace, tutto questo sarebbe più semplice. Ma forse è ancora lontano”.
Intanto, ci chiedono di lasciare la struttura per consentire ai prigionieri appena arrivati di riposare e avere i primi colloqui con gli psicologi.
Chiedo di nuovo a Petro cosa significhi, nel suo ruolo, assistere al ritorno di così tante persone, pur con la consapevolezza che si sarebbe potuti cominciare una trattativa di pace.
“Mi rende davvero felice essere riusciti, in così poco tempo, a organizzare questo scambio,” risponde. “Ma allo stesso tempo sento che è solo una soluzione piccolissima a un problema politico molto più grande. Gli ucraini vogliono la pace, ma vogliono una pace giusta. La Russia, però, non credo sia disposta a concederla. Anch’io vorrei che tutti i prigionieri ucraini tornassero a casa il prima possibile. Ma per questo serve un accordo.”
In un articolo pubblicato dalla rivista Russia Matters, anche l’esperta di Russia Fiona Hill — già consigliera per gli affari europei e russi presso il Consiglio di Sicurezza Nazionale degli Stati Uniti — sottolinea lo stesso nodo. A suo parere, infatti, il Cremlino sfrutterebbe le varie proposte diplomatiche, tra cui anche lo scambio di prigionieri, per temporeggiare ancora una volta e guadagnare una pausa strategica che gli permetta di consolidare i successi territoriali. In questa stessa visione, ogni apertura sarebbe quindi calibrata non sul principio della reciproca sicurezza, ma sul vantaggio tattico di Mosca.
Questa valutazione trova conferma nel fatto che, nonostante i numerosi tentativi diplomatici degli ultimi mesi, non si è ancora riusciti a costruire un percorso concreto verso la pace. Le trattative si scontrano non solo con l’intransigenza del Cremlino, ma anche con i delicati equilibri geopolitici tra gli alleati occidentali, in particolare Stati Uniti ed Europa. Le divergenze su tempi, strumenti e garanzie da offrire a Kiev, così come il timore di legittimare le conquiste territoriali russe, contribuiscono a rallentare ogni possibile soluzione negoziata.
Prima di lasciare la struttura incontro ancora una volta Lyuba, le domando se abbia trovato suo figlio. “No”, risponde abbozzando un sorriso tra le lacrime. “ma non perdo la speranza. Spesso non si sa che la vita di chi resta è attaccata ogni giorno a quella di chi non c’è” aggiunge. La accompagno alla sua auto, tornerà con altre quattro donne: anche loro non hanno avuto nessuna notizia. Una di loro prende gli striscioni, le bandiere, le fotografie, accatasta tutto nel bagagliaio e chiude il portellone. Dal vetro i volti di chi non è tornato si mescolano deformi.