Hmeimim – Lui non solo non parla e non sorride, ma nemmeno suda. A vederlo sembra imperturbabile e indifferente come l’Ivan Drago dei film di Rocky Balboa. Ai guantoni e al paradenti d’acciaio preferisce   la canottiera a strisce bianche azzurre degli Spetsnaz, le forze speciali russe. Ma invece d’imbracciare il kalashnikov impugna un vaporoso e pesante ferro da stiro. Dall’alto del suo metro e novanta flette i bicipiti e, reclino sull’asse, ripassa come una diligente “babushka” pieghe e  colletto della  divisa. “I nostri soldati – sottolinea il colonnello Eugeny che ci accompagna e, soprattutto,  ci controlla – non devono  solo combattere, ma anche a mantenere il decoro. In Russia come in Siria”. Difficile smentirlo.

Accanto a Ivan un veterano che, a giudicar dalle rughe,  deve aver iniziato a combattere nell’Afghanistan invaso dall’Armata Rossa rattoppa una logora, ma vissuta mimetica. Da queste parti non c’è spazio, insomma, per gli estranei. Sia l’aeroporto militare di Hmeimim, sia la base navale di Tartus sono due angoli di Russia in territorio siriano, due piccoli mondi a parte dove il contingente del Cremlino e i suoi militari puntano all’assoluta autosufficienza. Mettervi piede  non è facile, né agevole. Per arrivarci bisogna partire da Mosca e accettare i rigorosi e continui controlli  delle autorità militari russe. Le innegabili  limitazioni sono in parte compensate dall’opportunità di osservare una piccola parte di quanto si muove dietro le quinte dell’intervento russo. La base navale di Tartus è una delle ragioni per cui Vladimir Putin ha deciso, del 2015,  di non abbandonare l’alleato Bashar Assad. Aperta nel 1988 è diventata dopo la caduta dell’impero sovietico l’ultima base del Mediterraneo in grado di garantire l’approdo e il rimessaggio delle navi del Cremlino.

Quando vi arriviamo dalle sue banchine sta salpando la “Velika Ustug” – una corvetta lanciamissili  classe Buyan M di 75 metri e 950 tonnellate capace, grazie al sistema Kalibr, di lanciare testate nucleari o colpire, con quelle convenzionali, le zone della provincia di Idlib dove infuria l’offensiva contro Tahrir al Sham, la costola siriana di Al Qaida. Un’opportunità già sperimentata nell’agosto del 2016  quando i Kalibr delle unità gemelle “Zelenyy Dol” e “Serpukhov” centrarono il comando alqaidista di Dar Ta Izzah e vari depositi di armi nella zona di Aleppo Est controllata, al tempo, dall’organizzazione terroristica. Ma altrettanto attiva è anche la chiesetta ortodossa dove Pope Andrew invoca ogni giorno San Fedor Usakov, il leggendario ammiraglio della flotta russa del 18mo secolo che, sconfitti   i turchi  nel Mar nero e i  francesi nel Mediterraneo, si ritirò a vita monastica diventando, una volta passato a miglior vita, il patrono della marina militare  e dei bombardieri nucleari russi.

Se le banchine di Tartus sono fondamentali per i rifornimenti le piste di Hmeimin aperte nel 2015, all’inizio dell’intervento russo, sono fondamentali per i raid aerei sulle zone ribelli. Anche questo secondo baluardo russo  è praticamente indipendente e privo di contatti con l’esterno. “Qui – spiega l’inflessibile Colonnello Eugeny tanto pronto nel fornire  informazioni di prammatica quanto a glissare  le domande fuori programma – siamo praticamente indipendenti… grazie alle nostre strutture e ai nostri rifornimenti possiamo operare  senza contatti con l’esterno”. Per farcelo capire ci spinge verso il panificio dove le pagnotte impastate dalle mani  di una mezza dozzina d’inservienti russe passano nel forno e, da lì, nella sala colazioni dei piloti russi. Mezzo chilometro più in là, dopo capannoni e camerate decorati con le insegne dei reparti russi e gli immancabili ritratti del presidente Vladimir Putin ecco le piste. Sotto una ventina di hangar in cemento allineati lungo la striscia di decollo attendono i cacciabombardieri Sukhoy 35. Il colonnello Eugeny – consapevole delle accuse rivolte da ribelli e media occidentali ad un aviazione russa sospettata di mettere a segno azioni indiscriminate contro obbiettivi civili – cerca di convincerci che le operazioni sono molto diminuite se non addirittura all’epilogo.

In verità le missioni dei piloti russi, indispensabili per garantire un’accurata neutralizzazione delle difese ribelli, continuano senza sosta. I piloti al lavoro sotto la copertura in cemento degli hangar ispezionano gli aerei, controllano il piano di volo e poi montano in cabina. Non appena il tettuccio si chiude  il rombo del reattore spinge il cacciabombardiere verso la pista in un fragoroso crescendo. Un minuto dopo l’aereo è un puntino argentato nel cielo di Idlib mentre il radar del sistema antimissile Panzer da la caccia a eventuali missili o droni partiti  dalle basi ribelli. Un’eventualità  per nulla remota visto che  l’ultimo attacco di questo tipo risale allo scorso 5 agosto. Un attacco su cui però il nostro accompagnatore preferisce glissare. “Queste basi – sottolinea invece il colonnello – sono state fondamentali per sconfiggere i terroristi e portare la pace  in Siria”. Parlare di pace è sicuramente esagerato. Di certo però le missioni partite da questa base hanno cambiato i destini del conflitto. Nel 2015 Bashar Assad era ad un passo dalla fine, oggi è ad un passo dalla vittoria. Ora però Mosca affronta il compito più difficile. Sconfitti i ribelli deve lavorare alla ricostruzione, al rientro dei profughi e alla nascita  di un  sistema politico capace di garantire, come promesso  più volte dal Cremlino, maggior pluralismo e maggior tolleranza per le opposizioni. E per riuscirci non basteranno soltanto queste due basi.

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